Il Menhir o Pietrafitta de “La Croce” di Carosino

di Angelo Campo

I menhir sono monoliti in pietra, conficcati nella roccia ed orientati secondo i punti cardinali o riferimenti astronomici. Un’opinione diffusa è che coincidessero, almeno inizialmente, con punti ove celebrare riti legati al culto del sole e della fecondità della terra. Il termine menhir significa “pietra lunga” o “pietra dritta”, da qui deriva l’altro termine, pietrafitta, con il quale si suole individuarli. Già siti in cui si operava una qualche venerazione, dunque, vennero utilizzati durante l’impero romano come punti di riferimento per propositi legati alle percorrenze. Successivamente i cristiani aggiunsero delle croci incise sulle superfici verticali della pietra o poste in sommità.

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il menhir della Lete presso Galugnano                                                         (fonte: http://www.dolmenhir.it, per gentile concessione dello Studio de Salve)

A seguito della loro cristianizzazione vennero identificati come “Osanna”  (nel dialetto salentino vengono detti anche “Sannà” o “Sannai”) ed adornati con rametti di ulivo benedetti alla domenica delle Palme al fine di allontanare gli influssi negativi. 

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particolari del menhir della Lete       (fonte http://www.dolmehir.it per gentile concessione dello Studio De Salve)

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Quelli del Salento hanno una forma più regolare rispetto agli esemplari che è possibile rinvenire in Sardegna, Corsica, Francia e Gran Bretagna. Generalmente appaiono come dei parallelepipedi con le facce maggiori orientate verso Nord e Sud. A volte sono di poco inclinati. Attualmente risultano visibili una cinquantina di menhir tutti concentrati nel basso Salento, all’inizio dell’800 ne furono censiti un centinaio. Il più alto dei menhir salentini si trova a Martano e misura 5,20 m.

Il menhir di Carosino, l’unico nella parte settentrionale ed occidentale del Salento, misurava 4 metri ed era tra i più alti del Salento.

Il menhir o pietrafitta de “La Croce” è stato un monumento megalitico dalla incerta datazione (alcuni fanno risalire questo tipo di monoliti all’età del bronzo) che sorgeva a Carosino nei pressi dell’intersezione di antichissime ed importanti viabilità. Il luogo detto “La Croce” (da intendersi con il significato di incrocio stradale, Cfr De Giorgi, Palumbo, Campo ed altri), è da individuarsi nella zona dove si incontrano le moderne viabilità urbane di via M. D’Azeglio, via Cavour, via Toselli, via Principe di Piemonte e via De Gasperi. Fu censito da Cosimo De Giorgi nel 1914 e riportato nella mappa dei Menhir del Salento.

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mappa dei menhir (in nero) e dei domen (in rosso) accertati in Puglia. Va sottolineato come i menhir a nord di Carosino abbiano una diversa fattura rispetto a quelli del Salento, avendo forma non regolare ed altezza limitata

Poi è scomparso intorno al 1930. Quando lo storico Giusepe Palumbo tornò a vederlo per studiarlo e fotografarlo, non lo trovò più poiché era stato abbattuto per far largo a nuove case e più ampie strade. Esiste ancora una sua descrizione con i dati del rilievo operato dal De Giorgi.

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copertina della Rivista Storica Salentina a. XI, n.4.5.6, nov/dic 1916

Ecco cosa riportò lo scienziato salentino a proposito della stele monolitica che rinvenne a Carosino:

Menhir La Croce. Il 2 giugno 1914 essendomi recato a Carosino, nell’entrare nel paese dalla via (per) San Giorgio sotto Taranto vidi questo Menhir trasformato in Osanna. Dimensioni: H. 4.00 – Facce adiacenti: 0,43 per 0,27. Orientazione e. s. N 10’’ W. E’ stato più volte imbiancato con calce, e la base è stata contornata con tre gradini. E’ l’unico Menhir fin qui osservato nella parte occidentale della provincia di Lecce.”

Si aveva un’idea sbagliata della ubicazione del menhir poiché esiste in Carosino un altro luogo denominato “sobbra la croce”. Questo coincideva con il posto dove sorgeva una croce in ferro su una colonna realizzata da frati missionari all’inizio del secolo scorso.

