I sacri rituali di guarigione: Demetra, “la papagna” e “lu ‘nfascinu”

(echi di antichi culti sopravvissuti nella tradizione contadina della provincia di Taranto e del Salento)

di Gianfranco Mele

1

Demetra-Cerere con spighe, oppio e serpenti

In diverse aree del Salento, del tarantino e della Puglia, sono rimaste molto vive, sino quasi ai giorni nostri, le tradizioni dell’uso medicamentoso della “papagna”1 e del rito riparatorio alla “fascinazione” nel mondo contadino. Quanto sono legate queste usanze al mito demetriaco? La dea greca Demetra, e il suo corrispettivo romano, Cerere, sono legate al simbolismo delle spighe e delle capsule di papavero da oppio, sia nella mitologia che in molte raffigurazioni 2. Persino una divinità precedente (e correlata anch’essa alla successiva Demetra) scoperta a Gazi 3, è strettamente legata al papavero: il famoso “idolo” femminile di Gazi è rappresentato con in testa delle capsule di papavero.

Cerere e Demetra sono spesso “accompagnate”nelle varie raffigurazioni da spighe, oppio e serpenti.4 Nei Fasti di Ovidio, il comportamento di Cerere nutrice di Trittolemo presenta numerose analogie con alcune pratiche di medicina e magia popolare (in particolare, il rito della “controfascinazione”). Il presente lavoro consiste, perciò, in una comparazione tra gli elementi del rito, del culto e del mito di Demetra, e le tradizioni de “lu ‘nfascinu” e dei medicamenti con l’impiego della “papagna” indagate nel corso di alcune personali ricerche sulle tradizioni popolari locali. Le “guaritrici” della nostra tradizione contadina, che apprendono per via iniziatica i rituali esoterici di guarigione dei bambini, potrebbero essere una emanazione delle “sacerdotesse di Demetra” nell’ambito di un rito originato da antichi culti, e parzialmente riadattato.

Demetra e Kore nel tarantino e nella Messapia. Demetra e Kore furono delle divinità molto popolari sia in area magno-greca5 che in area messapica. Il loro mito, come si è detto, è notoriamente legato alla simbologia del papavero da oppio, tale simbologia è riscontrabile anche in culti e divinità precedenti e assimilate alla successiva Demetra, o, per restare in ambito pugliese, nei culti della Daunia.6 In ambito romano, il culto di Demetra si fonde con quello della antica dea italica Cerere, che assimila le varie caratteristiche demetriache: ai tempi della colonizzazione romana perciò il mito sopravvive ancora nelle nostre terre.

Nella Chora tarantina era molto sentito il culto di Demetra, che trovava un punto di riferimento, come santuario di confine, ad Agliano7. La Dea era molto venerata anche tra i Messapi, e aveva nella vicina Oria, sul monte Papalucio, uno dei principali templi dedicati a lei e a sua figlia Persefone (Kore).8

La presenza “storica”, protrattasi fino a qualche decennio fa di imponenti “stazioni” spontanee di papavero da oppio in agro di Sava (zona in cui ho incentrato gran parte della mia ricerca, ma più in generale nel tarantino e nel Salento), e il perpetrarsi nei secoli dei suoi utilizzi nella cultura popolare locale, potrebbero essere di per sé sufficienti a ipotizzare un collegamento ricongiunto proprio ai culti di Demetra e Kore in zona 9. Ma analizzando alcune caratteristiche del culto demetriaco così come ci è stato tramandato dagli scrittori greci e latini, e in particolare il culto eleusino, si possono rintracciare una serie di elementi che ricongiungono ad esso anche una serie di rituali caratteristici della nostra tradizione popolare e che avvicinano le nostre “guaritrici” ad una tradizione esoterica molto antica.

