Le torri costiere della Terra d’Otranto nel tarantino

di Daniele Perrone

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Torre Colimena

A causa della sua collocazione geografica, la penisola salentina è sempre stata terra di frontiera nel Mediterraneo. Fin dall’età romana, ma anche durante l’Impero Bizantino, il mare che bagna l’antica Terra d’Otranto ha rappresentato per questa penisola un fondamentale nodo culturale e commerciale con il resto del Mediterraneo.

Quello stesso mare, che ha portato ricchezza e scambi, è stato però anche simbolo di fatalità, condizionando per secoli la vita delle popolazioni autoctone, costrette a fare i conti dapprima con le incursioni saracene e, successivamente, con quelle turco-ottomane.

A partire dal VIII – IX secolo, fino al ‘700 inoltrato, ci sono stati innumerevoli incursioni lungo la costa (e persino nei centri dell’immediato entroterra), che hanno costretto le popolazioni locali a realizzare delle fortificazioni costiere. Alcune torri furono costruite già in epoca romana, altre ancora dai Bizantini, per difendersi dalle invasioni dei Longobardi, ma all’assetto difensivo contribuirono anche i normanni, gli svevi e gli angioini.

Nel 1220, Federico II di Svevia fece edificare la torre di Porto Cesareo e dieci anni più tardi fece restaurare la Torre del Serpe di Otranto. Su commissione di Carlo II d’Angiò, invece, fu edificata la brindisina Torre del Cavallo (1301). La maggior parte di esse però furono realizzata a partire dal 1563, sotto il governo spagnolo di Carlo V, cioè poco prima della storica battaglia di Lepanto (1571) che avrebbe ridimensionato le pretese turco-ottomane nel Mediterraneo occidentale (Vedi Storie di pirateria in Terra d’Otranto). La presa di Otranto del 1480, il sanguinoso saccheggio di Castro nel 1537 e tutte le incursioni piratesche e corsare che si susseguirono tra il XV ed il XVI secolo, misero in luce la necessità di installare lungo le coste salentine un vero e proprio sistema difensivo. Si avviò quindi una strategia difensiva e organica che prevedeva la costruzione ex novo di torri di avvistamento, nonché la ristrutturazione di quelle già presenti. Il piano di difesa prevedeva inoltre, di pari passo a queste opere, la fortificazione di castelli e di masserie già presenti nell’entroterra, in modo da proteggere e preservare anche le fondamenta su cui si basava l’economia salentina. Nel 1563, infatti, fu emanata un’ordinanza con la quale si stabiliva che ogni opera fortificata dovesse essere autorizzata dalla Regia Corte, mentre quelle già esistenti e ritenute idonee sarebbero state espropriate. Si stabiliva, inoltre, che ogni torre doveva “guardare a vista” la precedente e la successiva.

Ben presto, però, divenne evidente che erigere tante torri lungo le coste era un’impresa alquanto ardua e dispendiosa. Sicché, per rendere queste opere più economiche alle casse statali, venne escogitata una “scappatoia” che consisteva nel ripagare con il titolo di “capitano di torre” colui che avrebbe preso l’impegno, in una determinata località, di erigere una torre costiera. Questo stratagemma si rivelò alquanto efficace non solo per le autorità spagnole, ma anche per gli stessi capitani di torre, che assumevano, così, il diritto di riscuotere dazi e il potere di non offrire riparo a chi fosse stato inadempiente. Non solo, grazie alla loro autorità, traevano anche enormi profitti con le navi mercantili che approdavano nel porto. Le università (ovvero le corporazioni locali) dovevano invece farsi carico del pagamento dei salari dei militi e dei cavallari in servizio presso la torre, nonché delle spese di manutenzione della stessa, che sarebbero state, successivamente, rimborsate dallo Stato.

Pianta - Torre dell'Alto

Torre dell’Alto

Dal punto di vista architettonico, in queste nuove costruzioni scompare del tutto la base circolare, che viene sostituita da quella quadrata, peraltro già esistente in alcuni esempi precedenti. Tra le altre caratteristiche, vi è lo sviluppo tronco-piramidale in elevazione e la presenza di caditoie su ogni prospetto. Nel basamento delle torri si trovava solitamente una cisterna per la raccolta e la conservazione delle acque piovane. Sulla volta della cisterna (solitamente a primo piano) veniva costruito un unico ambiente abitabile, al quale si accedeva esclusivamente dal lato esposto verso la terraferma.

Pianta cisterna - Torre Santa Caterina

Torre Santa Caterina. Pianta a quota cisterna

Il terrazzo era invece accessibile attraverso scale retrattili e su di esso venivano alloggiati gli armamenti e gli strumenti di segnalazione. In genere, chi avvistava navi nemiche, usava avvertire la popolazione tramite allarmi sonori, come il corno e le campane, oppure con segnali visivi, come il fumo (durante il giorno) o il fuoco (durante la notte).

Solo poche torri, in particolare sullo Ionio, a nord di Gallipoli, hanno dimensioni maggiori (denominate come “Serie di Nardò”). Questo perché, oltre ad essere utilizzate come sede di comando, servivano anche per stipare merci e radunare uomini. Un’altra particolarità era la presenza – per alcune di esse – di una lunga e imponente scalinata esterna con la quale si accedeva alla torre.

