Salice 1743: sulle tracce di un terremoto dimenticato

di Daniele Perrone

Quella del 20 febbraio del 1743 è una data nota a molte località del Salento. In questo giorno si ricorda un terremoto con magnitudo di circa 7 gradi della scala Richter con epicentro nel Canale d’Otranto. Tanto per intenderci sulla sua elevata intensità, basti pensare che il terremoto de L’Aquila del 2009 aveva una magnitudo di 6.3, la sequenza dei terremoti del 2012 che scosse l’Emilia Romagna non superava il 5.9, mentre le due forti scosse che hanno colpito nell’ultimo periodo i comuni del Centro Italia avevano, rispettivamente, una magnitudo di 6.0 ad agosto (Amatrice – Accumoli) ed una magnitudo di 6.5 ad ottobre (Norcia).

A causa dei suoi effetti differiti dovuti a fenomeni di risposta sismica locale1, l’evento, noto anche come “terremoto di Nardò”, si manifestò in alcune località piuttosto che in altre (anche vicine tra loro), come appunto Nardò da cui prende il nome. Questa cittadina fu infatti la più martoriata, anche per questo è ora la più fornita di fonti al riguardo. Grazie alle cronache dell’epoca sappiamo, ad esempio, che l’evento di quel mercoledì grasso avvenne alle “ore ventitré e mezzo” su meridiana solare, cioè alle 17:15 attuali (in pieno pomeriggio), e che si manifestò come una serie di tre scosse in un intervallo di tempo breve.

Dai cataloghi storici dell’INGV2 si può notare che questo sisma ha portato dei seri danni computabili rispettivamente: a Nardò con il grado IX-X della scala Mercalli, a Francavilla Fontana con il grado IX, a Leverano e a Salice Salentino con il grado VIII. Con la scala Mercalli (MCS) si identifica sostanzialmente il livello di danno a cose o persone che provoca un sisma. Per il grado VIII, che ha investito Salice, essa descrive il terremoto come “rovinoso – rovina parziale di qualche edificio e qualche vittima isolata”. Insomma, stiamo parlando di un livello di danno abbastanza elevato.

aaa_1_chiesasima

Alla luce di quanto detto ho cominciato a chiedermi come mai, un evento di tale portata, sia stato rimosso dalla memoria storica di Salice Salentino. Cerchiamo pertanto di ricostruirlo con questo articolo.

Innanzitutto, dai cataloghi pocanzi citati non si può fare a meno di notare che gran parte delle località maggiormente colpite poggiano su terreni tipo “soft clay”, cioè su argille sabbiose (come appunto Salice) che amplificano l’accelerazione sismica.

Visto, quindi, che conosciamo approssimativamente tutti i dettagli di questo terremoto oltre che la litologia di Salice, non ci resta che fare un breve inquadramento del paese in quell’epoca. Una descrizione dei luoghi, dell’estensione e del numero di abitanti di Salice è riconducibile dal Catasto Onciario introdotto nel 1741 da Carlo III di Borbone. Grazie a questa fonte, emersa dallo straordinario lavoro di ricerca e analisi dell’amico e compaesano Ciccio Innocente3, è possibile risalire a diverse informazioni utili.

Il centro del paese corrispondeva all’ex Largo San Giovanni, cioè dove è collocata la Chiesetta di Santa Filomena. Ad est, l’abitato giungeva fino al Castello, che probabilmente aveva ancora le sue mura di cinta. Proseguendo verso sud, il Casale si sviluppava in tutto il quartiere de “Lu Puzzu Nueu” fino all’altezza dell’attuale Villetta De Castris (ex Largo S. Antonio). Infine, dirigendosi verso ponente, esso contornava Largo San Giovanni e superava di poco l’attuale Piazza Plebiscito, dove vi era la ‘nuova’ Chiesa Madre (ancora incompleta). Dove ora sorge il Palazzo Municipale (del 1889) vi era ancora il “Giardino grande” del Reverendo Capitolo. Il Convento del Frati Francescani e l’annessa chiesa della Madonna della Visitazione (1587), invece, si trovavano ancora in aperta campagna.

All’epoca Salice era popolata da 311 fuochi (famiglie). A parte le famiglie più facoltose, la maggior parte della popolazione poteva permettersi solo delle abitazioni “monolocale”. Le case con due o più stanze erano circa 20, tutte le altre avevano una sola stanza ed erano realizzate con murature in conci di pietra tufacea legati da malte di scarsa qualità. Questa tipologia abitativa, solitamente ad un piano, aveva spesso dei soffitti in legno, coperti da tavolati ed embrici di terracotta fatti in loco.

aaa_2_salice1743

ricostruzione planimetrica del centro abitato di Salice Salentino nel 1743

Dal Catasto Onciario si evince che, a distanza di sei anni dal terremoto del 1743, nell’abitato vi erano ancora otto case distrutte e non ricostruite. Il sisma provocò inoltre ingenti danni alla Chiesa Madre, al Convento e al Castello.

