Sava-Castelli, la città sotterranea e la necropoli. Documenti, tracce e testimonianze di un antico centro abitato precedente la Sava del XV secolo.

di Gianfranco Mele

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Accanto agli avanzi dei massicci castelli, situati al confine del feudo oritano e della foresta tarantina sulla via Appia Traiana, sorsero le prime abitazioni di Sava. I profughi dei vicini paesi Aliano, Pasano e Bagnolo, all’ombra di queste fortezze con torri merlate, in parte cadenti, si raccolsero e nelle antiche vie Vetere e Portoreale, edificarono le prime casette, piccole e basse, con tetti coperti di paglia e di embrici, con impannate alle finestre e grosse porte di legno… “

(Primaldo Coco, Progresso e sviluppo di Sava (1454-1630), in “Cenni storici di Sava”, pag. 119).

Introduzione

I savesi più anziani, e in particolar modo quelli che abitano o hanno abitato la zona del centro hanno ancora memoria dei racconti tramandati in merito ai sotterranei del paese.

Non è difficile notare che la maggior parte delle abitazioni situate nei paraggi di Piazza S. Giovanni e in parte delle zone circostanti non ha canali di scolo delle acque piovane esternamente visibili. Questo, proprio perché nella costruzione delle antiche abitazioni del centro vennero utilizzati, per il convogliamento delle acque piovane, i cunicoli sotterranei di cui si tratterà in questo scritto. La presenza dei cunicoli ha inoltre potuto supplire in parte del paese alla mancanza di sistema fognario (sic!): notoriamente, molte abitazioni scaricano i liquami nei cosiddetti “capujienti”, ovvero in “pozzi” che mai vengono svuotati e che si perdono nella falda. Questa amara realtà oltre che riportarci alle considerazioni del caso sulla incredibile assenza di sistema fognario, ci fa anche riflettere circa il danno e l’irrimediabilità nei confronti dei “cunicoli” che, se preservati e non intaccati dagli scarichi piovani e fognari, attraverso una qualsivoglia via d’accesso avrebbero potuto raccontarci molte cose mai appieno indagate della storia e dell’antichità dei luoghi. Continua a leggere

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Storie di pirateria in Terra d’Otranto

di Daniele Perrone 

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mappa della Terra d’Otranto fra ‘400 e ‘500

Le storie di pirati, corsari e bucanieri, caratterizzate dai crimini che queste figure hanno commesso, ma anche dal fascino dell’avventura e della vita in mare, hanno stimolato le genti a narrare le gesta di questi avventurieri avvolti tra storia e leggenda.

Non ci troviamo nel mare dei Caraibi dominato dal famoso Edward Teach (meglio conosciuto come Barbanera) e nemmeno nel fantasioso mondo di One Piece; lo scenario di questo articolo è il nostro Mar Mediterraneo, che è stato per secoli l’oggetto di contese politiche, di scambi e di conquiste che hanno portato questi luoghi ad esser considerati da tutti come la culla della civiltà. Una particolare attenzione sarà inoltre rivolta al Salento, ossia all’antica Terra d’Otranto. Continua a leggere

Il dipinto de “la Madonna del Rosario” di Carosino, opera del pittore settecentesco Domenico Antonio Carella

di Elena Manigrasso

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L’origine iconografica della Madonna del Rosario si associa all’apparizione di Maria che San Domenico ebbe nel 1208 a Prouille, nel primo convento da lui fondato. Da questo momento la Madonna viene rappresentata in posizione centrale con il Bambino che tende la corona del rosario ai Santi Domenico e Caterina. Questa struttura è perfettamente visibile nel dipinto di Carosino, opera pittorica dell’artista francavillese Domenico Antonio Carella.
L’associazione della Santa da Siena a San Domenico non è casuale: Caterina era stata accolta fra le Terziarie Domenicane, che a Siena si chiamavano “Mantellate” per il mantello nero che copriva la loro veste bianca. Continua a leggere

Le torri costiere della Terra d’Otranto nel tarantino

di Daniele Perrone

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Torre Colimena

A causa della sua collocazione geografica, la penisola salentina è sempre stata terra di frontiera nel Mediterraneo. Fin dall’età romana, ma anche durante l’Impero Bizantino, il mare che bagna l’antica Terra d’Otranto ha rappresentato per questa penisola un fondamentale nodo culturale e commerciale con il resto del Mediterraneo.

Quello stesso mare, che ha portato ricchezza e scambi, è stato però anche simbolo di fatalità, condizionando per secoli la vita delle popolazioni autoctone, costrette a fare i conti dapprima con le incursioni saracene e, successivamente, con quelle turco-ottomane. Continua a leggere

I sacri rituali di guarigione: Demetra, “la papagna” e “lu ‘nfascinu”

(echi di antichi culti sopravvissuti nella tradizione contadina della provincia di Taranto e del Salento)

di Gianfranco Mele

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Demetra-Cerere con spighe, oppio e serpenti

In diverse aree del Salento, del tarantino e della Puglia, sono rimaste molto vive, sino quasi ai giorni nostri, le tradizioni dell’uso medicamentoso della “papagna”1 e del rito riparatorio alla “fascinazione” nel mondo contadino. Quanto sono legate queste usanze al mito demetriaco? La dea greca Demetra, e il suo corrispettivo romano, Cerere, sono legate al simbolismo delle spighe e delle capsule di papavero da oppio, sia nella mitologia che in molte raffigurazioni 2. Persino una divinità precedente (e correlata anch’essa alla successiva Demetra) scoperta a Gazi 3, è strettamente legata al papavero: il famoso “idolo” femminile di Gazi è rappresentato con in testa delle capsule di papavero. Continua a leggere

Il sito archeologico in località Montedoro (Grottaglie)

di Luigi Cinque

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La parte meridionale del territorio di Grottaglie è caratterizzata da un tavolato calcareo stretto e leggermente ondulato. Su questa base poggiano spessi banchi calcarenitici bianco-giallastri articolati in stretti terrazzi posti a quote differenti. Su uno di questi terrazzi, in località Montedoro, sono rilevabili resti materiali di un insediamento che è stato occupato senza soluzione di continuità dall’età del Neolitico all’età romana. Questo sito è adiacente alla ben più studiata zona di Misicuro (Mesochorum, che è la forma latina di Mεσοχπρον «spazio mediano, terreno che si trova in mezzo»), importante nodo viario dei tratturi di penetrazione interna che in età romana, risistemati, diventeranno un tratto della via Appia. Continua a leggere

Perché la chiesa di Carosino ha un secolo in più di quanto si pensi

di Angelo Campo

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Anticamente, fino al Settecento, Carosino disponeva di due chiese, poste una affianco all’altra, divise da un muro e collegate da una porta. La prima era l’”antica cappella” dedicata a Santa Maria di Carosino, che custodiva l’immagine sacra della Madonna allattante, l’altra era una chiesa costruita successivamente alla prima. I due edifici, in seguito, fondendosi ad un terzo (una nuova cappella realizzata nel ‘600 per la Madonna di Carosino), hanno generato lo spazio della attuale chiesa parrocchiale dedicata alla Madonna delle Grazie.

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