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Carosino “sobbra la croce”, immagine fotografica degli anni ’50

Questo fatto, assieme alla confusione ingenerata dalla errata interpretazione del percorso che De Giorgi avrebbe compiuto per giungere a Carosino, ha fatto pensare a taluni che la pietrafitta fosse ubicata su Corso Umberto I all’angolo con le vie Virgilio e Giulio Cesare. In effetti in quel posto esiste ancora una croce che dopo l’eliminazione della colonna dei missionari fu posta alla sommità di un piccolo edificio ad angolo fra Corso Umberto e via G. Cesare, ma esiste ancora anche un’altra croce in ferro (simile alla prima anche se più piccola) custodita in una piccola edicola inserita sulla facciata di una casa dei primi del ‘900 sita proprio dove doveva trovarsi il menhir. Il luogo della croce missionaria ed il posto dove sorgeva la pietrafitta de “La Croce” fino agli anni ‘40 risultavano collegati da una viuzza sterrata detta strada vicinale “La Croce”.

Per comprendere in maniera corretta e definitiva l’ubicazione del menhir va considerato che, quando Cosimo De Giorgi venne a Carosino per rilevare il monolite, giungeva da Lecce andando verso San Giorgio Sotto Taranto (denominazione che San Giorgio Jonico mantenne dal 1862 al 1926) percorrendo la strada conosciuta fino pochi anni fa come “strada vecchia per Lecce”, oggi S.P. 92 (localmente detta strada vecchia per Fragagnano), coincidente, con poche variazioni, con l’antica viabilità preromana della Strada Sallentina.

Per questo motivo lo studioso trovò il monolite all’ingresso del paese di Carosino, allora urbanisticamente più contenuto. De Giorgi percorse la strada che venendo da Sava, Fragagnano, senza passare da Monteparano, giungeva a Carosino nel sito dove era ubicata la pietrafitta.

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mappa IGM con la viabilità attorno Carosino nel 1947. E’ stato indicato (in rosso) il percorso compiuto da De Giorgi e la posizione della pietrafitta de “La Croce” (in verde)

Lo stesso luogo, fino all’inizio del secolo scorso, conservava una serie di toponimi e riferimenti che riconducevano inequivocabilmente alla presenza del monolite: oltre alla strada “La Croce” di cui si è già detto, c’era il largo “La Croce”, il frantoio ipogeo “Croce”, la via Osanna (che fino al Settecento identificava l’attuale via Cavour) ed il canale “La Croce”, quest’ultimo ancora esistente e coincidente con il limite comunale tra Carosino e Monteparano. Ancora oggi quel territorio tra Carosino e Monteparano viene denominato con termini che fanno riferimento alla pietrafitta scomparsa: contrada “petralonga” (agro di Monteparano), contrada “lampalata” (agro di Carosino). 

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Antico catastale della zona ove sorgeva il menhir di Carosino. Si possono leggere i riferimenti alla strada vicinale La Croce ed al Trappeto Croce. Si riconosce il largo La Croce

Presso la località denominata “La Croce” le antiche viabilità che il menhir di Carosino metteva in contatto, dovevano riunirsi per proseguire il proprio tragitto verso Taranto vicinissime, affiancate o sovrapposte. Va sottolineato, a questo proposito, come nel 1961, in località Cimino, alle porte di Taranto, fu ritrovato un tratto di strada lungo circa 200m, lastricato con pietre poligonali e recante tracce di carreggiate pesanti. In adiacenza a questa, fu scoperta un’ampia fascia di argilla molto battuta che lasciava pensare alla coesistenza di una viabilità precedente a quella romana non pavimentata (N. De Grassi). Inoltre, a circa un km da Cimino, presso la masseria Raho, sono state trovate altre tracce di una viabilità attribuita ancora alla Appia antica “connessa ad un’altra ancora più antica”(Relazione di Luigi La Rocca durante il 52° Convegno Internazionale di Studi sulla Magna Grecia del 2012). Quelle di Cimino e di masseria Raho, se fossero entrambe tracce della via Appia, risulterebbero viabilità doppie e parallele…