“Lu ‘nfascinu” – una ricerca sul campo. Intorno al 1983, nell’ambito di un seminario-laboratorio di Antropologia Culturale all’Università di Urbino, avviai una ricerca sulle tradizioni magico-popolari a Sava e in particolare sull’usanza de “lu ‘nfascinu”. A ciascuno di noi studenti era richiesto di indagare nel proprio territorio di residenza intorno alle tradizioni della magia contadina. Condussi una serie di interviste nei confronti di tre tipologie di persone legate alla tradizione de “lu ‘nfascinu”: persone che dichiaravano di aver subìto questa tipologia di sortilegio in prima persona o nella propria famiglia, donne riconosciute nel paese come “infascinatrici”, e donne guaritrici, che avevano ereditato il potere e la capacità di “togliere lu ‘nfascinu”. Riporterò in un’altra occasione un dettagliato resoconto della ricerca. Molto sinteticamente, gli elementi che emergevano erano i seguenti:

  • soggetti maggiormente colpiti: bambini/e e fanciulli/e
  • sintomatologia: mal di testa, vomito, sonnolenza, pesantezza delle palpebre, perdita delle forze, pallore, febbre, intontimento, spossatezza, dolori diffusi.
  • aggravamento dei sintomi non accompagnato da “cure” : morte
  • tipologia del “male” : sortilegio, maleficio (anche e spesso involontario)
  • come viene dato: sguardo, complimenti
  • riti preventivi: amuleti (“cornetti” appesi al collo); immagini sacre; sacchettini appesi con una spilla agli indumenti e contenenti: piombo, immagini sacre, acini di sale
  • riti esplorativi (“diagnostici”): rituali relativamente complessi con utilizzo di orazioni segrete, formule, preghiere , piattino con acqua e olio 10 ; utilizzo della lingua (segno della croce per 3 volte) sulla fronte del bambino per “saggiare” se è ammalato o meno
  • rituali riparatori: formule, gesti, orazioni segrete o preghiere o segni della croce ripetuti per 3 volte. Il rito del “piattino con acqua e olio” ha in genere una funzione esplorativa ma si protrae sino alla fase riparatoria (è in un certo senso parte integrante anche della “cura” e viene ripetuto per verificare se il soggetto è guarito)
  • persone deputate a “guarire”: donne, in genere anziane, che hanno appreso la pratica per via “segreta o iniziatica (spesso tramandata di generazione in generazione a “eredi” prescelti e/o considerati predestinati, attraverso – in ogni caso – una vera e propria iniziazione)

La papagna. La pianta del Papaver somniferum, della quale ci è pervenuto un utilizzo di tipo medicamentoso nella cultura popolare contadina (calmante e analgesico per adulti e bambini a dosaggi variabili) è conosciuta nella nostra tradizione popolare come “papagna” . Per calmare e far addormentare i bambini irrequieti sino a qualche decennio fa veniva preparato un infuso dal risultato “sicuro” e immediato, fatto con camomilla e uno o due bulbi di Papaver somniferum. Una variante molto utilizzata era il “pupieddu” (o “pupiddu” a seconda del dialetto di provenienza), un succhietto artigianale che prendeva forma di capezzolo attraverso la chiusura in una pezzuola, o un angolo di fazzoletto, dei seguenti ingredienti: mollica di pane, fiori di camomilla, foglie di alloro tritate, semi di papavero da oppio e miele (o zucchero in alternativa). L’infuso di papagna era utilizzato, ovviamente, anche per curare individui adulti (tosse, insonnia, irrequietezza, ecc.): in questo caso i dosaggi erano maggiori e rapportati alla sintomatologia o ai risultati desiderati.

2

Demetra, Trittolemo e Persefone “Kore”, la triade eleusina (bassorilievo marmoreo di Eleusi, 440-430 a.c. ca): Demetra consegna a Trittolemo una spiga di grano, mentre Persefone “benedice” Trittolemo ponendogli la mano sul capo. L’imposizione delle mani sul capo è un gesto tipico anche delle anziane guaritrici del mondo contadino (vedi figure successive)

3

scena da un rituale popolare di “controfascinazione”

