Sava-Castelli, la città sotterranea e la necropoli. Documenti, tracce e testimonianze di un antico centro abitato precedente la Sava del XV secolo.

di Gianfranco Mele

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Accanto agli avanzi dei massicci castelli, situati al confine del feudo oritano e della foresta tarantina sulla via Appia Traiana, sorsero le prime abitazioni di Sava. I profughi dei vicini paesi Aliano, Pasano e Bagnolo, all’ombra di queste fortezze con torri merlate, in parte cadenti, si raccolsero e nelle antiche vie Vetere e Portoreale, edificarono le prime casette, piccole e basse, con tetti coperti di paglia e di embrici, con impannate alle finestre e grosse porte di legno… “

(Primaldo Coco, Progresso e sviluppo di Sava (1454-1630), in “Cenni storici di Sava”, pag. 119).

Introduzione

I savesi più anziani, e in particolar modo quelli che abitano o hanno abitato la zona del centro hanno ancora memoria dei racconti tramandati in merito ai sotterranei del paese.

Non è difficile notare che la maggior parte delle abitazioni situate nei paraggi di Piazza S. Giovanni e in parte delle zone circostanti non ha canali di scolo delle acque piovane esternamente visibili. Questo, proprio perché nella costruzione delle antiche abitazioni del centro vennero utilizzati, per il convogliamento delle acque piovane, i cunicoli sotterranei di cui si tratterà in questo scritto. La presenza dei cunicoli ha inoltre potuto supplire in parte del paese alla mancanza di sistema fognario (sic!): notoriamente, molte abitazioni scaricano i liquami nei cosiddetti “capujienti”, ovvero in “pozzi” che mai vengono svuotati e che si perdono nella falda. Questa amara realtà oltre che riportarci alle considerazioni del caso sulla incredibile assenza di sistema fognario, ci fa anche riflettere circa il danno e l’irrimediabilità nei confronti dei “cunicoli” che, se preservati e non intaccati dagli scarichi piovani e fognari, attraverso una qualsivoglia via d’accesso avrebbero potuto raccontarci molte cose mai appieno indagate della storia e dell’antichità dei luoghi.

Dopo la morte dello studioso Gaetano Pichierri, si interrompe la ricerca sulla storia precedente l’edificazione della Sava che tutti conosciamo: ovvero, una ricerca iniziata con Achille D’Elia, citata e ripresa in parte dal Coco, e ripresa a cuore oltre mezzo secolo dopo dopo dal Pichierri. Gli storici e i ricercatori contemporanei e successivi al Pichierri omettono di tenere nella giusta considerazione questo pezzo della storia di Sava, sia perchè non hanno ulteriori elementi su cui avviare indagini ricostruttive, sia perché giudicano, in molti casi, speculative, congetturali o non suffragate dalle necessarie prove, le testimonianze e le ricerche fornite in merito ai “Castelli” e ai sotterranei. Per la descrizione di questi aspetti, sia il D’Elia che il Coco e il Pichierri si servono quasi prevalentemente di metodologie di stampo etnografico, evidentemente non familiari e non concepite come valide per i ricercatori successivi, abituati per forma mentis o curricula specifici ad indagare esclusivamente attraverso l’apporto documentale. L’indagine in merito alla storia dei nostri luoghi risulta però monca proprio di questo fondamentale aspetto e di questo tipo di approccio metodologico: il contributo etnografico a complemento e completamento delle informazioni. Già gli aspetti archeologici, non indagati propriamente da esperti del settore, ma affidati al buon senso e all’improvvisazione di storici ed umanisti che si muniscono (sia pur lodevolmente e con grande spirito di ricerca) di nozioni in merito, ma senza essere cultori specifici del ramo, impoveriscono la ricerca e sottraggono importanti e decisive prove. L’“abitudine” a non considerare metodi etnografici a vantaggio esclusivo della ricerca di documenti storici di tipo archiviale, striminzisce poi del tutto la ricerca e la possibilità di aggiungere altri importanti tasselli.

L’intento principale di questo lavoro è proprio quello di riportare nella giusta considerazione le testimonianze, le fonti e le prove fornite dagli studiosi che hanno utilizzato metodi di indagine e di informazione “non ortodossi” secondo i criteri di chi ha privilegiato esclusivamente la ricerca di tipo bibliotecario o archivistico. L’affermazione e il racconto di una sola, singola persona in merito all’esistenza di una rete di strade e strutture sotterranee, per quanto corredata di descrizioni particolareggiate e di rassicurazioni circa la diretta visione del reperto, potrebbe anche metterci nella condizione di affermare “non è certo, non è provato che le cose siano effettivamente così” e di bollare come “dicerie” “leggende” e “fantasie popolari” l’affermazione. Ma nel momento in cui più persone, diverse, nel tempo, negli anni, nei secoli, forniscono la stessa descrizione, la arricchiscono di particolari che collimano, senza che vi sia una “rete” di storie che si tramandano tra costoro, ovvero nel momento in cui gli stessi sono soggetti slegati dalla possibilità di aver assorbito univocamente una leggenda, allora siamo in presenza di una serie di testimonianze che statisticamente danno prova della veridicità di un fatto. Più cresce il numero di persone lontane tra loro nel tempo e nello spazio fisico che testimoniano e raccontano gli stessi fatti, con dovizia e aggiunta e coincidenza di particolari, più siamo in presenza di dati che vanno assolutamente presi in considerazione. Nel caso specifico dei Castelli e dei sotterranei savesi oltre al cumulo di notizie oralmente apprese e tramandate in seno al “popolo”, si aggiungono anche prove tangibili, per quanto episodiche e non numerose: come ad esempio un reperto fotografico inerente un vaso a vernice attica, la visione alla portata di tutti di un cunicolo apparso negli anni ’80 a seguito del cedimento dell’asfalto in piazza, le precise testimonianze raccolte per iscritto e con dovizia di particolari da parte di alcuni storici del passato.

Poiché buona parte dei dati che riprenderò in questo scritto sono di matrice etnografica, e sono citati (nei documenti originali), le generalità estese dei testimoni, in assenza di certezze in merito all’effettivo assenso da parte degli stessi al trattamento delle suddette generalità e di altri dati tutelati nella moderna legislazione dalla normativa sulla privacy (inesistente ai tempi dei rapporti degli autori dei quali riprenderò passaggi), ometterò di citare per esteso i cognomi dei vari testimoni o intervistati, eccezion fatta, ovviamente, per le generalità di personaggi concernenti atti e documenti di acclarato e pubblico dominio.

Sava nasce sulle rovine dell’antico casale Castelli

Stando alle fonti e alle testimonianze pervenuteci, Sava sorge, ad opera degli esodati abitanti di Pasano, Agliano e S. Maria di Bagnolo (in fuga dai loro casali distrutti da continue scorrerie durante le guerre di secessione tra Angioini ed Aragonesi) sulle rovine di un antico casale denominato Castelli. Si fa menzione di Sava per la prima volta, nei documenti scritti rintracciati dagli storici, in un assenso prestato dalla Regina Giovanna II nel 1417 al milite Ciccarello Montefuscolo, per comprare alcune terre annesse al Principato di Taranto tra cui il Casalis Save.1

Dell’antico casale Castelli invece fornisce alcune notizie Giacomo Arditi:

Il territorio si appoggia sul sabbione e sul calcare di varia specie; nel predio Castelli, appo l’abitato, sogliono scavando rinvenirsi delle monete di tipo greco […] Qui d’appresso esisteva una volta il casale appellato Castelli, e ne fan fede il nome che ancora dura nella contrada, le due vecchie vie che esistono e che chiamano Vetere o Portoreale, e i ruderi e le monete accennate di sopra. Distrutto Castelli nel sec. XV, o per vecchiezza, o per incidenza delle guerre e dei conflitti allor combattuti tra Spagnuoli e Francesi, i suoi abitanti eressero vicin vicino quest’altro appellato Sava […] “ 2

Altri dettagli li fornisce il Coco, spostando tuttavia di circa un secolo (in antecedenza) rispetto alla ricostruzione dell’Arditi l’insediamento nel vecchio e diruto casale Castelli da parte delle genti che abbandonano Agliano, Pasano e Bagnolo. La distruzione e il conseguente abbandono di questi tre casali avviene, difatti, secondo quanto riportato dal Coco, nel 13783. Nella sua descrizione, il Coco cita inoltre l’esistenza dei cunicoli sotterranei presso i Castelli:

La maggior parte di questi profughi per sfuggire alla morte vennero a dimorare in un luogo più sicuro messo sul confine del feudo di Pasano o di Aliano dalla parte del Levante, nella contrada chiamata i Castelli, ove poteano in tempi di persecuzioni facilmente salvarsi nei diversi cunicoli sotterranei che vi erano e che tuttora in parte sussistono”4