Il motivo della necessità di queste strade di avvicinarsi fin quasi toccarsi ove sorgeva il menhir, sta nella situazione geomorfologica attorno a Taranto e, soprattutto, a poche centinaia di metri da Carosino, nei pressi di San Giorgio. Qui, infatti, la presenza di due sbarramenti naturali, costringeva carri e merci a passare attraverso uno stretto passaggio facilmente controllabile militarmente. Da un lato la collina del Belvedere con il suo banco roccioso e l’importante e repentina differenza di quota, dall’altro le depressioni dei canali che confluiscono nella Jedda e le aree paludose, infatti, costringevano queste importanti vie di comunicazione ad avvicinarsi passando all’interno di una sorta di valico prima di compiere il tratto finale di una decina di km verso Taranto. Va ricordato, a questo proposito, come la variante alla via Appia (l’Appia per Compendium, Cfr G. Uggeri), nel cercare una percorrenza alternativa a quella per San Giorgio e Carosino, dovette deviare di molti km per aggirare il Mar Piccolo, il canale dell’Ajedda e lo sbarramento collinare di San Giorgio, passando per l’attuale Monteiasi e ricongiungendosi alla via Appia antica solo dopo masseria Misicuro. Da lì l’Appia dovette trovare il modo per superare un consistente e ripido terrazzo roccioso alto un centinaio di metri in un altro passaggio obbligato utilizzando ancora una volta percorsi preesistenti (ci si riferisce alla località masseria Vicentino grande, dove insistono ancora i resti un insediamento messapico con una doppia cinta muraria e porte urbiche) prima di poter puntare verso Oria.

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porta d’accesso alla città messapica in località “Vicentino”

Le antiche strade che confluivano presso la pietrafitta de “La Croce” erano la Sallentina, il Limitone dei Greci e la via Appia.

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fonte: Studi Salentini n. V-VI giugno e dicembre 1958 con indicazione di Mesochoron e Carosino nello stesso sito

La Sallentina, che provenendo dal basso Salento e da Santa Maria di Leuca passando per Nardò, Avetrana, Manduria, Sava e Fragagnano, arrivata a Carosino presso il menhir, si riuniva alle altre proseguendo per San Giorgio e Taranto. Si tratta di una strada preromana, utilizzata anche dai messapi e, successivamente, in età romana, nel medio evo ed oltre fino alla metà del ‘700. Con poche variazioni lungo il suo tracciato, è arrivata fino a noi come come “strada vecchia per Lecce”, oggi S.P. 92 (localmente detta strada vecchia per Fragagnano). 

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le profonde carrerecce della Strada Sallentina in località Pozzuolo alle porte di Fragagnano

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Carrerecce presso S. Maria delle Grazie nel territorio di San Marzano di SG

Il cosiddetto Limitone dei Greci che giungendo da Otranto, aggirando ad est Lecce senza toccarla, sfiorando Oria ed il sito dove sorge la chiesa rupestre della Madonna delle Grazie presso San Marzano di S.G., arrivava a Carosino nel sito de “La Croce”.  Si tratta di una viabilità sicuramente antichissima che sfruttava il passaggio in “cresta” su una formazione collinare continua che innerva il Salento descrivendo un arco al centro della penisola.

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viabilità nel Salento nel V sec AC

Attraverso essa era possibile tagliare ed accorciare il passaggio dal sud al nord del Salento, evitando il contatto con le altre due viabilità ed luoghi paludosi o impraticabili presenti lungo le coste.

L’accresciuta importanza economica che la strada rivestì nel periodo alto-medioevale, la portò ad essere uno dei maggiori “assi di coagulo di popolamento” della zona (G. Uggeri), la qual cosa è testimoniata dalla presenza, a distanza regolare equivalente ad un giorno di cammino, di siti religiosi importanti come, appunto, la chiesa rupestre di S. Maria delle Grazie di San Marzano di S.G. (Campo).

L’attuale denominazione di questa viabilità nei pressi di Carosino è S.P. 91, diventando poi strada vicinale Limite dei Greci,. L’ultima parte verso Carosino, nell’accezione comune, viene ancora chiamata strada di “Pozzo Buono” ricordando la presenza di preziose sorgenti di acqua dolce utilizzate senza soluzione di continuità dall’antichità fino a pochi anni fa.

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la strada vicinale Limite dei Greci nelle vicinanze di Carosino

In località S. Maria delle Grazie nel territorio di San Marzano di San Giuseppe, in adiacenza alla chiesa rupestre ed alla necropoli medioevale, sono visibili alcune profonde carrerecce incise nella roccia che evidenziano ancora l’antica sede stradale.