Demetra, “la papagna” e il sacro rituale di guarigione dei bambini. Nel mito di Demetra raccontato da Ovidio,11 quando nel suo pellegrinare alla ricerca di sua figlia Kore rapita da Ade, la dea giunge ad Eleusi sotto mentite spoglie (con sembianze di una vecchia), presso la capanna del vecchio Celeo e di Metanira, si prende cura del piccolo Trittolemo che giace ammalato nella sua culla, e ne diventa nutrice. Demetra ha incontrato Celeo, che le racconta di quanto suo figlio Trittolemo sia malato e come non riesca a prendere sonno, e passi le notti sveglio in preda a dolori. Prima di giungere alla capanna, la dea si ferma a raccogliere papavero da oppio: “… illa soporiferum, parvos initura penates, colligit agresti lene papaver humo12 (“…e la dea, prima di entrare nell’umile capanna -, raccoglie dal suolo agreste delicato papavero dalle virtù soporifere”) La dea, nel cogliere il papavero, interrompe involontariamente il suo voto di digiuno, ingerendolo : “dum legit, oblito fertur gustasse palato longamque imprudens exsoluisse famen13 (“Si dice che nel coglierlo, lo gustò con immemore palato rompendo involontariamente il suo lungo digiuno”) Giunta insieme a Celeo sulla soglia della capanna, la dea vede tutta la famiglia in preda alla disperazione: per il bambino sembra che non ci sia più alcuna speranza di salvezza (limen ut intravit, luctus videt omnia plena; iam spes in puero nulla salutis erat) 14. A questo punto ha inizio un rituale di guarigione che ha moltissime assonanze con alcuni rituali tipici della cultura popolare locale. Si mescolano gesti tipici dei rituali locali di guarigione per il fascinus o “fascinazione” (a Sava “’nfascinu”), con la cura a base di oppio utilizzata per calmare o far dormire i bambini, tipica anch’essa della nostra cultura contadina: “matre salutata (mater Metanira vocatur) iungere dignata est os puerile suo. Pallor abit, subitasque vident in corpore vires: tantus caelesti venit ab ore vigor15 (“la madre (che aveva nome Metanira), si degnò di unire la bocca del fanciullo alla sua. Il pallore scompare e d’un tratto vedono il corpo riprendere forza. Tanto vigore provenne dalla bocca divina”). In una delle numerose varianti del rituale locale atto a sconfiggere il “fascinus” la guaritrice crea un contatto tra la propria bocca e il corpo del bambino baciandone la bocca oppure ungendo la fronte del bambino della propria saliva (questo atto fa parte sia di rituali di tipo esplorativo, che riparatorio). I sintomi del bambino “infascinato” sono: progressiva debolezza, stordimento, dolori, insonnia, febbre, pallore, e si fanno sempre più intensi, sino a provocare la morte, se il “fascino” viene trascurato. Il piccolo Trittolemo manifesta una sintomatologia molto simile, e, come nel rituale del “fascino”, dopo l’intervento di Demetra il pallore, sintomo tipico, scompare, e con esso il deperimento, e infatti il bambino riacquista le forze. A questo punto i genitori e la sorella di Trittolemo si rallegrano, e subito imbandiscono vivande offrendo a Demetra di partecipare al banchetto. Ma Demetra se ne astiene e continua a curare il bambino, somministrandogli un infuso a base di papavero: “….Abstinet alma Ceres, somnique papavera causas dat tibi cum tepido lacte bibenda, puer”16 “….ma non mangia la santa Cerere, e ti dà, fanciullo, infuso di papaveri che procurano il sonno, da bere con latte tiepido”. Il rituale si conclude con una operazione che Demetra compie per rafforzare la salute del bambino e conferirgli addirittura il dono dell’immortalità (che poi Metanira impudentemente interromperà nella sua parte conclusiva, vanificando così la possibilità data a Trittolemo di diventare immortale): “Triptolemum gremio sustulit illa suo, terque manu permulsit eum, tria carmina dixit, carmina mortali non referenda sono, inque foco corpus pueri vivente favilla obruit, humanum purget ut ignis onus17 (la dea prese Trittolemo in grembo, per tre volte lo accarezzò con la mano, pronunciò tre formule, (formule non ripetibili con voce mortale), e nel focolare ricopre il corpo del bambino con cenere calda, perchè il fuoco purifichi il peso della mortalità umana”). Anche questa parte del rituale compiuto da Demetra ha molte assonanze con i rituali riparatori del “fascino”, nei quali la guaritrice (nella variante a noi pervenuta, con elementi di cristianità mescolati) ripete gesti (come il segno della croce) per tre volte sulla fronte o sulla testa del bambino, pronunciando al contempo una orazione per tre volte. Il ruolo di Demetra guaritrice-”masciàra”-”sfascinatrice” proprio come le anziane donne della nostra tradizione, è chiarissimo in un’ altra delle numerose varianti che raccontano il mito di Demetra a Eleusi, quella pervenutaci come Inno Omerico a Demetra e attribuita, appunto, a Omero. Il ruolo di Demetra, giunta in sembianze di vecchia in casa di Metanira, alla quale la dea si propone come nutrice, è proprio quello di proteggere il bambino da malefici, ed eventualmente rimediare ad essi: “Di tuo figlio volentieri mi prenderò cura, come tu mi chiedi, lo alleverò, e in verità non credo che, per negligenza della nutrice, mai lo abbatteranno il maleficio, o le erbe velenose: conosco un rimedio molto più forte delle erbe nocive, conosco, per il maleficio funesto, un valido scongiuro”.18 Un altro elemento comune tra la “pratica” demetriaca e le pratiche di cura de “lu ‘nfascinu” è il digiuno considerato indispensabile e parte del rito stesso. Nei racconti forniti alle mie interviste, il digiuno è prescritto sia alla guaritrice che all’ ”ammalato”. Il bacio sulla bocca dato da Demetra a Trittolemo, si è detto, ricorda i rituali esplorativi e riparatori nella pratica del “contro-‘nfascinu” locale, così come anche negli antichi riti sardi, dove il bacio è utilizzato per contrastare l’ “ogu malu” (malocchio) che, come il locale “ ‘nfascinu” può essere “gettato” anche involontariamente. 19 In antichità la “fascinazione” era molto temuta: ne hanno parlato Cicerone, Plinio, e molti altri autori. I vari rituali, con la costante della ripetizione per tre volte, ad es. l’unzione di saliva o lo sputo, il despuere malum verso il soggetto colpito – quasi sempre un bambino, o frasi o orazioni ( sempre ripetute 3 volte), sono un classico nei racconti degli antichi autori intorno alla “fascinazione”, così come il digiuno a cui la “guaritrice” anzitutto (ma a volte anche l’infermo) doveva sottoporsi come parte fondamentale e integrante del rito, e conferente efficacia al rituale stesso. 20 La guaritrice della nostra tradizione popolare sembra ereditare numerosi elementi del mito demetriaco, tutti centrati nella cura del bambino ammalato e “infascinato”, colpito dal maleficio o ad esso esposto, rispetto alla quale Demetra si mostra “specialista”: come essa afferma nell’ Inno Omerico, è in grado di proteggere il bambino e intervenire su di lui sia a livello preventivo che riparatorio del male (“mai lo abbatteranno il maleficio, e le erbe velenose”, “conosco un rimedio molto più forte delle erbe nocive”, “conosco per il maleficio funesto un valido scongiuro”). Come nella nostra tradizione popolare, Demetra ripete inoltre per 3 volte gesti e formule segrete e “non ripetibili con voce mortale”, ovvero iniziatiche e riservate soltanto alla conoscenza delle sue sacerdotesse.

