Il mito letterario del Niger Galaesus

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immagine fotografica del fiume Galeso

di Alessio Sacquegna

Taranto, dai trascorsi gloriosi e lussureggianti, è oggi stuprata e denigrata dalla bieca cecità del modernismo e dalla leggerezza con cui, in solo mezzo secolo, è stato possibile attuare questa violenza. Credo che parole come futuro, progresso e dignità sono imbarazzanti se rapportate all’inadatto utilizzo dell’espressione lavoro. Queste parole sono ancora oggi astratte, e sono anche molto oscene, accanto al nome di Taranto e a quello dei suoi cittadini deceduti a causa di qualche tumore.

Vergognose politiche aziendali, scrupolosamente attente ai meri profitti economici, hanno usurpato di questo piacevole territorio e della sua millenaria storia: l’avvelenamento industriale che ha subìto la città, i tarantini e il paesaggio naturale circostante sono un gravoso prezzo da pagare. È vero che il lavoro nobilita l’uomo, ma non c’è futuroprogressodignità in simili circostanze.

Scostando la grigia cronaca del presente è ancora possibile rintracciare il mito poetico nel seno di ponente, dove sfocia il millenario Galeso: un fiume di origine carsica di circa 900 mt., tra i più piccoli al mondo, la cui foce è un piccolo laghetto situato tra Cavello e Statte. Nonostante la sua dimensione, esso è protagonista sin dall’antichità nella vita di Taranto e dei tarantini; il suo nome non è solamente legato a leggende popolari, ma è stato richiamato da celebri poeti del passato, i quali ne hanno consacrato il mito.

Durante il medioevo, il barone Riccardo di Taranto, di ritorno dalla prima crociata, fece costruire nei pressi del fiume l’Abbazia di Santa Maria del Galeso, la quale venne consacrata dall’allora arcivescovo Ghirardo al termine dei lavori, avvenuti nel 1169. Più recentemente, quando la città jonica ha subito la sua conversione in polo industriale del sud Italia, nel 1915 vennero installati i Cantieri Navali, oggi dismessi. Tuttavia ciò non è bastato a cancellare la millenaria storia di questo fiume e della sua città.

L’origine del nome è tuttora incerta ed è oggetto di dibattito, ma le tesi più accreditate lo vogliono di origine autoctona, poiché esso era già chiamato così ancor prima dell’arrivo dei lacedemoni e della fondazione della città. Lo storico, archeologo e abate abruzzese Domenico Romanelli (1756-1819) scriveva a tal proposito:1

“L’etimologia di questo piccolo fiume fu derivato dal canon. Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771) da radici orientali, che dinotavano trasmi graziarle (ossia trasmigrazione), da riferirsi o a Noachidi, ovvero a Cananei quivi rifuggiti. Gloria singolare per un piccolo fiume, e quasi ignoto, che abbia fissata così l’attenzione di popoli così celebri e rimoti. Il signor Cataldantonio Atenisio Carducci (1733-1775) ricorse ancora alla lingua ebraica, senza prima provare, che gli ebrei conimati nella Palestina avessero mai toccata l’Italia, e trovò felicemente la parola galas, che da la nozione di tosare. Che ne sia questa la vera etimologia, perché le lane delle pecore si tosavano nella sua riva, onde cantò Orazio. Da Virgilio si dice a questo fiume l’aggiunto di negro. Il quale fu aggiunto per derivare, o dalla profondità della sua origine, cioè da una palude, come pensò Adriano Turnebo (1512-1565), ovvero dalle folte ombre delle siepi e degli alberi che spalleggiavano il suo corso. Questa seconda opinione è appoggiata a Properzio, da cui si chiamò il Galeso colì aggiunto di ombroso per la sua spessezza di pini, che la circondavano.”

Inoltre, per altri studiosi e ricercatori, l’etimologia del termine potrebbe derivare dalla radice gal-, che allude a peculiari caratteristiche del fiume (dalle fresche acque), o dall’aggettivo albus, in accezione di bianco, altro riferimento al candeggio delle lane.

Il primo a citare il Galeso è lo storico greco Polibio, il quale narra che in occasione della seconda guerra punica tra Roma e Cartagine, a sostegno della potente Taras, giunse nell’anno 207 a.C. il generale Annibale, il quale avendo “lasciato sufficiente numero di soldati e i necessari cavalli a guardia della città e a difesa del mare, pose gli accampamenti in un luogo discosto dalla città quaranta stadi, presso il fiume che alcuni chiamano Galeso, ma dalla maggior parte Eurota, che bagna la Laconia e scorre presso Sparta: ed ha molta somiglianza la campagna e la città dei lacedemoni, con quella dei tarantini, perciocché questi sono, a detta di tutti, coloni ed anche congiunti di sangue dei primi.