Partendo dal Castello (edificato nel 1398), dalle testimonianze dello scrittore Giuseppe Leopoldo Quarta4 sappiamo che aveva forma quadrata e quattro torrette sporgenti agli angoli. Al piano terra conteneva saloni, sale per gli artiglieri e per la servitù, molino, frantoio e forno. Al piano superiore aveva ampie sale e una Cappella, che andarono distrutte proprio in seguito al terremoto del 1743. Purtroppo oggi è difficile valutare i danni che subì il Castello perché di esso rimane ormai poco o niente, un’ala crollò nel 1766, un’altra ancora in seguito ad un acquazzone del 2008 e gli altri lati andarono persi con l’addossamento di nuove abitazioni.

La Chiesa Madre, all’epoca ancora priva di decorazioni al soffitto e con il campanile non ancora ultimato, subì dei danni strutturali che furono riparati negli anni successivi grazie anche al “contributo” degli abitanti di Salice. Dall’Archivio di Stato di Napoli si evince che fu gravemente danneggiata e dovette essere chiusa al culto. Tra i più informati si vocifera che, in seguito a quel nefasto evento, il soffitto crollò e dovette essere ricostruito (ma questo non possiamo dirlo con certezza). Su di esso sappiamo solo che la decorazione a cielo sarà ultimata 10 anni dopo (nel 1753) dai maestri pittori Vito Antonio Colucci di Martina e Servo di Dio [Ingrosso] di Campi.

Data la sua collocazione planimetrica pressoché parallela all’onda sismica (direzione sud-est), la Chiesa subì probabilmente un’azione inerziale lungo tutto l’asse della sua navata che provocò delle fessure verticali alle pareti laterali prossime alla facciata (tuttora visibili).

aaa_3_chiesamadre

quadro fessurativo ai lati della chiesa madre “S. Maria Assunta”

Della Chiesa “Madonna della Visitazione” annessa al Convento dei Frati Francescani si sa solo che fu concepita inizialmente in stile tardo romanico e che, negli anni successivi al terremoto del 1743, ebbe un “rinforzo” sulla facciata principale, cioè quel tampone murario di stile tardo barocco che tutti i compaesani conoscono. Questo fatto conferma la tendenza architettonica che invase un po’ tutto il Salento durante il periodo della ricostruzione, che vedeva affermarsi il gusto Rocaille sugli edifici riadattati5. Al contrario della Chiesa Madre, la Madonna della Visitazione aveva però una collocazione quasi ortogonale rispetto alla componente direzionale del sisma. L’interazione tra essa e il Convento durante lo scuotimento causò probabilmente un martellamento tra i due corpi di fabbrica, provocando una fessurazione diagonale sulla facciata della chiesa.

aaa_4_convento

quadro fessurativo sulla facciata della chiesa “Madonna della Visitazione”

Riguardo alle vittime, a quanto è dato sapere, pare che non ci furono perdite di vite umane in paese. Forse anche per questo motivo, tale evento è stato rimosso dalla memoria storica del paese.

Scampato il pericolo, dunque, il popolo salicese attribuì la propria salvezza all’intercessione dei propri santi. Così come per Nardò, che gridò al miracolo di San Gregorio Armeno, o per Lecce, che rafforzò la sua devozione in Sant’Oronzo, il popolo salicese cantò dei versi alla Madonna della Visitazione. Ma più che la Madonna in sé, era proprio la storia del suo quadro “miracoloso” ad affascinare il popolo salicese. Esso infatti, posto sull’annessa chiesa dalla prima metà del ‘600, era già venerato con estrema convinzione. Facendo una piccola digressione, la leggenda vuole che l’anonimo pittore veneziano, incaricato da Antonio Albricci, dopo essersi addormentato trovò al suo risveglio il quadro con il volto della Vergine ultimato6. Tale vicenda fu talmente sentita dalla gente locale che l’Albricci stesso, intenzionato inizialmente a dedicare la chiesa a S. Maria del Soccorso, dovette cambiare intitolazione.