Circa l’esistenza, ai suoi tempi, di tracce ancora visibili dei sotterranei, il Coco menziona a questo punto, in una nota del suo scritto, due testimoni che hanno percorso e visitato i cunicoli:

Ce ne assicurò il Sig. Carmelo Spagnuolo Rochira; e Cosimo Soloperto mastro muratore attesta di essere sceso e camminato in questi cunicoli”5

Così prosegue poi nella descrizione dell’esodo dai tre casali ai Castelli:

Venuta la tregua, alcuni tornarono ad abitare Pasano. Gli altri si stabilirono e cominciarono a fabbricare le loro case accanto ai vecchi Castelli in parte rovinati e cadenti, che, neri e minacciosi posti sul confine del territorio oritano, sulla via Appia Traiana, detta anche Augusta Salentina, servivano di dimora e di difesa alle sentinelle che avevano cura di guardare la foresta oritana da aggressioni che poteano venire dal confinante agro tarantino. Da questo aggruppamento fortuito di case sorse Sava, detto prima Castelli dal latino Castitia6

Il Coco fa derivare la parola Castelli dal latino Castitia nell’accezione di “piccolo agglomerato di case”. Prosegue quindi, facendo riferimento all’origine della attuale Sava fondata sulle rovine di tali Castitia:

L’origine, adunque, di questo paese deve stabilirsi sulla fine del secolo XIV. Già di esso si fa menzione in un assenso prestato dalla Regina Giovanna II nel 1417 al milite Ciccarello Montefuscolo, per comprare la Baronia di Uggiano col suo Castello, col Casale di Erchie e con i feudi di S. Vito e di S. Stefano e con altri tenimenti nei dintorni di Casalvetere. In questo documento certo interessante per quella baronia, leggesi “de ipsa Baronia Ogiani sita et posita in provintia terre Idronti subscriptis finibus designatis videlicet casale et castrum seu fortellitium ogiani cum ipso feudo sancti viti iuxta territorium Mandurini, territorium Casalis Novi, iuxta territorium Casalis Balneoli territorium Casalis Save et alios confines”.

Pare che fosse allora stato abitato per un trentennio o poco più. Per nuove incursioni lo troviamo disabitato verso il 1454 e poscia riabitato verso la seconda metà del secolo XV. “7

Tracce e descrizioni dell’antico agglomerato “Castelli”

La più importante fonte descrittiva dell’agglomerato antecedente l’attuale Sava e denominato Castelli, sul quale Sava viene fondata, consiste in un manoscritto del 1889 di Achille D’Elia, andato perduto8 ma del quale il Coco fornisce vari stralci. Il Manoscritto aveva per titolo “Sava e il suo feudo, Storia paesana”. Il D’Elia esordisce lamentando il fatto che nessuno si sia occupato compiutamente di descrivere la storia di Sava (eccetto le brevi descrizioni fornite dal Giustiniani9 , e quelle dell’Arditi e del Valente che il D’Elia raccoglie e riporta). Ma ecco i primi passaggi del D’Elia riportati dal Coco:

L’oblio che copre la storia di Sava, ameno e ridente borgo in Terra d’Otranto, e la dimenticanza, in questi cittadini, di quel poco che riguardar possa le vicende passate del lor paese natio mi hanno spesse volte tentato a scriverne qualcosa: ma spesso ancora, scoraggiato, ho dovuto smettere l’idea, e per l’ assoluta mancanza in queste famiglie, di documenti scritti, e per la grande difficoltà, in chi non possa spendere del suo per iscavi, viaggi, ricerche, di ritrovarne altrove degli autentici sul quale fondare il piccolo edifizio storico…”

E’ a questo punto che il D’Elìa cita gli studiosi precedenti (che forniscono notizie stringate sul paese, ed egli se ne lamenta, giacché sarebbe per una ricostruzione dettagliata e che valorizzasse e descrivesse compiutamente gli aspetti storico-archeologici). Infatti, poi prosegue:

La storia di Sava non è gran che negli annali civili di questa provincia; essa è circoscritta alla più esigua cronaca militare di una rocca. Non potrebbe però convenevolmente parlarne chi trascurasse rifarsi e discutere dei Castelli Castrum Munitum Messapici, o Salentini ora distrutti e ridotti in un bel giardino ad Oriente della novella Sava”

E’ evidente, perciò, che per il D’Elia quello della descrizione dei Castelli è un nodo centrale per la storia di Sava, e per la comprensione delle sue origini, e per il valore stesso del sito:

Ch’essi Castelli fossero costruzione vetustissima – non ben accertato se messapica o salentina per mancanza d’iscrizioni – lo attestano le monete della vecchia Orra quelle di Metaponto ed altre molte primitive ivi rinvenute miste con alcune della repubblica Tarentina e con quelle romane del basso impero; la irregolarità delle forme nei massi tufacei delle fondamenta ancora visibili – d’epoca evidentemente ciclopica e certi cocci di una tal terraglia pesante come ferro del color della ghisa è bastante che il chiarissimo Professore Viola del Reg. Museo di Taranto in una breve visita fattavi nell’ultimo agosto (1889) dichiarasse di origine remotissima qual solamente vide a Sparta e Messena.”

Vedremo più avanti come la faccenda delle monete citate dal D’Elìa trovi riscontro presso altri autori (compreso lo stesso Coco) e come addirittura la descrizione di quelle monete sia finita in un prestigioso catalogo dell’epoca oltre che essere stata ripresa di recente in un annuario della zecca dello Stato.

Intanto occorre rimarcare che nessuno mette in discussione le asserzioni del D’Elia; semplicemente, essendosi perse le tracce delle rovine dei sopra detti Castelli, gli storici successivi al Coco non ne fanno più menzione, eccetto che il Pichierri, tralasciando però di informare (e di continuare a ricercare) rispetto ad un aspetto fondamentale della storia del paese.

Che il territorio circostante Sava, con le contrade di Agliano e Pasano specialmente, sia luogo di rinvenimenti archeologici, è cosa nota e comprovata. Ma della storia archeologica riguardante il sito specifico che nel tempo ha ospitato l’edificazione della cittadina intorno al 1400, si sa poco, considerando anche che ai tempi del Coco i “Castelli” sono già completamente distrutti. Tuttavia lo stesso Coco cita espressamente alcuni ritrovamenti:

Sotto l’abitazione del sig. P. S. furono rinvenuti alcuni antichi vasetti in un sepolcro scoperto a caso. Alcune tombe sono state scoperte nella contrada del paese detta “Castelli” mentre si cavavano le fondamenta di alcune case e vi si trovarono non poche monete di valore e oggetti preziosi. Quivi e nei dintorni della masseria di Pasano si osservano tuttora dei cunicoli e dei grandi recipienti scavati nel masso, che i proprietari adibiscono a depositi d’acqua”.10

Vedremo più avanti nelle descrizioni, sia del D’Elia che del Pichierri (il quale prosegue questo lato della ricerca e cita altri rinvenimenti, in un caso corredati anche da documentazione fotografica) come si possa ragionevolmente dedurre l’esistenza di un antico e grande centro abitato, dotato di sepolcreto.

Il Coco accetta l’ipotesi dei “Castelli” come fortificazione e avamposto messapico della vicina Manduria, nonché la tesi che vi fosse un agglomerato con sepolcreto annesso, e una serie di sotterranei nel cuore del paese. Ma il D’Elia, lo vedremo più avanti, ipotizza l’esistenza di un centro di ben altra consistenza. Lo stesso Pichierri, riprenderà questa ipotesi. Certo è che sarebbe esistita (ed esiste, celata sotto le edificazioni di parte del paese) una rete di cunicoli sotterranei di grandi dimensioni ed estensione, la qual cosa, oltre che dal Coco, è ripresa, con ampie citazioni di testimonianze, dal Del Prete e dal già citato Pichierri, come più avanti si vedrà.

La città sotterranea

Il D’Elia fornisce una precisa descrizione del territorio denominato “Castelli”, delle caratteristiche ancora visibili o deducibili ai suoi tempi, della sua estensione e delle comunicazioni sotterranee che lo distinguono:

Questi Castelli erano in comunicazione sotterranea con un piccolo fortino sito in contrada Specchiodda e forse anco con quello di Uggiano Montefusco, e di Manduria: ciò che prova che essi rappresentar dovessero un intero sistema di fortificazioni di confini dei due regni Messapico e Tarantino. Se appartenessero agli uni, o agli altri mai potrei determinare: inclinerei per i salentini, avendo quel di Taranto dopo le guerre fatte contro i messapi elevato dappertutto sui confini dei propugnacoli di difesa, Castrum Munitum e quindi tratto gran profitto di questi Castelli, guasti dal tempo delle guerre.

