Carusinijdde e la battaglia del giorno di Pasqua a Carosino

di Angelo Campo

Il lunedì dell’Angelo, il giorno di pasquetta, si festeggia la Madonna delle Grazie di Carosino. La tradizione, oltre che dagli abitanti del paese jonico, nel passato era molto seguita dai tarantini che solevano raggiungere il paese di Carosino per vivere la giornata di festa e devozione alla Madonna in ricordo di un suo miracolo. Il giorno di Pasquetta rappresenta, poi, una giornata di svago e divertimento fuori porta che è tradizione fare in tutta Italia, per cui non si fa più caso alla coincidenza della festività religiosa con quella civile e le tradizioni a livello locale e nazionale tendono a sovrapporsi e confondersi.

madonna-carosino

la Madonna di Carosino

In realtà Causinijdde più che una tradizione è un documento storico, che andrebbe conosciuto, rivalutato e diffuso nel suo significato iniziale, poiché rappresenta un pezzo del patrimonio culturale ed immateriale, costruito dall’uomo per tramandare le sue origini in maniera inconsapevole ma profonda. Ma, cerchiamo di capire meglio quale miracolo sia stato attribuito alla Madonna di Carosino e quale fosse il significato della ricorrenza.

Nella Voce del Popolo del 4 aprile 1947, si legge: “Per il Lunedì dell’Angelo Taranto non ebbe, da principio, una festa tutta propria, ma venne attratta da quelle che si svolgevano nel territorio di Carosino (…) istituite verso il 1300 in onore della Madonna della Grazie, protettrice del luogo“.
Nell’articolo si avanza l’ipotesi che già da quell’epoca esistesse a Carosino un Santuario capace di attirare gente che vi si stabilì o che vi si recava in pellegrinaggio per ottenere l’intercessione della Madonna. Anche i Tarantini, nel giorno del Lunedì dell’Angelo, si dice che, attratti dalla fama della chiesa di santa Maria di Carosino, compissero a piedi il pellegrinaggio dalla città fino a Carosino, accompagnati soltanto da un bordone di pellegrino, una bisaccia, un pasto frugale e un po’ di acqua. (1)

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Taranto nel 1788 in una rappresentazione di J.P. Hackert

La notizia così raccontata nel dopoguerra, sembra però non concordare con altre fonti che contestualizzano meglio la ricorrenza, facendola risalire solo alla metà del ‘400.

Un articolo più recente recita: “Si tratta della tradizione più sentita dai carosinesi che attribuiscono all’intercessione della Vergine la scampata distruzione del casato retto dagli Orsini, da parte del condottiero albanese Giorgio Castriota Scanderbeg, il giorno di Pasqua del 1462. Risparmiato dalle distruzioni e dalle uccisioni che le stesse incursioni causarono nei territori limitrofi, Carosino diventò così meta delle gite fuori porta dei tarantini in questo giorno di ringraziamento e festeggiamenti. Da allora la gita fuori porta di Pasquetta, ovunque essa porti, è rimasta per i tarantini u’ carsunijdde” (2).

In effetti, la storia della guerra di successione al trono di Alfonso I d’Aragona dopo la sua morte avvenuta il 17 luglio del 1458, tra Ferdinando d’Aragona e Giovanni d’Angiò, racconta il fronteggiarsi dell’esercito dell’eroe albanese Giorgio Castriota Scanderbeg, venuto in aiuto a Ferrante che era stato assediato presso Barletta, e di quello del generale Piccinnino che capeggiava un folto gruppo di baroni malcontenti del governo regio, tra cui Giovanni Antonio Orsini del Balzo. La progressiva avanzata del Castriota, determinò un disgregamento dell’esercito del Piccinnino ed un progressivo arretramento dei baroni nei loro territori più interni. Castriota proseguì inseguendo Giovanni Antonio verso Taranto. Durante il tragitto l’albanese mise a ferro e fuoco molti dei casali ricadenti nel principato di Taranto e fedeli a Giovanni Antonio. Dopo la distruzione di San Marzano e di Patrello qualche giorno prima, il giorno di Pasqua del 1462 fu la volta di Carosino. Qui la storia appare controversa, poiché, se alcune fonti parlano di una completa distruzione, altre ci raccontano di un abbandono del casale da parte dei suoi abitanti che ne impedì la completa cancellazione. Dopo Carosino, il giovedì successivo a Pasqua, l’esercito albanese si rivolse alla distruzione di Mennano (casale oggi scomparso, situato attorno alla chiesa della Madonna della Camera la cui festa ricorre, appunto, ancora oggi il giovedì dopo Pasqua). (3)