Diventa quindi facile intuire come un popolo, invaso già da prima nella sua fervente fede verso questa Vergine, possa nuovamente gridare ad un miracolo della stessa e dedicarle dei singolari versi:

“[…] Ci rusticu lu fazzu lu parlare,

egna Vinezia culla soa pittura;

mestri filoci te lu llittrattare

cu bbegnane ddipingane sta ficura.

Nissunu mestru nci putia arrivare!

[…] O piccatori, quantu simu sciocchi!

Pinsamu allu miraculu ci è fattu.

Ci nu pe sta Cran Matre eramu muerti

sutt’a lle petre senza sacramenti.

[…] Li campanieddhri a ll’artare maggiore

suli se faciane nna sunata,

lu vicariu rrumase a confusione,

rrumase culla pretica ncignata.

Puru lu Sinnicu ru dilettu amore

a Diu cilebra la missa cantata.

O populu te Salice, aggi tolore

mo ci la ira te Diu già s’è parata!

Ci ole razzia cu bbegna te primura,

Salice, se ddummanna, a stu Casale,

c’a’llu Cumentu s’è dipinta sula

c’Isitazione se ose ntitulare.

[…] Ci la tice e ci la sente

quaranta giurni àe te turligenze,

ci la tice cu ttuttu lu core

‘se nn’àe mparatisu quannu more.”

 

aaa_5_visitazione

  Madonna della Visitazione,Salice Salentino

Didascalie e fonti:

1 risposta sismica locale, vedi  articolo già pubblicato http://bistrocharbonnier.altervista.org/il-terremoto-del-1743-che-scosse-il-salento/

2 http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/query_eq/

3 “Il Catasto Onciario, il censimento nel Regno di Napoli del 1741-1749 a Salice Salentino” – Ricerche, note e ordinamento a cura di Ciccio Innocente.

4 “Ricordi e racconti, alla ricerca del paese perduto” – Ciccio Innocente, Ninì Urbano, Antonio Scandone.

5 “Strada principale e strade secondarie, il caso di Carosino presso La Croce” di Angelo Campo, Congedo Editore.

6 “Salice Salentino, dalle origini al trionfo della Giovane Italia” di Giuseppe Leopoldo Quarta

 

 

 

 

Annunci

Il Menhir o Pietrafitta de “La Croce” di Carosino

di Angelo Campo

I menhir sono monoliti in pietra, conficcati nella roccia ed orientati secondo i punti cardinali o riferimenti astronomici. Un’opinione diffusa è che coincidessero, almeno inizialmente, con punti ove celebrare riti legati al culto del sole e della fecondità della terra. Il termine menhir significa “pietra lunga” o “pietra dritta”, da qui deriva l’altro termine, pietrafitta, con il quale si suole individuarli. Già siti in cui si operava una qualche venerazione, dunque, vennero utilizzati durante l’impero romano come punti di riferimento per propositi legati alle percorrenze. Successivamente i cristiani aggiunsero delle croci incise sulle superfici verticali della pietra o poste in sommità.

lete_030312_003

il menhir della Lete presso Galugnano                                                         (fonte: http://www.dolmenhir.it, per gentile concessione dello Studio de Salve)

A seguito della loro cristianizzazione vennero identificati come “Osanna”  (nel dialetto salentino vengono detti anche “Sannà” o “Sannai”) ed adornati con rametti di ulivo benedetti alla domenica delle Palme al fine di allontanare gli influssi negativi.  Continua a leggere

La grotta Grava – Palombara in agro di Sava

di Gianfranco Mele

In generale agli elementi rocciosi viene attribuito in antichità un significato sacro, per cui questi diventano spazi di culto connessi alla presenza di svariate divinità.

Le grotte sono ritenute luogo di presenze ctonie oracolari, o “porte degli Inferi”. Ove siano caratterizzate poi dalla presenza di sorgenti d’acqua, questi posti sono ancora più valorizzati nella loro sacralità. 1

Nel mito di Demetra e Persefone la grotta è elemento ricorrente: il rapimento di Persefone da parte di Ade avviene nei pressi di una grotta dalla quale Ade emerge: la grotta simboleggia perciò una porta dell’oltretomba. 2

Nella vicinanza della maggior parte dei luoghi di culto dedicati a Demetra e Persefone si ritrova la presenza di una grotta che serve a ricelebrare il mito di Persefone.

La grotta sacra, spesso situata nei pressi del santuario, entro l’itinerario di una via sacra, costituisce l’accesso al mondo dei morti ed è luogo di svolgimento dei misteri iniziatici. Nel culto demetriaco, la grotta è spesso anche sede di riti sacrificali animali (maialini ed altri animali). Continua a leggere