Tale sarebbe la versione più modesta che potrebbe darsi alle dicerie corse sui nostri Castelli. Ci sarebbe dell’altro però. Dalla lunghezza della via sotterranea di forma poligonale, visibile anche oggi in casa T. e nel giardino M., ci sarebbe da arguire che essa servisse alle comunicazioni segrete fra i vari forti.

Come abbiamo visto di sopra, anche il Coco oltre a menzionare più volte i sotterranei cita anche due testimoni che vi sono scesi ad ispezionarli; in altri passi ne descrive una anche una estensione sino a Pasano (ovvero, le “comunicazioni segrete” cui si riferisce il D’Elia che pare si estendessero nel raggio di diversi chilometri).

Altre testimonianze e altri particolari circa la rete sotterranea li forniscono il Del Prete e il Pichierri, che riprendono l’indagine del D’Elia arricchendola di nuovi elementi o confermando alcuni dei suoi passaggi.

Il Del Prete concorda, citando lo stesso D’Elia, con la tesi della comunicazione dei Castelli di Sava

con Uggiano Montefusco, e con Pasano, estendendo l’ipotesi di un tracciato sotterraneo sino alla zona costiera:

Secondo le ricerche di Achille D’Elia, di cui è notizia in un manoscritto inedito di proprietà della famiglia S. di Sava, la località ove ha trovato ubicazione questo Uggiano Montefusco era stata già sede di un fortilizio messapico collegato da cunicoli sotterranei a vari centri dell’interno e probabilmente, a mio avviso, anche della zona costiera se è vero, come è vero, che tali passaggi nascosti, utilizzarono parzialmente, a tratti, anche naturali tracciati carsici che si diramano sotto terra in un tessuto fitto di camminamenti annodantisi fino a Pasano, cittadina distrutta innumerevoli volte dalle scorrerie piratesche provenienti dai lidi africani, e di cui è noto il reiterato esodo della popolazione inerme verso Sava che sorse e si estese proprio intorno allo sbocco di alcuni di questi cunicoli”11

Cosa ancor più interessante, il Del Prete fornisce alcuni ulteriori dati relativi ai sotterranei savesi, affermando di essere egli stesso testimone oculare dell’esistenza di tali cunicoli. Un percorso assai lungo se, come asserisce il Del Prete, le candele accese dai suoi amici si consumavano prima che fosse terminata la “passeggiata sotterranea” e se gli improvvisati esploratori erano costretti a risalire senza mai aver potuto indagare l’intera rete sotterranea:

Ancor viva è nella memoria dei vecchi savesi l’esistenza, nella località denominata “Castelli”, di un passaggio sotterraneo lungo vari chilometri, costruito, ad un certo punto, in modo da impedirne l’esplorazione. Ho il vago ricordo di quello che raccontavano a me, bambino, nel tentare di indurmi a seguirli, i cugini più grandi, e certamente più avventurosi, che si spingevano in quei varchi a lume di una candela la cui fine era predestinata assai prima che tutto il percorso potesse essere compiuto. Così, alle prime difficoltà, ritornavano a tastoni, a rivedere le stelle, le persone che in Sava, centro agricolo importante abitato da gente poco incline alle avventure ed al perder tempo, tentassero di squarciare il velo di mistero di questi antichi antri non più praticati e di cui si va perdendo la traccia se pure non è perduta del tutto”12

Una serie di altre importanti notizie sui sotterranei ce le fornisce Gaetano Pichierri. Riporto qui alcuni stralci di un suo articolo apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno nel 1984, e riferito, nella parte centrale dell’esposizione, ad un episodio avvenuto nel 1971: durante i lavori di costruzione di un nuovo fabbricato, un edificio destinato ad istituto bancario tuttora esistente nei pressi di Piazza della Vittoria, a seguito degli scavi finalizzati allo scantinato vengono alla luce i cunicoli sotterranei:

Nella storia dei centri messapici è presente, a volte, una componente di misteriosi camminamenti sotterranei che in tempo di guerra venivano usati da quegli antichi abitatori persino per andare da un paese all’altro. Così si racconta a Sava, a Manduria, Oria, Lecce, Ostuni, Minervino, Otranto, ecc. […] A Manduria parte delle acque piovane va a finire lì.13 Molto consapevoli del proprio passato di potente centro messapico, si è certi che i cunicoli erano parte integrante del sistema difensivo della città. […] A Sava non vi è tradizione storica, di vicende di quei tempi, ma elementi archeologici e toponomastici oggi raccolti, portano alla convinzione che anche qui vi era un centro messapico. Le prime notizie dell’esistenza di queste vie sotterranee, le fornisce lo scrittore savese Achille D’Elia […]. Dalla notizia dello scrittore savese ad oggi, è trascorso circa un secolo. A questo intervallo di tempo è sopraggiunto il progresso che ha portato al rifacimento delle vecchie abitazioni e dei cunicoli di una volta non si è sentito più parlare, per cui la via sotterranea di forma poligonale, per come era stata conosciuta dal D’Elia, è passata nuovamente dal mondo dei fatti a quello delle leggende: ma non del tutto. A riproporre il discorso di un secolo addietro, oggi, si è incaricata una circostanza, indesiderata da una parte, ma gradita dall’altra, perché apportatrice di notizie nuove.

Nel 1971 a Sava, al lato prospiciente la Piazza del monumento ai caduti in guerra, si dette inizio alla costruzione della sede di un nuovo istituto bancario. Dopo aver proceduto allo scavo dello scantinato destinato al cosiddetto “caveau”, il martello perforatore, nel formare le basi dei plinti del nuovo edificio, sprofondò nel vuoto. Ovviamente questo fatto inaspettato fu occasione di apprensione e di obbligo di ulteriori accurate ricerche. Per prima cosa, in quel momento, ci si volle rendere conto della nuova situazione. Il foro venne allargato e l’appaltatore dello scavo, sig. A. L.. legato alla fune di un argano e munito di torcia elettrica, si fece calare giù per osservare di persona. Procedette ad un’ispezione ovviamente sommaria, ma bastante, una volta risalito, ad informare dell’esistenza di grotte e cunicoli molto irregolari. La direzione fu costretta a sospendere i lavori iniziati per dare incarico ad una ditta specializzata di effettuare le dovute ricerche onde arrivare alla conoscenza esatta del luogo.

Infatti il suolo interessato fu sondato in due punti diversi, e furono ricavate, come si legge nella relazione degli esperti, le seguenti notizie: quella dell’esistenza di un primo strato di arenaria fossilifera dello spessore rispettivamente di m. 2,40 e di m. 2,80 e quella di un secondo strato, questo di terra rossa con clasti, dello spessore rispettivamente di m. 3,30 e m. 2,40. A seguito di queste risultanze, l’edificio fu costruito poggiante su una palificazione di cemento.

Dunque alla profondità di m. 3 circa, esiste uno strato di terra che dava la possibilità agli antichi abitanti del posto di scavare e costruire delle vie di comunicazione sotterranea. Per l’esattezza non tutto il merito dello scavo è da attribuire a questi, poiché antichi scorrimenti idrici di epoche plioceniche avevano già tracciato i primi passaggi. Diventa così credibile quanto ci è stato narrato da quelli che per primi ne hanno scritto.14

A questo punto dell’articolo, il Pichierri prosegue fornendo altri particolari e altre testimonianze che descrivono l’aspetto dei sotterranei che si configurano addirittura come lunghe vie entro le quali transitavano carri:

Un anziano muratore ancora vivente, ci narrò di esserci stato dentro entrando da un passaggio che si trovava nella parete di una cisterna di raccolta, di acqua piovana. Disse che erano ancora riconoscibili le rotaie dei carri che vi avevano transitato e che lungo le fiancate della via si trovavano delle buche ove venivano poggiate le lucerne. Più o meno le stese cose abbiamo sentito raccontare a Manduria da parte di persone per niente fantasiose.

A questo punto, le perplessità non dovrebbero più esistere. La testimonianza del D’Elia, l’autorità del Coco, le altre notizie raccolte, i risultati scientifici delle ricerche nuove sono troppo evidenti per essere ancora attribuite al mondo delle favole. Nell’antichità le “poleis” non difettavano certo di masse di schiavi da adibire allo scavo, di una crosta arenaria fossilizzata dello spessore di tre metri. Molto probabilmente abbiamo un patrimonio storico lasciatoci dagli antichi abitatori. Poi si vedrà se si tratta di Messapi, Normanni o Svevi.