Ad inaugurare l’epoca romana è il poeta venosino Quinto Orazio Flacco, il quale dedica splendide parole al suo amico Settimio, confidandogli il timore che se non fosse riuscito a tornare in patria, avrebbe desiderato che la morte lo sopraffacesse sulle rive del Galeso:2

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Quinto Orazio Flacco in un quadro ottocentesco di Giacomo de Chirico

Septimi, Gadis aditure mecum et Cantabrum indoctum iuga ferre nostra et barbars Syrtis, ubi Maura semper aestuat unda: Tibur Argeo positum colono sit meae sedes utinam senectae, sit modus lasso maris et viarum militiaeque. Unde si Parcae prohibent iniquae, dulce pellitis ovibus Galaesi flumen et regnata Laconi rura Phalantho. Ille terrarum mihi praeter omnes angulus ridet, ubi non Hymetto mella decedunt viridique certat baca Venafro; ver ubi longum tepidasque praebet luppiter brumas et amicus Aulon fertili Baccho minimum Falernis invidet uvis. Ille te mecum locus et beatae postulant arces; ibi tu calentem debita sparges lacrima favillam vatis amici.

L’ode di Orazio è stata ripresa anche da alcuni viaggiatori settecenteschi del gran tour che avevano deciso di spingersi ben oltre Napoli: il prussiano Johann H. von Riedesel barone di Eisenbach e l’abate francese Jean Claude Richard de Saint-Non. Il barone tedesco, che si trovava a Taranto nel 1771, ha riportato nelle sue memorie Viaggio attraverso la Sicilia e la Magna Grecia:3

Il Galeso, celebrato dagli antichi poeti:

Dulce pellitis ovibus Galesi flumen (Horat . Lib. II. Od. VI)

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Scorcio della riva del Galeso

Oggi non è se non un ruscello che va a sboccare nel mare piccolo, una specie di golfo, formato dal mare, dietro la Taranto attuale, e diviso in due parti da una lingua di terra. Quella razza di pecore bianche, una volta così celebri, che si lavavano nelle onde del Galeso, e che questo fiume proteggeva in una maniera speciale, è estinta, e non si veggono in questa contrada se non dei montoni neri, perché si è osservato che i bianchi, quanto mangiavano una certa pianta, molto comune nei dintorni di Taranto, morivano, mentre non produceva nessun danno ai montoni neri.

L’abate francese, autore del Voyage pittoresque ou Description des royaumes de Naples et de Sicile, riporta un quadro generoso del suggestivo paesaggio galesano, rincalzando la stessa denuncia di von Riedesel in riguardo all’estinzione delle pecore dalla candida lana:4

Seguendo i bordi del Mare Piccolo, siamo arrivati al punto in cui questo spazio di Mare si restringe tra due piccoli promontori. In questo luogo vi è un ponte, chiamato Ponto di Penne, con il quale si accede ad un sobborgo costruito sul lato opposto che si estende fino al Galeso, fiume così famoso di cui tanto si è cantato, però qui c’è solo un piccolo ruscello le cui acque scorrono lentamente attraverso le canne; è vero che esso non viene più servito per il lavaggio della lana tanto ricercata delle pecore bianche di cui parlava Orazio.

DULCE PELLITIS OVIBUS GALAESI FLUMEN, ODE VI, L. II.

Altro illustre poeta romano a citare il Galeso è Publio Virgilio Marone, al quale si deve l’aggettivo affibbiato al fiume di niger, ossia ombroso o scuro; un riferimento legato forse alla presenza di alghe che alteravano il suo colore o alla fitta vegetazione che lo cingeva:5

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Publio Virgilio Marone in un mosaico romano

Namque sub Oebaliae memim me turribus arcis, qui niger umectat flaventia culta Galaesus, Corycium vidisse senem, cui pauca relicti iugera ruris erant, nec fertilis illa iuvencis nec pecori opportuna seges nec comoda Baccho. Hic rarum tamen in duminis holus albaque circum lilia verbenasque premes vescumque papaver regnum aequabat opes animis seraque revertens nocte dominum dapibus mensas onerabat inemptis. Primum vere rosam atque autumno carpere poma et, cum tristishiemps etiamnum frigore saxa rumperet et glacie cursus frenaret aquarum, ille comam mollis iam tondebat hyacinti aestatem increpitans seram Zephirosque morantis.