Il sistema viario della via Appia che, tramite un paio di brevi bretelle lunghe poco più di un km, attraversava l’attuale abitato di Carosino per intercettare presso “La Croce” le altre due importanti strade del Salento. La prima bretella congiungeva il menhir con il posto ove sono ancora visibili i resti della masseria Palazzi, incontrando nei pressi l’antica viabilità riorganizzata dai romani; la seconda dal monolite conduceva all‘Appia attraverso i siti delle attuali masserie di Civitella e Misicuro. Quest’ultima oggi, pur ridotta a strada di campagna, mantiene la denominazione di “Strada Comunale Esterna Francavilla Fontana – Taranto” che porta a pensare ad una percorrenza ed importanza molto più consistente di quella attuale.

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resti di un viadotto della via Appia in agro di Grottaglie, scavo condotto dall’Archeoclub d’Italia, sezione di Oria

Note

Lo studio è stato condotto per estrapolazione ed approfondimento di quanto già ricostruito dal sottoscritto nel testo: A. Campo, Strada principale e strade secondarie, il caso di Carosino presso La Croce, tra la via Appia e la strada Sallentina attraverso secoli e terremoti, Congedo, Galatina 2014, al quale si rimanda per una maggiore e più organica comprensione delle argomentazioni.

Quando non diversamente specificato, le immagini fotografiche sono dell’autore.

Bibliografia di riferimento:

A. Campo, Strada principale e strade secondarie, il caso di Carosino presso La Croce, tra la via Appia e la strada Sallentina attraverso secoli e terremoti, Congedo, Galatina 2014

A. Cinque, Carosino, sopravvivenze storiche di una comunità, Mandese Ed., Taranto 1988

L. Cinque, Il sito archeologico in località Montedoro (Grottaglie), in «https://terredelmesochorum.wordpress.com, febbraio 2015»

L. Corsini, Salento megalitico, Erreci Edizioni, Maglie, 1986

C. De Giorgi, Censimento dei dolmens di Terra d’Otranto in «Apulia», Martina Franca, III, 3-4, nov-dic 1912

C. De Giorgi, I Menhir della Provincia di Lecce, in «Rivista Storica Salentina», Lecce, 1916

N. De Grassi, Vie di Magna Grecia, in Atti del II Convegno di Studi sulla magna Grecia, Taranto 1962, Napoli 1963

A. Fornaro, Il problema di Mesochorum, in «Archivio Storico Pugliese», XXVI – 1973

B. Fedele, Gli insediamenti preclassici lungo la via Appia antica in Puglia, in «Archivio Storico Pugliese», anno 19 fasc. ¼, 1966

G. Lugli, Saggi di esplorazione archeologica a mezzo della fotografia aerea, Roma 1939

G. Lugli, La via Appia attraverso l’Apulia e un singolare gruppo di strade «orientate», in «Archivio Storico Pugliese», VIII, 1955

P. Maggiulli, Le nostre Pietrefitte, in «Rinascenza Salentina», a.1, n.5, Lecce Settembre – Ottobre 1933, p.254

L. Messina, I megaliti pugliesi, editore Croce, Roma 1948

G. Palumbo, Atti del Convegno Internazionale di Studi Salentini in Terra d’Otranto, in «Archivio Storico Pugliese», 25-31 ott. 1952, Anno V – fasc. I-IV, dicembre 1952, Casa Editrice Alfredo Cressati, Bari;

G. Palumbo, Inventario dei dolmen in Terra d’Otranto, in «Rivista di Scienze Preistoriche», 11: 84-108, Spinelli, 1956

G. Palumbo, Inventario delle pietrefitte salentine, Spinelli, Firenze, 1955;

G. Palumbo, Pseudo Pietrefitte in Terra d’Otranto e l’evoluzione degli “Osanna” o “Sannà”, in «Studi Salentini», V-VI giugno – dicembre 1958;

C. Piccinni, Ritrovamenti di monumenti megalitici nel basso Salento, Estratto dalla “Zagaglia” A4, n.14;

G. Palumbo, Salento megalitico (specchie, dolmen, petrefitte), in «Studi Salentini», I, 1956, pp. 58-73

http://www.dolmenhir.it/

http://www.pugliamegalitica.it

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