Corrispondente alla bocca di una vecchia cisterna oggi otturata, da dove una cinquantina di anni addietro si attingeva acqua preziosa, che nell’inverno si aveva cura di immagazzinare nel vaso ipogeo, vi è un foro abbastanza identificabile e comodo per scendere. Fu dimenticato quando arrivò l’acqua del Sele, ma le notizie di quei fatti antichi no.”15

In un ulteriore articolo del 1989 Gaetano Pichierri riprende alcuni particolari dell’esposizione qui di sopra riportata, aggiungendo ulteriori notizie. Rispetto all’episodio del 1971 aggiunge che il maestro appaltatore dello scavo per la costruzione dello scantinato dell’istituto bancario in Piazza della Vittoria oltre a constatare di persona l’esistenza di grotte e cunicoli nel sottosuolo della costruzione, si imbatté in “una sorgente da cui empì una bottiglia”16 . Riferisce poi di un ulteriore episodio accaduto due anni addietro l’uscita dell’articolo, ovvero nel 1987: lo sprofondamento di un camion, a causa del suo peso, in uno dei cunicoli sottostanti, questa volta, la Piazza S. Giovanni (a poca distanza dal luogo ove nel ’71 erano emersi i sotterranei me sempre nell’ex “rione Castelli”):

E’ ancora di ieri l’accaduto ad un automezzo che aveva caricato la paratura che era servita per la festa di S. Giuseppe. L’autista, ignaro, ebbe l’infelice idea di salire sulla piazza per un più rapido carico del materiale.

Non l’avesse mai fatto! Il camion benché carico di legname (e non di ferro), sprofondò nel sottostante vuoto. Si dovette far venire da Taranto un potente automezzo dei Vigili del Fuoco munito di lungo braccio per tirar fuori il malcapitato.“17

In uno scritto inedito del 1987, pubblicato postumo nel libro “Omaggio a Sava”, Gaetano Pichierri riporta le stesse notizie apparse due anni dopo sulla Gazzetta di Puglia a proposito dello sprofondamento del camion in Piazza S. Giovanni, specificando che

… ispezionata sommariamente la buca del cedimento, si è spiegato il fatto che proprio in quel punto si era venuta a trovare la volta di un ambiente sotterraneo del quale non si avevano più notizie. Al pomeriggio, la notizia dell’imprevisto incidente si era già diffusa ed aveva fatto affluire in piazza molti curiosi a commentare l’accaduto […] L’interesse della cittadinanza era motivato dal fatto che tutti sapevano che, nelle vicinanze della piazza, esiste un antico “camminamento” dagli incerti confini, del quale hanno già parlato, con sufficiente convinzione, lo scrittore savese Achille D’Elia e lo storico P. Primaldo Coco”18

In queste stesse pagine, il Pichierri opera una ulteriore ricostruzione delle notizie in merito ai sotterranei, con nuovi importanti elementi aggiuntivi, attraverso una serie di interviste condotte nei confronti di testimoni. Da notare come questa indagine di stampo esclusivamente etnografico non sia stata pubblicata dallo stesso Pichierri e sia rimasta inedita sino alla sua scomparsa. Forse il Pichierri era scoraggiato dalle critiche rivoltegli dai suoi colleghi storici locali contemporanei, in merito a questo suo approccio d’indagine, che si discostava appunto dallo scontato metodo della ricerca documentaria e archivistica, l’unico concepito come “attendibile” dai cosiddetti eruditi locali. Riportiamo a seguire le parti più salienti dello scritto:

L’insegnante A. P. mi ha narrato dell’esistenza di un cunicolo che inizia dallo scantinato dell’abitazione di via Vitt. Emanuele, n. (omissis) e va a finire all’abitazione degli S. in via Fiume, ove anticamente vi era la chiesa di Sant’Elia, detta extra moenia. La precisazione extra moenia dovrebbe avere connessione con il nome più antico di via Fiume, una volta chiamata via Pomeria.19 Dell’esistenza effettiva di questo passaggio, si è certi solo per il primo tratto poiché dice il P., egli sarebbe sceso lì, quand’era ragazzo, insieme ai suoi coetanei e avrebbe notato l’esistenza di mangiatoie incavate nei muri, là dove il sottopassaggio veniva ad allargarsi. A garanzia di tali esistenze ha ricordato che il sig. E. A. – abitante dirimpetto – era solito far sostare piccole mandrie di equini nei suoi scantinati. Tali mandrie appartenevano agli zingari che venivano a Sava per vendere alle fiere. Ha anche precisato che tutte le volte nascevano discussioni tra gli zingari ed i sorveglianti delle bestie, perché al momento della partenza notavano sempre la scomparsa di qualcuna di quelle. I malcapitati erano ignari che gli scantinati dell’Argentieri erano comunicanti con quelli dell’abitazione sopracitata.

Uno dei compagni del P. era il sig. D.L., il quale, da me richiesto, ha ricordato molto bene quelle esplorazioni. Il D. L. era figlio del fittuario di un vano che vi era in quei locali del n. (omissis) e che erano anche di proprietà dell’A.; egli ha confermato i nascondimenti delle bestie degli zingari, che andavano sempre a buon fine.

Tale “camminamento”, se veramente arrivava fino all’abitazione S. di via Fiume, come afferma A.P., doveva essere lungo circa mt. 100. 20

Più avanti, il Pichierri cita uno studio topografico del Prof. Mario Del Prete dell’Istituto di Geologia dell’Università di Bari già riportato da Pasquale Del Prete nella sua opera “Il Castello Federiciano di Uggiano Montefusco” e nel quale sono indicate le stazioni cunicolari nel sottosuolo che si estende da Oria nei dintorni di Uggiano Montefusco e Sava (nella figura 1 riporto la tabella pubblicata nell’opera del Del Prete): “Sono state concretizzate così, scientificamente, – afferma il Pichierri – quelle notizie vaghe, ma non assurde, che fin’ora erano pervenute”.

Il Pichierri prosegue, a questo punto, fornendo i resoconti di altre interviste:

… esistono altre interessanti testimonianze circa l’effettivo camminamento nel sottosuolo savese; i seguenti informatori mi hanno così riferito:

  • P. T. di anni 70, domiciliato alla via Dante: “Nell’ortale dell’abitazione dove dimoro, vi è un pozzo di acqua sorgiva. Tale pozzo trovasi sulla linea di divisione della vecchia proprietà che ha uscita sulla via Adua. In questo pozzo si trova l’ingresso della via sotterranea. Nel 1952, all’incirca, mio nipote B. C., insieme ad altri giovani, guidati dal defunto sacerdote S.N., scesero e si inoltrarono. Risaliti raccontarono di aver osservato, sul piano-calpestio del camminamento, l’incavo delle solcature effettuate dalle ruote dei carri che vi passavano. Notarono pure dei chiodi conficcati nei muri delle fiancate insieme a vecchie cerniere, forse appartenenti a probabili portoni o cancelli ed una catena”.21

Come è evidente, la specifica dei solchi tracciati dalle ruote dei carri è un particolare che emerge da parte di diversi informatori. Questo particolare ci dà l’idea dell’ampiezza e dell’imponenza dei camminamenti, oltre che del loro antico utilizzo.

Proseguiamo con le interviste riportate dal Pichierri:

– G. S., maestro muratore di Sava ha raccontato di aver eseguito dei lavori nei locali della proprietaria U., in via Adua, tra cui la costruzione di un vano nei pressi dell’apertura del pozzo. Il fatto avvenne nel 1980 o 1981. Il S., da me chiesto, ha detto di non essere mai disceso. Scesero, invece, i giovani che lavoravano alle sue dipendenze. Questi, alla risalita, raccontarono di aver visto delle catene. Il S., per evitare pericoli, successivamente proibì loro di effettuare altre discese”.22

Nel resoconto a seguire, riportato sempre dal Pichierri, si evidenzia nuovamente l’ampiezza e alcuni particolari del percorso dei camminamenti: un testimone rileva infatti una strada sotterranea che egli localizza, percorrendola, come giungente sino alla “via per Taranto” (via Vitt. Emanuele). Dalle testimonianze sin qui riportate, si evince quindi l’esistenza di un tracciato che comprende di sicuro Piazza S. Giovanni con la retrostante via Adua, forse parte di via Dante (zona “Mater Domini”), Piazza della Vittoria (che difatti si ricollega sia con Piazza S. Giovanni che con via Adua), via Vittorio Emanuele.

– A. B., abitante in via Adua, mi ha riferito che, molti anni addietro, nei locali di via Adua vi era una macelleria privata. Un giorno, nel pozzo di acqua sorgiva cadde una pecora. Il proprietario di questa si rivolse per il recupero al suo aiutante sig. F. D., il quale legatosi ad una fune, scese servendosi anche delle “staffe” che si trovavano ricavate ai lati del pozzo. Una volta arrivato giù scomparve lasciando in apprensione quelli che lo aspettavano all’apertura. Dopo del tempo e legata la pecora, fece ritorno. Una volta risalito, raccontò a chi chiedeva spiegazioni del ritardo, che lì sotto aveva camminato per la strada che va a Taranto”.23

Dai racconti successivi emerge che il pozzo sorgivo si estende (o ha altre imboccature) sino a Piazza S. Giovanni.