Il passo di Virgilio, riguardante il vecchio Coricio, è invece ripreso da un altro viaggiatore settecentesco del gran tour: l’inglese Henry Swinburne. Lo scrittore britannico, citando un’altro fiume carsico che sfocia nel seno di levante del Mar Piccolo, il Cervaro, offre molti spunti di riflessione nel suo manoscritto Viaggio nel Regno delle Due Sicilie negli anni 1777,1778, 1779 & 1780:6

Attraverso questa landa scorre il Cervaro, un piccolo ruscello di acque biancastre che fluisce nella baia a nord-est. Alcuni autori credono sia il Galeso, per via della coincidenza della distanza di cinque miglia dalla città di Taranto che Polibio aveva determinato; un’altra prova di ciò potrebbe essere l’aggettivo bianco che Marziale aveva utilizzato per riferirsi al Galeso, dato che le acque del fiume in questione si tingono delle particelle gessose e marnose del terreno circostante. Questa caratteristica saponacea può aver reso l‟acqua particolarmente efficace per purificare e sbiancare le pelli lavate nel fiume. Quando Virgilio usò il termine Niger per questo fiume, forse alludeva alla fitta foresta di pini che ombreggiava le sue sponde. Sesto Properzio, parlando così al bardo mantovano:7


Tu canis umbrosi subter pineta Galesi

Thyrsin et attritis Daphnin arundinibus


sembra insinuare che Virgilio compose le sue Ecloghe a Taranto o in qualche grande casa vicina, forse la stessa dove lui dice di aver preso lezioni di agricoltura da Coricio, il pirata illirico portato da Pompeo in queste valli:


Namque sub Oebaliae me
mini me turribus altis

Qua niger humectat flaventia culta Galeso

Corycium vidisse senem

In prossimità della sorgente del fiume Cervaro, vicino alla palude La Vela, era stato eretto nel 1597 dai Frati Cappuccini il complesso del Convento Battendieri. Questi frati erano dediti alla follatura della lana, e perciò Swinburne propone una meravigliosa dissertazione, riallanciando il suo presente all’antica razza ovinide:8