4

scena (2) da un rituale popolare di “controfascinazione”

Kore, un nome femminile rimasto in auge nella tradizione savese sino al 1600. Un ulteriore elemento che può farci comprendere quanto il culto di Demetra (insieme con un più vasto “repertorio” di origine pagana) abbia lasciato strascichi nel tempo in Sava e nel più vasto Salento, è nel fatto che sino al 1600 i neonati venissero registrati nei registri parrocchiali con una serie di nomi pagani, tra cui “Kore”, nomignolo vezzoso dato dalla stessa Demetra, come ci racconta il mito, alla figlia Persefone. Il Coco ci dà notizia, nei suoi “Cenni storici di Sava”, della visita in Sava di Marco Antonio Parisi, Vescovo della Diocesi di Oria dal 1632 al 1649. La visita vescovile in Sava avviene nel 1633, a un anno dall’inizio del vescovato di Parisi, e in quella occasione il Parisi si affretta ad emanare un decreto nel quale “si dovesse eliminare l’abuso” di chiamare i neonati con nomi “strani” e di chiara matrice pagana. Il problema persiste evidentemente sino al vescovato di Monsignor Kalefati (1781-1794), se, come traspare dalle pagine del Coco, questo vescovo che succede al Parisi dopo ben altri otto vescovati, riaffronta in qualche modo la questione – forse minimizzandola – ma definendo “curiosi” questi nomi. Nel nutrito elenco di tali nomi pagani riportato dal Coco a pag. 122 dei suoi “Cenni storici”, appaiono nomi maschili e femminili, la maggior parte dei quali di chiara derivazione sia magno-greca che romana: tra questi, il nome femminile Core con il quale venivano registrate diverse fanciulle.21