– S.G., anziano agricoltore, ha riferito quanto segue: suo padre gli raccontava che in Piazza S. Giovanni, ai suoi tempi vi era un nudo suolo edificatorio rimasto tale per il motivo che lì dentro vi era una profonda buca con acqua sorgiva con l’ingresso di un “camminamento”. In seguito, in quello spazio è stata costruita un’abitazione fornita di pozzo sorgivo, ottenuto dall’adattamento dell’antico fosso”24

Dello stesso tenore la testimonianza successiva, con l’aggiunta del particolare delle mangiatoie notate da un altro testimone disceso nel “camminamento”:

S.F., muratore, ha raccontato che quand’era giovane s’introdusse nel “camminamento” attraverso un’ apertura che si trovava a metà altezza, nel pozzo sorgivo dell’abitazione del sig. G. M. in piazza S. Giovanni. Nella strada sotterranea notò l’esistenza di solcature originate dal passaggio di carri. Notò anche delle mangiatoie scavate nei muri delle fiancate e delle buche ove venivano poggiate le lucerne ad olio.”25

Si chiude qui la serie di testimonianze/interviste riportate da Gaetano Pichierri. Come si è visto, e per ricapitolare, Il Coco stesso è a conoscenza dell’esistenza dei camminamenti e cita alcuni testimoni che li hanno esplorati: tali camminamenti si snoderebbero secondo il Coco sino a Pasano (abbraccerebbero perciò diversi chilometri). Il Del Prete ne ha conoscenza praticamente diretta poiché frequentati dai suoi coetanei, mentre egli stesso non vi si è avventurato ma ne ha osservato le imboccature. Lo stesso D’Elia ne fornisce le prime e particolareggiate descrizioni.

Il D’Elia è a conoscenza di un tracciato che dal centro del paese si estende da una parte sino a contrada “Spicchiodda” (attuale sede del mercato settimanale) e dall’altra sino a Uggiano Montefusco e “forse” Manduria.

Per il Del Prete i sotterranei occupano un territorio ancora più vasto, giungendo sino alla zona costiera.

Concludo questa parte dello scritto con la breve citazione di alcune testimonianze da me stesso raccolte nel tempo. In premessa devo specificare che prima della lettura di ciascuno di questi passi dei vari autori citati, non era nuovo neanche a me il racconto dei cunicoli. Sin da ragazzo, sono difatti a conoscenza della storia di questi “cunicoli” che seppure in modo frammentato e via via meno ricco di particolari, si tramanda nel paese di generazione in generazione per bocca degli anziani. Seppure in modo sbiadito, ricordo perciò alcuni particolari raccontatimi negli anni da persone diverse. Un anziano contadino asseriva che i cunicoli si snodavano dalla Piazza di Sava sino a “contrada Torre” (sulla via per Francavilla). Un altro, li descriveva come genericamente estesi sino alla “via per Francavilla” senza specificare a quale altezza (n.b. saremmo in presenza in ognuno dei due casi di un tracciato che si estende a partire dal centro (P.za S. Giovanni e via Adua) sino a Piazza Vittoria (che a sua volta comunica appunto con la via per Francavilla) dove è stato effettivamente scoperto un tracciato dei cunicoli come da descrizione del Pichierri.

Da notare che nelle varie descrizioni i cunicoli sboccano in prossimità di “fortini”: è il caso del fortino della Spicchiodda citato dal D’Elia, e di un agglomerato simile denominato Lu Spicchioni (“grande specchia”) tuttora visibile nelle vicinanze di contrada Torre sulla via per Francavilla. Non sono riuscito ancora a visitare questo sito ma ne ho reperito la foto area (fig. 2). In entrambi i casi, come evidente dal termine stesso, si tratta di antiche specchie. Di quella una volta presente in contrada Spicchiodda oggi non esistono più tracce. Dell’altra sulla via per Francavilla, mi ha fornito una descrizione G.D., una persona che ha terreni in loco:

Una specchia abbastanza grande chiamata “lu spicchioni” si trova a circa un km dalla strada prov.le Sava-Francavilla, sulla destra , in agro di Francavilla. Mi dicevano che doveva essere un posto di avvistamento in quanto dalla sommità sono visibili vari paesi” .

I sotterranei sfociavano dunque molto probabilmente in punti strategici che erano appunto queste “specchie” con funzione di fortini e centri di avvistamento.

Altre descrizioni da me raccolte in merito ai sotterranei situati nel centro abitato di Sava sono le seguenti:

– A.B., manovale, 60 anni circa, mi racconta di aver effettuato dei lavori presso una abitazione situata nel centro del paese. Da lì, nella realizzazione o ristrutturazione di uno scantinato, avrebbe potuto notare l’esistenza di un cunicolo e introdurvisi, notando non meglio identificati antichi oggetti in ferro deposti nei cunicoli.

– C.N, anziana donna di circa 80 anni, mi racconta dell’antica esistenza di un cunicolo posto sotto la propria abitazione, e di parte dell’imboccatura di un pozzo sorgivo nell’ortale, il resto del quale si trovava nella abitazione attigua. Alla domanda se esista ancora la possibilità di vedere tracce di questi reperti, mi risponde che da generazioni sono divenuti totalmente inaccessibili poiché sono stati murati ed è stato edificato sopra di essi.

– Un altro anziano del paese mi racconta dell’esistenza di un condotto cuniculare presso la sua abitazione, sempre nel centro storico dell’abitato, irrimediabilmente murato da quasi un secolo in quanto i suoi nonni avevano “paura che da lì si potessero introdurre animali o persone”.

Una costante nella quale mi sono imbattuto nei vari racconti è, difatti, l’esistenza di una sorta di reverenziale timore da parte degli anziani abitanti del centro e delle loro famiglie, tramandato di generazione in generazione, nei confronti di questi sotterranei, insieme con la percezione della paura che da questi cunicoli potessero manifestarsi “presenze” che potessero andare a minare la loro tranquillità domestica. I cunicoli erano difatti spesso descritti come luoghi oscuri, misteriosi e potenzialmente pericolosi a causa di tutto quanto ignoto, e, appunto, misteriosamente oscuro e inquietante potesse in essi celarsi.

– G.D., insegnante, 60 anni: “ricordo molto bene quando, dopo un forte nubifragio, sprofondò parte della strada di Taranto (via Vittorio Emanuele) proprio di fronte al vecchio ingresso del Panificio Potenza (quindi vicinissimi allu Sippuertu – via Fiume) : si vedeva benissimo che era un camminamento sotterraneo : si affrettarono a chiudere senza esplorare dove andasse a finire … : ricordo che ci rimasi assai male per l’assoluta indifferenza mostrata dal paese per questo fatto (accaduto credo alla fine degli anni ’70), che presto finì nell’oblio dei tempi “.

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Fig 1: le stazioni cuniculari del sottosuolo di Oria verso Uggiano Mont. (tratto da “Il Castello federiciano di Uggiano Montefusco” di P. Del Prete, op. cit.)

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Fig. 2: “Spicchioni” (foto satellitare)

Castelli e l’annessa necropoli

Il D’Elia riferisce di una necropoli annessa ai Castelli, la qual cosa verrà poi riconfermata dal Pichierri con il reperimento anche di testimonianze fotografiche inerenti i reperti. Sulla base dei vari dati illustrati (le caratteristiche del sito, i ritrovamenti, la necropoli annessa) il D’Elia ipotizza anche che sotto il nome postumo Castelli si celassero le vestigia di una grande, importante città, Sallenzia, toponimo ancor più antico rispetto a “Castelli” e che ricomprendeva un territorio ancor più vasto rispetto a quello dell’area insita nel centro della attuale Sava. Certamente questa è la parte più “debole” e più congetturale della trattazione del D’Elia poiché non suffragata da prove. Ma torneremo in altra occasione su questo aspetto: basti dire per ora che mentre il Coco rigetta questa ipotesi del D’Elia, il Pichierri le assegna un certo peso rintracciando nel toponimo Fallenza (contrada in agro di Sava) una derivazione dal termine e una correlazione con la antica, mitica città menzionata da Stefano Bizantino26. Vediamo per ora il passo in cui il D’Elia riferisce della necropoli:

Dai sepolcri messapici – con la facciata del cadavere sempre rivolto ad Oriente – trovati in gran numero a mezzo chilometro dai vecchi Castelli e ad un metro di profondità in quel tratto di terreno che va dal convento di S. Francesco sino alla via provinciale, ci sarebbe da inferirne che qui fosse un sepolcreto da quelli dipendente…”27

Alla descrizione fatta dal D’Elia si aggiungono ulteriori importanti e dettagliati dati forniti da Gaetano Pichierri:

In base alle testimonianze raccolte tuttora, effettivamente la zona antistante il Convento di S. Francesco era una necropoli che si estendeva fino alla attuale strada statale Taranto-Lecce, che ne costituiva il lato nord.