Mentre pensavo ai suddetti fatti e mi sforzavo di sentirmi soddisfatto per il fatto di stare per davvero sulle sponde di un fiume famoso, un anziano pastore si avvicinò col suo gregge e liberamente iniziò a conversare: fui lieto di venire a conoscenza di alcuni particolari che riguardavano le pecore tarantine e la diffusa opinione che non ve n’erano più di bianche in quei pascoli perché soggette all’avvelenamento causato dalle foglie del fumolo (una specie di hypericum crispum, detto anche pianta di Saint John o polyadelphia poliandria di Linnaeus); mentre le pecore marroni possono gironzolarci attorno al sicuro. È per questa ragione, si dice, che non si vedono più pecore bianche nelle greggi, nessun vello, se non nero o di colore marrone scuro. L’anziano signore sorrise alle mie domande e puntando alle molte pecore bianche nel suo gregge rispose che non era per via del colore ma della specie che l’animale poteva subire i danni di quelle erbe nocive: le pecore gentili, cioè la razza di pecore delicate, sono molto più inclini a morire per questo e altri incidenti rispetto alle pecore moscie, o carfagne, una razza più selvaggia e scadente, tanto che la prima razza è quasi completamente distrutta. Per spiegare questo in maniera soddisfacente, è necessario che io allarghi l’argomento e che ricapitoli quello che sappiamo sulle greggi degli antichi tarantini, sui tentativi fatti recentemente per rianimare il valore della lana pugliese e sulle cause che hanno annullato queste intenzioni e fatto abortire il piano. Columella ci dice che i tarantini ibridarono la loro razza delicata con montoni stranieri selvaggi di un bel colore bruno e che la lana dei loro agnelli aveva il colore forte e lucente del fuoco e l’ondosa setosità della madre. Per aumentare lucentezza e morbidezza usavano avvolgere la pecora in una specie di cappotto di pelle che toglievano di tanto in tanto quando la bestia aveva troppo caldo; poi lavavano e mettevano a mollo la lana in vino e olio fino a che era satura degli abbondanti impacchi. Prima della tosatura, la pecora era lavata nel Galeso e in tutte le stagioni messa al chiuso in ovili puliti, lontana dalla sporcizia. Non erano mai portate fuori per mangiare se il sole non aveva asciugato la rugiada poiché lo zampillare delle gocce dall’erba poteva infiammare i loro occhi. Questo processo e il fatto che gli antichi non parlassero della bianchezza della lana tarantina erano prova di quanto Sannazaro e altri moderni avessero confuso tempi e idee nell’elogiare tale lana per la tua tinta lattea. Il colore scuro non impediva affatto l’assorbimento del colore porpora scuro, che i tarantini amavano moltissimo. Dopo la caduta di Roma, una lunga successione di guerre e devastazioni privò questo paese di tutti i vantaggi acquisiti e ne modificò così orrendamente persino il clima, tanto da distruggere anche i frutti che la natura gli donava. Quando manifatturieri e manifatture furono distrutti le merci primarie persero il loro valore e non valse più la pena, per il pastore che pur era depositario della migliore arte in questo mestiere, affannarsi per preservare la purezza di sangue o aver delicatezza nel ricoprire le sue pecore; quegli accorgimenti non ebbero più ammiratori o compratori e quindi presto la razza degenerò. Federico di Svevia fece qualche passo avanti riprendendo questo ramo del commercio, ma la sfortuna della sua famiglia rese vani i suoi progetti. L’introduzione di bachi da seta dall’est da parte di re Ruggero si rivelò un fatale freno alla richiesta di lana raffinata; e il peso delle tasse imposto su queste merci dai principi angioini, dopo che persero la Sicilia, completò la distruzione della razza più fine. Per via della loro costituzione delicata, queste richiedevano sistemazioni costose e attenzione costante per portare profitto; quindi, i pastori pugliesi che per indigenza non potevano procurare questo tipo di comodità, abbandonarono questa razza delicata e si interessarono ad una varietà più rozza, di solito nera o marrone, robusta e capace di nutrirsi impunemente con piante e specie d’erba che avrebbero reso cieche o deboli, se non addirittura avvelenato, le pecore gentili. Questa razza era così svilita nel quindicesimo secolo e i fattori ridotti in tale miseria che Giovanna II scelse piuttosto di ridurre le tasse poste sulla lana da suo fratello più che di tentare una miglioria, per la quale necessitava di professionalità e industriosità. Alfonso I, che aveva visioni più ampie e godeva di una maggiore pace e di più agio del suo predecessore, risolse col procurare per i suoi domini napoletani una razza di pecore perfezionata, inviata in regalo ad uno dei suoi antenati dal re dell’Inghilterra, che aveva già portato sostanziali vantaggi nel regno d’Aragona.
Per ottenere questo egli fece trasportare un appropriato numero di pecore e montoni, la prole di quelli inglesi, in Puglia. Ferdinando I, volenteroso nell’appoggiare il sistema di suo padre, incoraggiò la manifattura della lana invitando lavoratori dai luoghi stranieri dove questo commercio fioriva; ma le tasse imposte da questi due sovrani produssero in definitiva effetti molto pericolosi. Essi tassarono pesantemente le classi più povere e i fattori e la vendita della lana non bastava a risarcire questi ultimi di eventuali perdite dovute a brutte annate o incidenti. L’oppressione di viceré bisognosi e ignoranti, obbligati ad anticipare o a ipotecare ogni entrata per sopperire alle richieste continue del ministero spagnolo, aumentò così tanto il danno che la razza bianca fu completamente abbandonata e ad oggi il numero di pecore gentili è trascurabile nel distretto di Taranto. Poca accuratezza è oggi usata nella scelta dei montoni o degli incroci più appropriati, per cui la lana non è così raffinata come potrebbe essere, anche se è ancora di buona qualità. Una migliore gestione o impiego di materie prime in casa potrebbe creare una fonte inesauribile di benessere per lo stato. La carne delle pecore gentili è più floscia, fibrosa, insipida e quindi più economica rispetto a quella della moscia; ed è prevista una multa per i macellai che fanno passare la carne dell’una per quella dell’altra.