Appare emblematico il fatto che la  Pasqua sia una festa di origine ebraica che ricorda la fuga del popolo di Israele dall’Egitto, ed il suo il nome deriva dall’ebraico pessah, ovvero passaggio. Il passaggio attraverso Carosino di Giorgio Castriota Scanderbeg avvenne, dunque, il 18 aprile 1462.

L’avanzata distruttiva dell’esercito del Castriota, provocò lo spopolamento o la cancellazione di un gran numero di centri abitati, dei quali solo alcuni furono riabitati, una cinquantina di anni dopo, da famiglie in prevalenza albanesi che formarono quella che fu denominata l’Albania Salentina. (4)

Dunque la ricorrenza del lunedì di Pasqua ricorderebbe ai carosinesi l’avvenuto passaggio del Castriota, ed il salvataggio, almeno in parte, del paese per opera della Madonna di Carosino (la cui icona era, dunque, già esistente e venerata dal popolo del casale a maggior conferma di quanto riportato nel saggio già pubblicato dal titolo: perché la chiesa di Carosino ha un secolo in più di quanto si pensi. (5)

La ricorrenza, però, non è stata sempre festeggiata nella stessa maniera, infatti fino alla fine del ‘700 si ricordava ancora la battaglia avvenuta più di trecento anni prima, e la festa cominciava il giorno di Pasqua. Per fortuna, ancora oggi, a causa di un vero e proprio contenzioso che coinvolse l’allora arcivescovo di Taranto, mons. Capecelatro, la suprema giunta di guerra e la municipalità di Carosino, abbiamo alcune descrizioni della modalità di organizzazione della festa alle sue origini. (6)

ritratto di Capecelatro

ritratto di Capecelatro

La questione iniziò nel 1787, quando i carosinesi vennero accusati di “usurpata regia autorità”, poiché avevano organizzato una parata di finte truppe militari il giorno di Pasqua che quell’anno coincideva con la festa di San Cataldo. In difesa dei carosinesi intervenne, innanzi alla suprema giunta di guerra, niente di meno che monsignor Giuseppe Capecelatro, il quale realizzò uno scritto in cui cercò di sminuire la questione dicendo come “…in tutti que’ luoghi del Regno, che furono ne’ tempi andati più esposti alle incursioni de’ Barbari, voi vedrete nella festa del Santo Tutelare il finto Combattimento de’ Turchi co’ Cristiani: sotto il nome di Turchi esprimono essi volgarmente la condizione de’ loro antichi nemici …” (7)

La questione non terminò così facilmente e l’anno successivo fu necessario un intervento del sindaco di Carosino che scrisse una relazione in cui spiegava alla Suprema Giunta di Guerra, come “…in questa nostra predetta Terra per antico solito ogni anno, e propriamente ne’ giorni della Pasqua di Risurrezione nel solennizzare la festa della Vergine Santissima sotto il titolo di Carosino, si è solito festeggiare con unire varie Compagnie di finte Truppe armate con schioppi, e vestiti con uniforme militare, le quali Compagnie con tamburi battenti, con suono di bande militari, e con bandiere spiegate anno continuamente marciato per questa predetta Terra; e poi la sera dopo lo sparo di una macchina di fuoco artificiale, le stesse Compagnie con la stessa uniforme, bandiere, tamburi, con torce accese anno marciato girando per questa predetta nostra Terra fino alle ore cinque circa della notte”. (8)

Alla descrizione dell’allora sindaco di Carosino, va aggiunto che la rappresentazione in costume cominciava la mattina del giorno di Pasqua, con la scelta, a caso, di alcuni paesani che avrebbero impersonato i “generali” dei rispettivi eserciti. Il luogo di incontro era la piazza del paese, e quello della battaglia finale (avvenuta intorno all’ora quinta, ma ci si riferisce all’ora di Spagna, corrispondente alle 23.00 circa per noi oggi), consistente, in realtà, in continui inseguimenti e catture di avversari, si svolgeva nei campi attorno al paese, dopo il passaggio di un carro di fuochi artificiali.