Di questa necropoli quel che resta è la testimonianza di parecchie persone che affermano di aver trovato le ultime tombe durante lavori di scavo, man mano che il paese assumeva l’aspetto urbanistico attuale. L’ultima tomba, ma certamente ce ne saranno ancora, è venuta alla luce nell’Agosto 1968, durante i lavori di scavo del condotto delle fognature, alla via S. Filomena. In questa sembra vi fosse un prezioso corredo tombale, fatto sparire senza aver avuto la possibilità di rintracciare qualcosa. Inutile dire che se ne rimase amareggiati, anche perché il capo cantiere era stato preavvisato della eventualità che poi puntualmente si è verificata. Per le testimonianze di altre tombe si è avuta cura di accertarsi presso i proprietari più anziani della zona. Da notare la risposta particolare, pronta e sicura avuta dal sig. C. M. di anni 90, abitante alla via S. Francesco, tuttora vivente. Questi, con lucida memoria, alla domanda se furono trovati oggetti nella tomba rinvenuta dove adesso abita il sig. B. M., sempre alla stessa via, ha risposto di aver trovato le ampolle come quelle con cui il sacerdote celebra la Messa: ovviamente il riferimento era diretto agli oggetti tombali rinvenuti, di particolare manifattura indigena.

Siamo dell’avviso che ci si potrebbe trovare di fronte a un’antica necropoli, forse messapica, dove il particolare rito funebre era accompagnato dalla deposizione nelle tombe di oggetti ceramici.

Notizia di rinvenimento di ceramiche ornate sono anche fornite dall’ins. D. A. e dal sig. B. A., in una tomba in via Marcello Caraccio, dove era l’abitazione paterna del B. A., durante lavori di scavo del palmento nell’anno 1936. Tali oggetti, in seguito sarebbero pervenuti ai signori F. i quali, insieme al D. A., li avrebbero consegnati al Museo di Taranto. Ma certo, non deve escludersi che alcuni corredi tombali siano venuti a mancare, anche per la facilità con cui si poteva manomettere l’urna, essendo la zona di natura tufacea e le tombe scavate e otturate con un lastrone coperto da un debole strato di terra.28

Il Pichierri prosegue fornendo un preciso elenco delle tombe rinvenute nella zona della necropoli:

Ecco l’elenco delle tombe rinvenute, il cui ricordo è ancora vivo nei proprietari delle abitazioni, che sono sorte nella zona della necropoli, e nei maestri muratori i quali hanno gentilmente contribuito con notizie:

  • anno 1936. Prima tomba in via M. Caraccio dell’attuale proprietaria sig.na B. . Conteneva 2 vasi di ceramica “ornata”.

  • Seconda tomba in via Roma degli attuali proprietari sigg. C. (propriamente due: una grande e una piccola).

  • Terza tomba in via Roma, nei pressi dell’abitazione del sig. A. .

  • Quarta tomba in via S. Cosimo, nei pressi dell’abitazione del sig. P. O. .

  • Quinta tomba in via S. Filomena, durante lo scavo del canale delle fognature. Presenza di ceramica.

  • Sesta tomba in via S. Filomena, nei pressi dell’abitazione del sig. M. L. .

  • Settima tomba in via S. Francesco, nei pressi dell’abitazione del sig. B. M. .

Questo rimasuglio di tombe, ci induce a credere che proprio lì vi era un sepolcreto, del resto accertato da altri storici, come diremo più innanzi, e naturalmente in dipendenza di un centro abitato. Tale centro abitato è da localizzare nella zona circostante l’attuale Chiesa Mater Domini e cioè in rione Castelli, poiché proprio lì sopravvissero le ultime tracce della Sava antica”.29

Il Pichierri fornisce anche documentazione fotografica relativa ad una coppa attica a vernice nera rinvenuta in una tomba in via S. Filomena, e identificata come uno Skyphos risalente al IV sec. a.C. (fig. 3) .

Dalle ricostruzioni sin qui esaminate si può tracciare una mappa dei “Castelli” e della annessa necropoli come da fig. 4.

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Fig.3: Sava, via S. Filomena, Skyphos a vernice nera rinvenuta in una tomba (foto tratta da “Omaggio a Sava” di G. Pichierri)

Alle sopracitate descrizioni devono aggiungersi quelle del Lomartire:

In occasione dello scavo per la rete fognante, in via Santa Filomena ed in via Giudice Bonsegna, zone ad un centinaio di metri dalla vecchia Chiesa di S. Elia, nel 1969 vennero alla luce alcune tombe; si dice che furono trovati piccoli vasi; ma dove sono andati a finire? Ci è stato riferito da persona degna della massima fiducia che, oltre mezzo secolo fa, sempre in quei dintorni vennero alla luce altre tombe; in una di esse fu trovato un elmo con frammenti di corazza. In via Bonsegna questa volta è stata trovata una monetina. Ma di che epoca? Rimarrà un mistero. La scoperta delle suddette tombe avvalora l’ipotesi dello scrittore savese Achille D’Elia […] che l’esistenza di una necropoli nella parte occidentale della nostra città sta a dimostrare che nel luogo dove oggi sorge Sava doveva esserci un’antica città, forse messapica.”30

Il Lomartire prosegue citando ancora il D’Elia, il Coco e l’ Arditi e conclude:

Dunque è evidente che nel posto dove oggi sorge Sava doveva esserci una città antichissima della quale a noi è pervenuto soltanto qualche coccio di vaso e qualche moneta, il tutto relativo al V e al IV sec. a. C.”31

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Fig. 4 – zona “Castieddi” e la necropoli

Il ritrovamento delle monete del VI sec. a. C.

Abbiamo già citato l’opera del 1879 dell’Arditi, nella quale, a proposito di Sava, scrive: “nel predio Castelli, appo l’abitato, sogliono scavando rinvenirsi delle monete di tipo greco”. Nel 1889 il D’Elia sempre parlando dei Castelli riferisce i ritrovamenti di “…monete della vecchia Orra, quelle di Metaponto ed altre molte primitive ivi rinvenute, miste con alcune della repubblica Tarentina e con quelle romane del basso impero”. E’ molto probabile che entrambi gli autori siano a conoscenza e si riferiscano – tra l’altro – ad una scoperta sensazionale avvenuta pochi decenni prima dell’uscita dei loro scritti, che fece scalpore nel mondo della ricerca archeologica e numismatica dei tempi (sino ad essere citata ancora oggi nel Notiziario del portale Numismatico dello Stato32 ).

Difatti, in un testo editato nel 1863 Sambon riferisce con dettagliata descrizione in merito a ritrovamenti avvenuti in Sava pochi anni prima, nel 1856: monete incuse di Sibari, Crotone, Metaponto, Siris, Taranto33 (in fig. 5 particolare del libro di Sambon ove tratta dei rinvenimenti di Sava). Il ritrovamento, di grande importanza, viene citato successivamente da Evans nel suo “The Horsemen of Tarentum” edito nel 188934 . Riprende la citazione della scoperta Attilio Stazio, specificando:

Quando, sul finire del sec. VI a.C., Taranto dette inizio alle sue emissioni monetali, nella tecnica “incusa” caratteristica della Magna Grecia e secondo il sistema ponderale in uso nell’area achea di Sibari, Crotone, Metaponto e Caulonia, nessun altro centro della regione Puglia coniava moneta. Tuttavia sin dall’inizio del secolo successivo in alcune zone della Puglia è documentata la presenza di monete della Magna Grecia, giuntevi evidentemente per il tramite di Taranto, la cui costante rivalità con le popolazioni indigene confinanti non impedì certamente rapporti di scambio, come non impedì – e in un certo senso, anzi, favorì – influssi culturali spesso profondi e determinanti sul piano linguistico, religioso, artistico, ecc. “35

A tutt’oggi le monete rinvenute a Sava sono tra le più antiche in assoluto tra quelle ritrovate nel tarantino. Difatti lo Stazio così prosegue:

E a questo proposito può essere significativo ricordare che i più antichi tesoretti monetali della regione sono stati rinvenuti a Sava e a Valesio, cioè lungo quella naturale via istmica di collegamento tra il mar Ionio e il mar Adriatico, che poi, in età romana, sarà la via Appia”.36

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Fig. 5: particolare del testo di Sambon “ Recherches sur les anciennes monnaies de l’ Italie meridionale”

Il periodo bizantino

I “Castelli” e dintorni, Individuati dal D’Elia come originari del periodo salentino-messapico, furono abitati e frequentati anche in epoca bizantina e altomedioevale. I monaci basiliani utilizzarono parte dei sotterranei per l’edificazione di due chiese, quella di S. Elia sita come dice il Coco “lungo la via Sopporto” (oggi via Fiume)37 della quale è stato possibile, negli anni ’70, fotografare un antro e la pavimentazione a mosaico della cripta sotterranea (fig. 6) , e quella di S. Nicola della quale si è persa traccia ma si sa che era situata “in contrada Castelli”.