Al Galeso è inoltre affiancata un’antica leggenda riguardante la mitilicoltura e le note cozze tarantine. Questa è riportata nel manoscritto di Tommaso Niccolò d’Aquino, Delle delizie tarantine, la cui versione originale è andata perduta, mentre a noi è pervenuta la copia curata da Cataldantonio Atenisio Carducci:9

Hic sed mira canam: nigras quas aequora conchas Oebaliae servant, riguo data munera coelo, Edocuit quemdam indigenum, qui culta, Galesus, Alluit, et parvo numen qui praesidet alveo. Tempore jam ex illo, cum urbis cunabula prima Accolerent, et cymba prius per caerula remis Curreret, aequorei populans uda agmina Nerei: Vir fuit Oebaliae, quo non praestantior alter Retibus, aut hamis, vel arundine, fallere pisces. Antigenes huic nomen erat, cui serior aetas Canitiem dederat, tergoque labante recurvo Desierat luctari undis, et quaerere praedam, Dum fera saevit hyems: at vero aestate serena Littora verrebat circum, aut prope flumina captans Squamigerum pecus, et laetus sub paupere tecto, Exiguus voti, soles fallebat inertes. Spelunca alta fuit, musco variata marino: Exitus hinc fluvii patuit: nunc obruta magna Annorum serie jacet, aevi immane tropaeum. Antra Therapnaeus coluit secreta Galaesus, Caerulei rex ipse loci, generator aquarum. Huc forte aestate in media, cum Delius ardet, Antigenes venit, qua frigore dulcis opaco Aestivas hyemes afflat zephyrosque salubres Rupis odoratae statio, vitreique fluenti Rauca fremunt lymphae: nec dissita murmura longe Labuntur cursu, subitus sed nexilis error Implicat obliquum parvo callem labyrintho. Viribus effoetis, gelido consederat antro Ut primum senior, gremio laetatus amoeno, Undisonans inter visum se attolere frondes Flumineum numen, cui tempora glauca coronat Populus, et duplici serto praecinxit arundo. Ille autem obstupuit dubia formidine pressus, Ignarusque novi vultus, nec flumina novit: Ac veluti nemore in magno sub nocte vaganti Terribiles visu formae se phasmata produnt, Constitit incertus, spectrumque exterritus hausit: Incoeptum nec iter sequitur, gressusve retorquet. Tunc vero numen pavitatem, ac multa timentem Talibus aggreditur dictis: absiste moveri, Antigenes piscator, aquae sum praeses, et alvei Fluctibus allabens felicia culta Galaesus, Ipse ego piscatum leges, et signa docebo Plurima, quae secreta latent, atque arcana recondam: Inspirant superi magnam mihi mentem, animumque: Accipe quae peragenda: tuumque in saecula nomen Attollent Lycidas, atque aequoris incola Milcon. Sic memorat, cessitque timor: quin extitit ultro Coelestes audire sonos, et pendet ab ore Antigenes: contra flumen dehin farier infit. Albenti quidquid Latonae subjacet orbi, Aethereis alitur signis: hinc decidit humor Irriguus, nactus causam, et primordia rerum: Inde pecus Nerei, depictae et murice conchae. Luminibus vix nota cadunt ea semina coelo: Donec longa dies diuturni temporis aevo Concretum perfecit opus, solidamque figuram Gemmea lympha rigans, rorisque argentues imber Et scopulos, et saxa, brevi concham efficit orbe. Nunc ignota jacet, parvo nec semine crescit: Incrementa etenim nova quae solertia praebet, Adverte, Antigenes, facilisque meam accipe mentem. Humida septenis oritur cum pleïas astris, Principio, oblongos imo praefigite palos Doridis exiguae: coelo tunc decidit alto Ros tenuis, riguae tunc prodiga gaza pruinae Foedere candenti pinosque, et saxa maritat. Delia cum pleno collucet pronuba cornu, Aut lacrimis aurora suis, et coelite nimbo, Roscidus in tenues guttas aut solvitur aër, Parvula contractis adolescunt semina lymphis, Et sensim insinuant formas: nec tempore longo Conchula majori protenditur edita succo, Quam natura parens nigra testudine vestit. Baltheus at medius cum fulserit Oriónis, Sole oriente novo, Cochleas divellite palis, Concretosque globos imo demittite ponto, Praesertim Tethys qua rauca reciprocat aestum Aequoris Jonii refluentis ad ostia fluctus: Augebunt sed enim maris impriga caerula cursu Vel decurva sinu parvi prope littora Nerei Proijcies fundo: sedes accomoda conchae est. Hic dulces latices, mirum! salsum inter hiatum Exiliunt, Cochleas juvat, aeternumque juvabit Irriguus nascentis aquae fons aequore in ipso: Hinc locus aspicitur, longe nec dissitus extat.