Le sacerdotesse di Demetra – Cerere. Nel culto di Demetra il ruolo svolto dalle donne e dalle sacerdotesse è fondamentale e predominante. Analogamente, nei rituali magico-popolari, le officianti sono le donne. La donna è depositaria dei segreti delle formule e dei riti che vengono tramandati esclusivamente in linea femminile, e solo a lei spetta esercitare il rito. La donna inoltre, è colei che è più esposta al rischio del sortilegio ma è anche colei che esercita il sortilegio stesso in modo più potente, e questa è una costante che si riscontra in Puglia come nelle isole 22 . Sempre in linea femminile vengono ereditati gli oggetti magici (gli amuleti) che hanno un corrispettivo negli hiera, gli oggetti sacri dei culti demetriaci. Gli hiera dei culti demetriaci sono stati spesso identificati come composti da svariati simboli tra cui, in larga misura, quelli fallici,23 esattamente come i cornetti utilizzati come amuleti nella prevenzione e nello scongiuro del fascinus e come i più espliciti amuleti fallici romani dedicati sempre al fascinus 24. Le sacerdotesse celebranti le Thesmophòria di Demetra, denominate anche melissai (api), sembra che utilizzassero una bevanda sacra a base di miele mescolato con acqua25, elemento che ricorda uno dei composti della “papagna” utilizzato nella nostra tradizione locale (semi di papavero mescolati con altre erbe, e miele in abbondanza per addolcire l’infuso). Le donne depositarie di arti magiche e guaritrici nella nostra tradizione contadina hanno svariati aspetti, a volte fusi e interscambiabili tra loro, a volte distinti: la “masciàra” (nel leccese “macàra”) è esperta di erbe, riti segreti e incantesimi, può provocare il male ma anche guarire, può seminare siccità, perturbazioni e danneggiare i raccolti, ma anche favorire una buona semina, una buona crescita delle piante, può influenzare positivamente il clima, e rendere produttivo e prosperoso un campo. Analogo potere lo hanno Demetra e le sue sacerdotesse. La “guaritrice” cura in particolar modo i bambini dagli influssi del fascinus e fa loro da benevola nutrice, utilizzando arti magiche, misture di erbe, e riti segreti, come fa Demetra con Trittolemo. Demetra triforme si manifesta negli aspetti della Erinni furiosa per la perdita della figlia Persefone, della madre–nutrice benevola e compassionevole, e di Ecate divinità lunare e dei morti, conoscitrice e dispensatrice di arti magiche e iniziatiche. Le “masciàre” e le guaritrici pugliesi e salentine incarnano, a volte fusi insieme, a volte separatamente, questi aspetti e queste “facoltà”. Le tradizioni magico-popolari con svariate arti divinatorie, di guarigione e divinazione esercitate dalle donne sono comuni a tutto il sud, compresa la Sicilia, ove ancora si conservano nei paesi contadini i rituali tipici. Culti di Demetra-Cerere si estendono e rivestono grande importanza nell’antichità in Basilicata (ove sorge tra gli altri il tempio di Policoro dedicato a Demetra), in Calabria (Tempio di Locri) : tutte queste regioni hanno in comune pratiche magiche molto simili tra loro e ricollegabili ai culti demetriaci. La Sicilia è considerata patria di Demetra e Kore (con le tracce degli importanti templi rinvenuti a Enna, Morgantina, Agrigento, Gela) e della romana Cerere, tanto che Cicerone riteneva che tutta l’isola siciliana fosse consacrata a questa divinità.26 Sempre secondo Cicerone, le sacerdotesse romane dedite al culto di Cerere presso l’Aventino, provenivano esclusivamente dal sud.