Della chiesa di S. Elia il Coco scrive:

…. la chiesa di S. Elia profeta, detta extra moenia, che andò distrutta e saccheggiata. Di essa solo sappiamo che sorgeva dove ora sono le abitazioni di L., G. e M. R., in via detta Sopporto, in contrada chiamata S. Elia. Si conserva tuttora il pavimento in mosaico assai grezzo e rudimentale dello spessore di centimetri dieci in parte rotto e adibito ad altri usi. […] Si fa menzione di questa antica chiesa nella santa visita di Monsignor Palma del 1684, dalla quale rilevasi che vi erano due altari, il maggiore dedicato al santo profeta e l’altro alla Vergine SS. Delle Grazie. In essa si conservavano anche le tele di S. Nicola e di S. Apollonia Vergine e Martire.”38

A proposito della chiesa di S. Nicola, invece, il Coco riporta:

Un’altra chiesa, forse più antica di quest’ultima, esisteva dentro il paese sotto il titolo di S. Nicola, oggi interamente scomparsa (per quante ricerche abbiamo fatto e per quanto abbiamo domandato non è stato possibile ubicare questa chiesa, pare antichissima, ridotta in simile stato di abbandono e di ruine nel 1604). Essa era stata già nel 1604 abbandonata, perché crollato il tetto aveva bisogno di grandi restauri e riparazioni, che non si poteano eseguire, per le condizioni miserrime del popolo. Il Vescovo Lucio Fornari, avea ordinato che si tenessero chiuse le porte di essa, affinchè non fosse esposta a profanazioni, e non si perpetrassero ivi delitti, essendovi sotto la chiesa una grotta, che dovesse essere una cripta dedicata dai calogeri a S. Nicola o a qualche altro santo greco”.39

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Fig. 6 pavimento del sotterraneo della chiesa di S. Elia (foto tratta da “Sava nella storia” di G. Lomartire, pag. 21)

i Castelli “Salentini o Messapici”, Sallentia e Silve. Congetture.

Riassumendo, ai tempi del D’Elia e del suo manoscritto (1889) sono ancora visibili tratti delle costruzioni dei “Castelli”, in particolare dei grandi blocchi tufacei che ne costituivano le fondamenta. Dalle ricostruzioni fornite dai vari autori risulta che occupassero un raggio abbastanza ampio, e che avessero conservato la duplice funzione insediativa e di difesa in diversi periodi storici.

L’agglomerato “Castelli”, soggetto a diverse modifiche (anche nella sua estensione) lungo l’arco dei periodi del suo utilizzo, comprendeva una serie di grandi ed estesi cunicoli sotterranei che comunicavano con punti strategici. Tali cunicoli erano percorribili da carri e cavalli. Si estendevano per un raggio di diversi chilometri e sfociavano nei pressi di un fortino sito in contrada “Spicchiodda” (attuale sede del mercato settimanale), nei dintorni di Pasano, in un qualche punto imprecisato sulla via per Francavilla, e verso Uggiano Montefusco.

I sotterranei dovettero servire come vie di fuga e nascondigli in diversi periodi, compresi quelli delle incursioni dei saraceni e durante le guerre tra angioini e aragonesi.

Ma rispetto ai “Castelli”, perché il D’Elia puntualizza più volte di non sapere se fossero “messapici o salentini” utilizzando questi due termini come indicanti due diverse popolazioni? E’ chiaro che il D’Elia interpreta i confini della Japigia sulla scia di una tradizione che divide messapi e sallentini rispettivamente a nord e a sud della Japigia stessa: i “sallentini” avrebbero occupato insomma la fascia della costa jonica.

Alcuni ricomprendono i messapi tra i sallentini e li considerano sinonimi indicanti la stessa popolazione: altri dividono il territorio tra sallentini e messapi o tra calabri e sallentini ricomprendendo entrambe le popolazioni tra i messapi40; altri ancora ripartiscono la penisola salentina in tre distinte etnie territoriali (Messapi a nord-ovest , Calabri lungo l’estrema fascia della costa adriatica e sallentini lungo la fascia jonica).41

I confini geografici sono incerti: per alcuni la Sallenzia (intesa come “regione”) ricomprendeva la Magna Grecia tarantina; per altri si estendeva “dal capo dell’Ovo insino a Vaste lungo la marina, e penetrava insino a Manduria dentro terra”42, dunque iniziava poco dopo Taranto nei dintorni della attuale Torre Ovo (“Capo dell’Ovo”) .

Il D’Elia identifica i Sallentini con i Greci, distinguendoli dai Messapi e dai Calabri sulla scia di una delle tradizioni ricostruttive e interpretative. Sempre in questa parte della sua trattazione, lo scrittore ottocentesco ipotizza che nei dintorni di Sava (forse anche in virtù di una assonanza nel toponimo)43 sia potuta sorgere l’antica Sallenzia. Anche se questa è la parte più congetturale dell’opera del D’Elia, non suffragata da prove o altri riferimenti, vale la pena citarla poiché, come spiegheremo, verrà ripresa in seguito dal Pichierri in una sua analisi sui toponimi dell’agro savese. Leggiamo ora il passo del D’Elia in cui fa riferimento a “Sallenzia”:

Ora ditemi: non potrebbe per un momento venire in mente all’erudito di vecchie cronache che qui davvero – sul confine dei tre regni Messapico, Salentino e Calabro – fosse stata edificata la città di Sallenzia Urbis Messapiorum ?”44

Preliminarmente, occorre specificare che il solo Stefano Bizantino menziona una città di nome Sallenzia, mentre Strabone cita una Salèpia secondo alcuni riconducibile a Sallentia. In entrambi i casi, l’ubicazione di questa (o queste) città nella attuale Puglia non è chiara nelle ricostruzioni storiche benchè diversi paesi se ne attribuiscano la discendenza toponimica.

L’ipotesi del D’Elìa è rigettata dal Coco ma viene ripresa in considerazione da Gaetano Pichierri il quale aggiunge nuovi dati a sostegno45 . Della tesi del Pichierri, che tra l’altro ricollega a “Sallentia” il toponimo di una contrada savese denominata a tutt’oggi Fallenza, si parlerà nei dettagli in un prossimo scritto. Da un punto di vista etimologico, il Lomartire rintraccia invece le origini di un antico sito preesistente nei paraggi di Sava nel “Casalis Silve” citato in un Cedolario relativo alla tassazione dei casali, e riferito agli anni 1377-78 nel quale accanto a Pasano ed Aliano compare un casale con la suddetta denominazione. Fa menzione di questo atto il Coco per primo, il quale però non riesce a rintracciarne l’ubicazione e afferma che forse “non dovea essere in questi paraggi”46 . Il Lomartire invece ritiene di dover annoverare il Casale Silve nel territorio di Sava, associandolo alla contrada Silèa situata, appunto, in agro savese. 47

Conclusioni

L’esistenza di un antichissimo agglomerato precedente la Sava del XV secolo è certa, così come è certa l’esistenza dei camminamenti sotterranei. Gli elementi riguardanti l’ipotesi “Sallenzia” invece, per quanto deboli o congetturali, sono degni di nota in quanto sollecitano, assieme al resto degli studi, la necessità di ulteriori approfondimenti circa la natura, l’entità e le origini di tale insediamento. Ad essi, vanno ricollegati, per completezza e “curiosità”, anche i vari studi toponimici48, le caratteristiche e la presenza di un vasto numero di insediamenti di diverse epoche registrate negli immediati dintorni49, le riflessioni del Pichierri su insediamenti di probabile origine cretese in alcune contrade50 e, non trascurabile, la documentata persistenza sino al 1600 di nomi propri di persona di origine pagana riferibili sia a derivazioni greche, che romane e messapiche.51

Non si conoscono le caratteristiche precise e la datazione dei camminamenti sotterranei, e non è chiaro se detti “camminamenti” si possano far risalire all’epoca del supposto insediamento messapico, o se siano successivi o, ancora, se in epoca successiva a quella messapica non sia stata ampliata una preesistente rete di cunicoli. Più volte il Pichierri, nel corso dei suoi scritti, lancia appelli per un interessamento da parte delle istituzioni al sito e per la progettazione e il finanziamento di scavi e ricerche, ma le sue richieste restano inevase. Con la sua scomparsa diminuisce, anzi, anche l’interessamento locale sulla questione dei “sotterranei” dei quali nessuno più parla. “Molto probabilmente abbiamo un patrimonio storico lasciatoci dagli antichi abitatori. Poi si vedrà se si tratta di Messapi, Normanni o Svevi”, egli scrive, con ciò auspicando innanzitutto un interessamento da parte del Comune in primis e l’avvio di una campagna di scavi. L’impresa non sarebbe impossibile: a Lecce è attivato da tempo un progetto che sta riportando pian piano alla luce i resti, appunto, della Lecce sotterranea. 52

1    Cfr. Coco, Primaldo Cenni storici di Sava stab. Tipogragico Giurdignano, Le, 1915 – ried. Marzo Editore, Manduria, 1984 – pp. 63-64; vedi anche: Lucchi, Laura Annalisa, SIUSA, Sistema informativo unificato per le Sopraintendeze archivistiche, 2005

2    Arditi, Giacomo La corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’ Otranto, 1879, pp. 548-549

3   Tuttavia nel Cedolario 1377-1378 relativo alla tassazione dei Casali si legge di un “Casalis Silve” mezionato insieme al Casale di Agliano, del quale il Coco non riesce ad identificare l’ubicazione; il Lomartire nel suo testo “Sava nella Storia” ipotizza che sia rapportabile a Sava costituendone un precedente nome, e/oppure a “Silea” contrada savese. Lo stesso Pichierri ipotizzerà poi che Silea, assieme ad altri toponimi di contrade savesi, abbia origini antiche rapportabili ad un periodo storico antecedente lo sviluppo della Magna Grecia.