Ed è ancora Niccolò Tommaso d’Aquino a rievocare il Galeso, incitando il suo amico Cataldantonio Atenisio Carducci a terminare il Deliciae Tarantinae qualora il tempo glielo avrebbe impedito:10

Tu vero ante alios fortunatissimus heros, Carducci, sacra quem Melites insignia cingunt, Dulcis onor patriae, mihi foedere vinctus amico, Sanguine cognato vinctus, tu perfice munus. Te vocat Oebaliae lucus, te nota Galaesi Thessala, te nemorum invitant decora alta comantum, Et zephiri molles, atque aptior aestibus umbra.

Il niger Galaesus, oltre a trovare importante fama presso gli antichi, quali alcuni abbiamo già avuto modo di citarli – si ricordano tutti: Polibio, Quinto Orazio Flacco, Publio Virgilio Marone, Sesto Aurelio Properzio, Marco Valerio Marziale e Claudio Claudiano –, trova confermata fortuna anche in epoca moderna. Tra questi autori contemporanei spicca Jacopo Sannazaro (1457 – 1530), autore de L’Arcadia, opera scritta tra il 1480 e il 1504; nelle Elegie scriveva in riferimento al Galeso:11

Mox salentinus ibis metator in agros qua secat Oebalia culta Galesus aqua.

Dello stesso periodo è il poeta, umanista e drammaturgo toscano Agnolo Ambrogini, detto Poliziano (1454 – 1494), il quale scrive all’interno del componimento Manto, una delle sue quattro Sylvae:12

Iamque Phalantei resonant pineta Galaesi, Tityre, te vacuo meditantem murmur in antro, iamque tuam dociles recinunt Amaryllida silvae.

Il Galeso viene anche citato dal poeta e commediografo emiliano Ludovico Ariosto (1474-1533), nella sua opera maggiore, L’Orlando Furioso. È quindi ripreso il canto trentunesimo capolavoro cinquecentesco scritto tra il 1516 e il 1532:13

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Ludovico Ariosto, autore de L’Orlando Furioso

Ed or, perch’abbia il Magno Carlo aiuto,

lasciò con poca guardia il suo castello.

Tra gli African questo drappel venuto,

questo drappel del cui valor favello,

ne fece quel che del gregge lanuto

sul falanteo Galeso il lupo fello,

o quel soglia, del barbato, appresso

il barbaro Cinifio, il leon spesso.

Trecento anni dopo, a seguire le orme dell’emiliano Ariosto è un romagnolo, ritenuto tra i maggiori esponenti del decadentismo italiano. A celebrare il Galeso è dunque Giovanni Pascoli (1855-1912) nel componimento poetico in latino Senex Corycius (1902), successivamente inserito nella raccolta Liber de Poetis:14

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Giovanni Pascoli, autore del Senex Corycius

Unam vidit apem cum secum diceret aeger

Vergilius: “Sic ista tepet tibi bruma, Tarentum?

Sic mihi terrarum super omnes, angule, rides?

Sic, flumen, glacie consistis, dulce Galesi?

Infine si ricorda anche un allievo pascoliano, Adolfo Gandiglio (1876-1931), che con Prope Galaesum (cioé presso il Galeso) nel 1927 si classifica in seconda posizione nel prestigioso premio letterario di lingua latina, il Certatem poeticum Hoeufftianum, il quale si svolgeva annualmente ad Amsterdam tra il 1844 ed il 1978:15

“Turres adverso procul ardens sole Tarenti interlucentis supra pineta Galaesi.”

NOTE

1 Domenico Romanelli, Antica topografia istorica del Regno di Napoli, Stamperia Reale, Napoli, 1815

2 Orazio, Carmina, Libro II, 6, “A Settimio” – traduzione: “Settimio, con me verresti a Càdice, tra i càntabri ribelli al nostro giogo, nelle barbare Sirti dove l’onda mauritana sempre ribolle; ma come vorrei che Tivoli, fondata da coloni greci, fosse la sede della mia vecchiaia, fosse il punto d’arrivo per me, stanco di viaggi sulla terra, sul mare e di imprese militari. E se da qui il destino si accanisse a negarmelo, ripiegherò nelle terre su cui regnò Falanto di Laconia, dove le rive del Galeso son gradite alle greggi fasciate dalle pelli. Quell’angolo di mondo più di ogni altro mi sorride, là dove i profumi d’Imetto si ritrovano nel miele, il verde di Venafro negli ulivi, là dove Giove offre inverni miti alternati a lunghe primavere, dove il poggio di Aulon, amico a Bacco rigoglioso, fermenta vini inebrianti come l’uva che produce Falerno. Quel luogo, cinto da ridenti colline, ci vuole là insieme, l’uno e l’altro; anche se qui un giorno dovrai piangere sulle ceneri ardenti del tuo poeta amico.