Note:

1Denominazione dialettale del papavero da oppio
2Cfr. Nencini, Paolo, Il fiore degli inferi. Papavero da oppio e mondo antico. Editore, 2004 ; Samorini, Giorgio I misteri eleusini nei reperti archeologici http://samorini.it/site/archeologia/europa/misteri-eleusini/archeologia/ ; Samorini, Giorgio I misteri eleusini http://samorini.it/site/archeologia/europa/misteri-eleusini/
3L’idolo di Gazi è una statuetta in terracotta assegnata al tardo periodo minoico (1350-1250 a.C.) : ha un copricapo con capsule di papavero.
4Cfr. Nencini e Samorini, opere citate. In un ulteriore approfondimento vedremo come anche la figura del serpente è legata al “fascinus” di cui si tratta in questo scritto: esso è l’animale mitico affascinatore per eccellenza
5Tra i vari santuari magno-greci dedicati a Demetra, un sito del quale sono stati approfonditi studi e ricerche è quello situato a Policoro (cfr. Golin, Marta: Brinna Otto – Il Santuario di Demetra a Policoro, gli spazi del culto le divinità e i rituali, Scorpione Editrice, Taranto, 2007
6Samorini, Giorgio Il culto dell’oppio fra i Dauni della Puglia http://samorini.it/site/archeologia/europa/archeologia-oppio/oppio-dauni-puglia/
7Cfr. Pichierri, Gaetano Agliano nella storia Magna Grecvia in “Sava nella storia” a cura di Lomartire, G., Cressati, taranto, 1975 pp. 98-112
8 Si suppone che i Messapi fossero entrati in contatto con il culto di Demetra e Kore grazie alla vicinanza con Taranto e alle frequenti unioni e interscambi con donne greche
9Cfr. Mele, Gianfranco: Piante spontanee ad uso magico, rituale, medicinale e inebriante in provincia di Taranto e nel Salento. Usi tradizionali, note etnobotaniche, ricostruzioni storiche e documentarie https://www.academia.edu/9407506/Piante_spontanee_ad_uso_magico_rituale_medicinale_e_inebriante_in_provincia_di_Taranto_e_nel_Salento._Usi_tradizionali_note_etnobotaniche_ricostruzioni_storiche_e_documentarie
10Le varianti del rituale sono numerose. In altra sede mi riservo di descriverle compiutamente. L’utilizzo del piattino con acqua e olio a scopo divinatorio e diagnostico è un classico: si lasciano cadere 3 gocce di olio in un piattino colmo d’acqua e si osserva il “comportamento” delle gocce al fine di individuare se il soggetto è stato “affascinato”, e anche se l’ “affascinatore” sia stato un uomo o una donna.
11Ovidio, Fasti, Libro IV
12ivi., vv. 531-532
13Ivi, vv. 533-534
14Ivi, vv. 537-538
15Ivi, vv. 539-542
16Ivi, vv. 547-548
17Ivi, vv. 550-554
18Inni Omerici, II – “A Demetra”
19 Angioni, Giulio “ Il mondo popolare tradizionale”in “Sardegna”, Touring Club – Gruppo Editoriale L’Espresso, 2005, Pag. 82
20cfr. Park, Roswell, “The evil eye, thanatology, and other essays” – Boston, R.G. Badger, 1912
21Coco, Primaldo “Cenni storici di Sava” Stab. Tipografico Giurdignano, Lecce, 1915 (ried. Marzo Editore, Manduria, 1984)
22Cfr. “La medicina tradizionale in Sardegna – il malocchio e i rimedi adottati per prevenirlo e curarlo” http://ilmulinodeltempo.blogspot.it/2011/06/la-medicina-tradizionale-in-sardegna.html
23Cfr. Lippolis, Enzo, “Misterya – archeologia del santuario di Demetra a Eleusi” pp. 12-19
25Cfr.Lippolis, Enzo, cit., pag. 20 – il Lippolis prende questa notizia da Pindaro – IV Ode Pitica
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