4   Coco P., op. cit., pag.63

5   Ibid.

6   Ibid., pp. 63-64

7   Ibid. pag. 64

8   Il manoscritto viene fornito al Coco da una famiglia che lo detiene, e da lui “tosto restituito” (cfr. nota del Coco a pag. 60 di “Cenni storici di Sava”) al termine della consultazione. Successivamente, se ne perde ogni traccia.

9   Giustiniani, Lorenzo “Dizionario geografico ragionato del Regno di napoli”, 1804, t. VIII:

10 Coco P., op. cit. nota 1 a pag. 16

11 Del Prete, Pasquale Il Castello federiciano di Uggiano Montefusco, Archivio Storico Pugliese,Bari, Società di Storia Patria per la Puglia a. XXVI, 1973, I-II, pag. 41

12 Del Prete, Pasquale op. cit. pp. 41-42

13 In realtà questo accade anche per quanto numerose abitazioni del centro di Sava visibilmente sprovviste di canali esterni di scolo delle acque, particolare forse sfuggito al Pichierri. Del resto, il procrastinarsi sino al giorno d’oggi dell’assenza di un sistema fognario è stato reso possibile in parte proprio “grazie” alla presenza di queste vie di fuga sotterranee delle acque e dei liquami.

14 Pichierri, Gaetano Nella città sotterranea per sfuggire ai saraceni in “La gazzetta del Mezzogiorno”, anno XCVII n. 234, 27 agosto 1984. L’articolo è stato reinserito nel libro postumo di G. Pichierri “Omaggio a Sava” a cura di Vincenza Musardo Talò, Del Grifo Ed., Le, 1994, pp. 165-167

15 Ibid.

16 Pichierri, Gaetano, “Aree nuove per parcheggi nuovi” in “La Gazzetta della Puglia” anno II, n. 6, giugno 1989 – articolo apparso anche nelle pagine del libro “Omaggio a Sava”, op. cit., pp. 196-199

17 Ibid.

18 Pichierri, Gaetano “Sul ‘ camminamento ‘ sotterraneo di Sava: tesimonianze”, in “Omaggio a Sava, op. cit., pag. 225

19 In un altro scritto il Pichierri specifica che “Pomeria” è un termine che sta a indicare lo spazio lungo le mura della città (da qui “extra moenia”) – Pichierri G., “Ricerche e studi” – Un antico centro abitato nell’area di Sava, 1987; riedito in “Omaggio a Sava”, cit., pag. 125

20 Pichierri Gaetano, “sul camminamento sotterraneo di Sava, testimonianze” in “Omaggio a Sava”, cit., pag. 224

21 Ibid., pag. 225

22 Ibid.

23 Ibid., pag. 226

24 Ibid.

25 Ibid.

26 Cfr. Pichierri, Gaetano “I confini orientali della Taranto greco-romana” pp. 231-256, in “Omaggio a Sava”, op. cit.

27 D’ Elia, Achille Sava e il suo feudo, Storia paesana – manoscritto (cit. in Coco, Cenni Storici di Sava, pag. 59)

28 Pichierri, Gaetano “I confini orientali della Taranto greco-romana”, pagine inedite e pubblicate postume in “Omaggio a Sava”, cit., pp. 232-233

29 Ibid., pp. 233-234

30 Lomartire G., “Sava nella storia”, Cressati, TA, 1975, pp. 20-21

31Lomartire G., cit., pag. 22

32 Notiziario del portale Numismatico dello Stato – Ministero per i Beni e le Attività Culturali: “Contributi/Vetrine e Itinerari/Dossier n. 1, 2013, pag. 36: “… Sambon aveva potuto dsare notizie di un ritrovamento di monete della Magna Grecia avvenuto a Sava nel 1856, fornendo l’elenco delle monete scoperte e disperse solo sulla base di una notizia ricevuta “par un tèmoin oculaire” ed entrando peraltro solo in possesso di pezzi scelti”.

33 Sambon, L. “Recherches sur les anciennes monnaies de l’ Italie meridionale”, Neaples, Cataneo, 1863, pag. 11

34 Evans, Arthur J., “The Horsemen of Tarentum – a contribution towards the numismatic history of Great Greece”, London, 1889, pag. 2, nota 4

35 Stazio, A., “Per una storia della monetazione dell’antica Puglia”, in Archivio Storico Pugliese, 28, 1972, pag. 42

36 ivi

37 Coco P., “Cenni storici di Sava” cit., pag. 29 . Secondo il Coco i basiliani ebbero in Sava e dintorni diverse dimore: “…. non poche dimore, che giunsero a poco a poco a mutardsi in tanti villaggi, dei quali restano ancora i nomi e le vestigia nella Valle dei Cupi presso Lizzano, nella cappella della SS. Trinità presso Torricella, nella masseria delle Petrose, in S. Maria di Bagnolo, in S. Anastasio e in Pasano […] In Sava ebbero i Basiliani altre dimore come quella presso la chiesa di S. Elia sita lungo la via Sopporto, e l’altra di S. Nicola pare in contrada Castelli…”

38 Coco P. “Cenni storici di Sava” cit., pag. 261

39 Coco, P. “Cenni storici…” cit., pp. 261-262

40 Cfr. Plinio “Naturalis Historia” 3,99-105

41 Cfr. Giannelli, Giulio “Problemi di storia antica applicata al Salento”; De Mitri, Carlo “Dinamiche insediative nella penisola salentina in età romana”, 2010

42 De Luca, Giuseppe, L’Italia Meridionale o l’antico reame delle Due Sicilie, descrizione geografica, storica, amministrativa, Napoli, 1860

43Poiché il manoscritto è andato perduto e nessuna copia risulta pervenuta ai ns. tempi, l’unico riferimento sono i passi riportati dal Coco nelle sue citazioni: non conosciamo però il resto dell’opera.

44 D’Elia, Achille, Sava e il suo feudo, storia paesana – manoscritto (cit. in Coco, Cenni Storici di Sava, pag. 59). Il D’ Elia avanza questa ipotesi dopo aver ricostruito e analizzato le caratteristiche dei “Castelli” .

45Pichierri, Gaetano: “il confine degli etnici toponomastici”, in “Omaggio a Sava”, cit

46 Cfr. Coco, P. “Cenni storici…” cit., pp. 60-61 ivi compresa la nota (1) a pag. 61

47 Lomarire, Giuseppe, “Sava nella storia”, Cressati, TA, 1975, pag. 30

48 Cfr. Mele, G.: ”Sava (TA) gli studi sulle origini toponomastiche”, in “Academia.edu”: https://www.academia.edu/10392031/Sava_Ta_gli_studi_sulle_origini_toponomastiche

49 Si pensi ad es. agli insediamenti neolitici individuati in località Petrose e in altre contrade dell’agro, alle presenze magnogreche e successivamente romane individuate in Agliano e Pasano nonché a quelle definite “indigene” dal Pichierri nei suoi studi, e rilevate nei medesimi luoghi, o, appunto, alle tesi “messapico/salentine” del D’Elia nei confronti degli antichi Castelli.

50 Pichierri, G. in “I confini Orientali della Taranto greco-romana” in “Omaggio a Sava”, Del Grifo, 1994, pp.231-256

51 Cfr. Coco, Primaldo, in “Cenni storici…” a pag. 122 fornisce un elenco di nomi pagani (aboliti da un decreto vescovile del 1633) che tuttavia il Coco interpreta come diffusi da famiglie del leccese e del napoletano venute a dimorare in Sava.

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5 thoughts on “Sava-Castelli, la città sotterranea e la necropoli. Documenti, tracce e testimonianze di un antico centro abitato precedente la Sava del XV secolo.

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