3 Johann Hermann von Riedesel, Viaggio attraverso la Sicilia e la Magna Grecia, T. Scamardi (a cura di), C.I.S.V.A., 2006

4 Jean Claude Richard de Saint-Non, Viaggio pittoresco o Descrizione dei Regni di Napoli e di Sicilia – vol. III, M. Prinari (a cura di), C.I.S.V.A., 2010

5 Virgilio, Georgiche, Libro IV, 125-138, “De Coricio” – traduzione: “Ricordo infatti che sotto le torri della rocca Ebalia, le cui bionde coltivazioni vengono irrigate dall’oscuro Galeso, ho conosciuto un vecchio di Corico a cui spettavano pochi iugeri di terreno abbandonato; terreno sfavorevole all’aratro dei buoi, né favorevole al pascolo dei greggi, né adatto a Bacco. Eppure costui, che usava piantare qua e là, fra rovi e tutt’intorno legumi, gigli bianchi, verbène e tenui papaveri, in cuor suo uguagliava l’opulenza dei re; e a tarda sera, tornando a casa, riempiva la mensa con cibo non comperato. Era il primo a cogliere la rosa in primavera e la frutta in autunno; e quando il triste inverno tagliava ancora le pietre con le gelate, e frenava col ghiaccio lo scorrere delle acque, egli tosava già la chioma del delicato giacinto, incurante dell’estate tardiva e degli zefiri indugianti.

6 Henry Swinburne, Voyages dans les deux Siciles dans le années 1777, 1778, 1779 & 1780, M. de Keralio (a cura di), Théophile Barrois le jeune, 1785

7 Properzio, Elegie, Libro II, 34, 68 – traduzione: “[O Virgilio] tu canti, per le pinete dell’ombroso Galeso, Tirsi e Dafne con le loro vecchie canne.