Dal punto di vista costruttivo, però, non tutte le torri diedero gli esiti sperati. La costruzione di questi manufatti, caratterizzata da tempi relativamente lunghi e ostacolata spesso dalle scarse risorse economiche, costrinse molti capimastri a fare dei lavori più veloci e grossolani. Molti di essi, infatti, per risparmiare tempo e denaro, ricorrevano ad accorgimenti che si sarebbero rivelati poi deleteri per la conservazione a lungo termine. Si pensi ad esempio a Torre Mozza (situata nei pressi della marina di Ugento), così detta perché crollò più volte, anche subito dopo la sua realizzazione. La causa di questi crolli è dovuta al grossolano errore di impastare “furbescamente” la malta con acqua marina al posto di acqua dolce. La presenza dei sali iodati nei leganti causa infatti erosioni, rigonfiamenti e processi chimici che a lungo andare degradano le strutture fino a portarle al collasso. Ma oltre ai problemi connessi alla malta, altre “frodi” costruttive arrecarono danno allo Stato e lasciarono importanti tratti di costa scoperti, come la realizzazione di mura “a sacco” talvolta vuote nel loro interno.

muratura a sacco

Schema costruttivo del muro a sacco

Tuttavia, anche a quei tempi esisteva una direzione e una gestione del cantiere, proprio con lo scopo di sorvegliare i capimastri e di valutare la buona “regola d’arte” dei lavori. Ad opera conclusa, si eseguiva anche il collaudo ad opera degli ingegneri regii. Il partitario (ovvero l’appaltatore) rilasciava una garanzia alla Regia Corte, solitamente compresa tra i 300 ed i 500 ducati per ogni torre, e, durante lo svolgimento dei lavori, veniva sorvegliato da un “soprastante” affinché si attenesse alle prescrizioni dategli.

Pare che le torri edificate nella provincia della Terra d’Otranto fossero in tutto 132, ma ad oggi se ne contano a malapena una novantina. Alcune sono tuttora conservate e riqualificate, molte altre sono ridotte a dei ruderi o poco più che le rendono quasi irriconoscibili, altre ancora non sono mai state trovate.

Per la Provincia di Taranto, partendo da sud, la prima è Torre Colimena (Comune di Manduria), che è stata costruita durante il periodo spagnolo di Carlo V e rappresenta l’ultima torre con la tipologia costruttiva della “Serie di Nardò”. L’unico episodio storico di rilievo per questa località risale al 1547, quando circa 400 predoni Turchi guidati da Khira – un personaggio locale convertito all’islam – sbarcarono nella piccola località e depredarono i raccolti delle masserie attorno a San Pancrazio ed Avetrana.

Proseguendo ancora lungo la costa di Manduria, seguono: Torre delle Saline, Torre di San Pietro in Bevagna e Torre Borraco (costruita negli anni dell’emanazione dei Capitoli della Bagliva).

Tra queste, la Torre di San Pietro in Bevagna merita una particolare attenzione. Edificata proprio nel luogo in cui si narra che l’apostolo Pietro naufragò durante una mareggiata di scirocco, è annessa alla chiesa di San Pietro, che ricorda il fatto che, una volta approdato, l’apostolo convertì dapprima un certo signore Fellone e, successivamente intere comunità salentine come quelle di Oria ed altre (Vedi Il dilemma della Via Francigena nel Salento).

Manduria San Pietro Bevagna - Torre e chiesa

Torre di San Pietro in Bevagna con annessa chiesa

Inoltre, assieme a Torre Santa Sabina di Carovigno (BR) e a Torre San Giovanni di Ugento (LE), la Torre di San Pietro rappresenta architettonicamente una delle tre torri pugliesi a forma ottagonale a cappello da prete.

Il Comune di Maruggio vanta la presenza di due torri: Torre delle Moline (in località Campomarino) e Torre Ovo (o “dell’Ovo”), edificate entrambe nel 1473, anno di emanazione dei Capitoli della Bagliva. Seguono poi Torre Canneto (nel Comune di Lizzano), Torre Zozzoli o “Sgarrata” (situata sull’isola amministrativa del Comune di Taranto, tra Pulsano e Lizzano), Torre Rossa “o Sasso” (nel Comune di Lizzano, ormai scomparsa), Torre Castelluccia (edificata nel ‘500 e ricade nel Comune di Pulsano) e Torre Saturo (situata nella marina di Leporano). Collocate in agro di Taranto, si susseguono Torre Lama, Torre Capo San Vito, Torre Rondinella e Torre Tara.

Infine, nell’estremo confine dell’antica Terra d’Otranto, avvicinandoci alla Basilicata, si susseguono Torre Saline o “Lo Lato” (situata nel Comune di Castellaneta) e Torre Mattoni (costruita nel XVI secolo e situata nella marina di Ginosa, ad est dell’oasi naturale del Lago Salinella).

Fonti:

Bistrò Charbonnier – Le torri costiere in Terra d’Otranto (Parte prima)

Bistrò Charbonnier – Le torri costiere in Terra d’Otranto (Parte seconda)

GAL Terra d’Arneo – Linee guida per il recupero dei siti e degli edifici di particolare interesse storico e culturale

Salento.com: Le torri costiere, un capitolo di storia nel Salento

Salentoviaggi.com: Torri Costiere – Torri di avvistamento – Torri di guardia nel Salento

Salentu.com: Torri costiere e torri fortificate nel Salento

Le torri costiere intorno a Gallipoli (di Tommaso Leopizzi)

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