Alla relazione del sindaco seguì ancora un intervento del Capecelatro tendente a cercare di salvare, in qualche modo, la tradizionale festa. L’arcivescovo sottolineò che quella “finta guerra” rappresentava una delle poche occasioni di divertimento per il popolo, visto che anche le mascherate di Carnevale erano state abolite quasi del tutto. Egli aggiungeva: “Se noi togliamo queste molle, che interessano il materialismo popolare, possiamo giustamente temere che vi succeda qualche disordine nato dalla desolazione. Il popolo soffre la fame, il caldo, il freddo, l’alterigia de’ potenti, l’insolenza de’ ricchi …” (9)

Stemma-e-titoli-di-mons.-Capecelatro

Giuseppe Capecelatro, nobile napoletano, illuminsta e letterato, quarantenne all’epoca dei fatti, era già arcivescovo di Taranto da quasi dieci anni (fu elevato arcivescovo il 30 marzo 1778), ed era, egli stesso, un po’ carosinese, avendo, tra le altre, la proprietà della masseria di Misicuro con una vasta area di poderi attorno che arrivavano alla attuale masseria di Civitella (10). Chissà se non conoscesse già un altro carosinese, l’ecclesiastico Saverio Trippa, arciprete di Carosino dal 1802,  massone, membro della loggia settecentesca di Taranto, che partecipò ai moti repubblicani del ’99, collaborando alla realizzazione dell’albero della libertà nella piazza principale di Carosino. (11)

Purtroppo, nonostante i tentativi del Capecelatro e del sindaco di Carosino, tal Vincenzo Di Comite, di ribadire l’aspetto unicamente commemorativo della rappresentazione in costumi militari della Pasqua e pasquetta del centro jonico, la polizia borbonica, alla fine del 1788, vietò ai carosinesi ogni uso di armi in pubblico, fossero queste scariche o finte, per cui la festa, così come nata in origine e resistita per oltre trecento anni, si modificò in sola ricorrenza religiosa, gradualmente confondendosi con altre simili. Il passaggio di Scanderbeg il giorno di Pasqua del 1462 da Carosino, cadde, così, definitivamente nell’oblio.

 

1 – La voce del Popolo, EDIT edizione italiana, 4 aprile 1947; Cfr. anche “Le origini della parola caruseniedde, Pasquetta” del 27 aprile 2016, in http://www.tarantoindiretta.it/news/le-origini-della-parola-caruseniedde-pasquetta/   il riferimento è riportato anche nel post del 9 aprile 2007 pubblicato da diecipalazzine in http://www.tarantonostra.com/smf/index.php?topic=2221.0

2 – Carusinieddu, la pasquetta dei tarantini, in http://www.targatota.org/2013/04/tradizioni-carusinieddu-la-pasquetta.html, del 01 aprile 2013

3 – Angelo Campo, Strada principale e strade secondarie. Il caso di Carosino presso La Croce, tra la via Appia e la strada Sallentina, attraverso secoli e terremoti, Congedo, Galatina, 2014

4 – Primaldo Coco, Gli albanesi in terra d’Otranto, in Japigia, 1939

5 – Angelo Campo, Perché la chiesa di Carosino ha un secolo in più di quanto si pensi, è stato pubblicato sul blog dell’archeoclub di Carosino e dei territori del Mesochorum il 31 gennaio 2015; Cfr.: https://terredelmesochorum.wordpress.com/2015/01/31/perche-la-chiesa-di-carosino-ha-un-secolo-in-piu-di-quanto-si-pensi/#more-50

6 – Antonio Cinque, Carosino. Sopravvivenze storiche di una comunità. Studi e ricerche, Mandese, Taranto, 1988

7 – 8 – 9 in Antonio Cinque, Carosino. Sopravvivenze storiche di una comunità. Studi e ricerche, Mandese, Taranto, 1988

10 – Antonio Cinque, Economia rurale e aziende masserizie in Grottaglie fino al 1815, Mandese, Taranto, 1990

11 – Ruggiero Di Castiglione, La Massoneria nelle due Sicilie: E i fratelli meridionali del ‘700 – le provincie, vol IV, Gangemi Editore, 2012

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