8 Henry Swinburne, op. cit.

9 Tommaso Niccolò d’Aquino, Delle delizie tarantine, Libro II, 262-348 – traduzione: “Ma qui dirò cose meravigliose: quali nere conche serbi il mare tarantino, doni concessogli dal cielo. Il Galeso che bagna i campi e qual divinità presiede a quel piccolo fiume, ne istruì un nostro concittadino. Sin da quel tempo che la città cominciò a popolarsi e che le prime barche scorrevano pel nostro mare a far preda dei pesci, vivea in Ebalia un uomo, il quale non aveva eguali nel pescare con reti o con ami o colla canna. Si chiamava Antigene; la tarda età gli avea già imbiancato i capelli, ed essendo già curvo e cadente avea cessato di lottar colle onde e di cercar prede nel rigido inverno. Ma giunta l’estate scorreva d’intorno ai lidi o alle foci dei fiumi per far pesca, indi felice sotto il povero tetto e contento del poco passava nell’ozio i suoi giorni. Sorgeva un’alta spelonca coperta di muschio marino: di qua scaturiva il fiume. Ora, quasi trofeo del tempo, giace interrata per la lunga serie degli anni. Questi antri segreti abitò il Terraneo Galeso, quel re del luogo che fa scaturire le acque. Quivi nel mezzo dell’estate, quando più forte è il caldo, venne Antigene dove l’opaca spelonca della rupe odorosa spira fresche e salubri aure e dove fremono raucamente le onde del limpido fiume; né la corrente mormora per lungo corso, imperocché raggirandosi tosto per quell’obliquo calle, lo ravvolge in piccolo labirinto.Già franto di forze, non appena quel vecchio si era seduto nel freddo antro e godeva dell’amena verzura, gli sembrò di vedere sollevarsi tra quelle piante acquatiche il dio del fiume, il quale tiene la fronte coronata di pioppo e di duplice canna. Quegli, preso da paura, stupì, non riconoscendo quel volto, né quel fiume tramutato in dio. E come di notte in un gran bosco si fanno innanzi al viandante dei fantasmi terribili a vedersi, incerto egli fa sosta e, spaventato, guarda fisso lo spettro, né prosegue il cammino, ma ritorce i passi. Allora il nume con tali detti si rivolge a lui pieno di molta paura: «O pescatore Antigene, fermati, io sono il dio di questa acqua, Galeso, che bagno queste felici campagne con l’onda di questo fiume. Io t’insegnerò le leggi dei pescatori e molti indizi, che restano segreti, io ti svelerò gli arcani. Gli dei mi spirano gran mente e cuore. Apprendi quel che dee farsi: Licida e Milcone abitatore delle acque leveranno a cielo il tuo nome nel tempo avvenire.» Così parla, e Antigene cessa di temere; che anzi volenterosamente si ferma ad udire quei suoni celesti e pende dalla bocca di quel dio. Di rincontro il fiume poscia comincia a parlare: «Quanto giace sotto il bianco cerchio della luna, tutto trae alimento dagli astri: di là piove fecondo umore, che addiviene causa e principio delle cose; di là hanno vita i pesci e le conchiglie dipinte dal murice. Quei semi, appena scorti dall’occhio, cadono dal cielo, finché per sopra del tempo diuturno si rassodano e la limpida acqua, scorrendo sulla solida forma, e l’argentina rugiada su gli scogli e i sassi, compone la conchiglia di breve guscio. Ora essa giace ignorata, né cresce dal suo piccolo seno: ascolta quindi, o Antigene, quali nuovi incrementi possa l’industria apprestarle e prontamente accogli il mio pensiero. Quando sorgono le prime sette umide Plejadi, tu nel fondo del mare Piccolo pianta dei lunghi pali: allora cade dal cielo la rugiada e abbondantemente l’umida brina feconda quei pini e quei sassi. Quando è luna piena, o l’Aurora si scioglie in stille di celeste rugiada, o l’umida aria in tenui gocciole, allora i piccoli semi, rappresi quelli umori, crescono e a poco a poco prendono forma. Né dopo lungo tempo la piccola conchiglia cresce, nutrita da succhi più abbondanti, e Madre Natura la ricopre di nera scorza. Ma quando allo spuntar del sole riluce Orione in mezzo alla costellazione, distacca le chiocciole dai pali e sommerge gli induriti globi in fondo del mare, specialmente là dove mormora il flusso e riflusso allo sbocco dei flutti del mare. Imperocché quelle onde, col loro agitarsi, faranno crescere le conchiglie. Ovvero le getterai giù nel mare Piccolo presso i ricurvi lidi: qui è sito acconcio alle conchiglie. Qui fra le salse onde, o meraviglia! zampillano acque dolci, e gioverà sempre alle chiocciole una vena d’acqua sorgiva in mezzo al mare. Il luogo si vede, né è troppo discosto.
10 Tommaso Niccolò d’Aquino, op. cit., Libro III, 19-25 – traduzione: “Tu poi, o Carducci, fortunatissimo tra tutti gli eroi, cui cingono le sacre insegne di Malta, tu, decoro della patria diletta, congiunto a me coi vincoli dell’amicizia e del sangue, tu dà l’ultima mano a quest’opera. Te lo chiede il bosco di Ebalia, Te lo chiedono i sacri penetrali del Galeso, ti invitano le selve maestose, e i dolci zefiri, e l’ombra che tempra i raggi estivi.
11 Jacopo Sannazaro, Elegie, Libro III, I, 73-74 – traduzione: “E subito andrai là, a segnare i confini delle terre salentine dove il Galeso bagna con l’acqua sua gli ebalici campi fecondi.
12 Agnolo Poliziano, Sylvae, Manto, 110 – traduzione: “Già risuonano, o Titiro, le pinete del falenteo Galeso, mentre tu ne ascolti il mormorio nel vuoto antro, e già le amabili selve decantano la tua Amarilli.
13 Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, Canto XXXI, 58.
14 Giovanni Pascoli, Liber de Poetis, Senex Corycius, I, 1-4 – traduzione: “Vide un’ape, e rattristato, fra sé e sé esclamò Virgilio: “È dunque questo il tuo inverno tiepido, Taranto? È questo l’angolo che mi sorride sopra ogni altra terra? È questo il dolce fiume Galeso, dal gelo ora sbarrato?
15 Adolfo Gandiglio, Prope Galaesum, 41-42 – traduzione: “Di lontano brillano di contorno al sole le torri di Taranto sopra la pineta del Galeso che di luci traluce.

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