Perché la chiesa di Carosino ha un secolo in più di quanto si pensi

di Angelo Campo

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Anticamente, fino al Settecento, Carosino disponeva di due chiese, poste una affianco all’altra, divise da un muro e collegate da una porta. La prima era l’”antica cappella” dedicata a Santa Maria di Carosino, che custodiva l’immagine sacra della Madonna allattante, l’altra era una chiesa costruita successivamente alla prima. I due edifici, in seguito, fondendosi ad un terzo (una nuova cappella realizzata nel ‘600 per la Madonna di Carosino), hanno generato lo spazio della attuale chiesa parrocchiale dedicata alla Madonna delle Grazie.

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L’amica e scrittrice Elena Manigrasso, nel suo libello sull’opera di Domenico Antonio Carella a Carosino, distribuito in allegato al mensile Comunic@re del mese di dicembre 2014, riporta la data approssimativa del 1530 come quella di probabile realizzazione della chiesa “nuova” contigua all’”antica cappella” che Brancaccio (vescovo tarantino della seconda metà del ‘500 che, in ottemperanza a quanto disposto dal Concilio di Trento, operò visite pastorali a tappeto per l’intera diocesi) visitò il 12 e 13 maggio del 1577. Così la scrittrice ribadisce nell’articolo apparso su Galatinaduemila.it del 31 dicembre: “Ritornando poi ad altri dubbi che provengono dalla lettura del libello, Campo afferma che la data della costruzione della Chiesa Madre non corrisponde alla data del 1530 ma a un secolo prima. Su questo però le notizie sono discordanti ed all’ingresso della chiesa il testo informativo indica la data cinquecentesca. La discussione è aperta. E dato che Campo ha scritto un interessante libro sulle strade principali e secondarie di Carosino, che abbiano inizio gli incontri sulle strade dell’arte.”

Cogliendo l’invito alla costruzione di un dibattito e non per spirito di contraddizione, colgo l’occasione per mettere in sintesi gli esiti della mia ricerca (culminata nella pubblicazione del libro: Strada principale e strade secondarie, il caso di Carosino presso La Croce, tra la via Appia e la strada Sallentina, attraverso secoli e terremoti, ed. Congedo, sett. 2014) che hanno portato, tra l’altro, all’individuazione dei resti delle antiche chiese, alla definizione della loro posizione, forma, datazione ed evoluzione.

In effetti, l’idea che si aveva comunemente, circa la datazione dell’edificio religioso, era quella richiamata da Elena Manigrasso ed espressa da Antonio Cinque nel suo testo sulla storia di Carosino. Tale ipotesi sembrerebbe supportata da quanto lo stesso Brancaccio sentì dirsi durante la sua visita: “…andò a sedersi di nuovo (Brancaccio) per ascoltare a quanto tempo esisteva la devozione della stessa chiesa, chi era stato il promotore e quali erano stati i motivi. Gli rispose il Magnifico Girolamo Sanarica di Grottaglie, uno di noi alla presenza di un notario e dei testimoni: intorno all’anno del Signore 1545, a febbraio, la Beata Vergine era apparsa in sogno ad uno (non ricordò il nome); in seguito al sogno ed a dei miracoli ci fu una grande devozione ed affluenza alla detta chiesa, di cui allora esisteva solo l’antica Cappella” (traduzione di A. Cinque).

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Da queste parole del Sanarica parrebbe pacifico pensare che la “nuova chiesa” fu realizzata a partire da quel 1545, a seguito dei miracoli e della forte devozione per la Madonna. Ma, dello stesso racconto, si potrebbe compiere una diversa lettura se si analizzano, in maniera comparativa, un paio di passi del verbale della visita pastorale. (l’affermazione del Sanarica e quanto detto dai greci-albanesi dimoranti in Carosino interrogati dallo stesso Brancaccio).

Oltre alla traduzione di Antonio Cinque relativamente ai verbali della visita pastorale del maggio 1577, ne esiste un’altra realizzata da don Gaetano Calvelli nel 1787 e trascritta da don Giovanni Carrieri nel 1828.

la versione del Calvelli è: “…E da quell’apparizione, e dai susseguenti miracoli era nata la divozione, e il forte divotissimo concorso a quella Chiesa, della quale infin’allora era superstite l’Antica Cappella”. Sottolineerei, al momento, l’uso del termine “supersitite” che fa pensare che qualcos’altro esistesse ma fosse inutilizzabile.

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Supponiamo che la chiesa “nuova” fosse stata fabbricata effettivamente 30 anni prima della visita pastorale di Brancaccio. Ma da chi, con quali risorse e quali maestranze? Sembrerebbe di capire che ci sia stato un moto popolare che portò a raccogliere i denari per la costruzione, ma dato che questi non furono sufficienti, i carosinesi di rito greco ortodosso (che erano, a quei tempi, la maggior parte degli abitanti di Carosino, secondo quanto riferisce Brancaccio), prestarono ai pochi latini del casale ciò che avevano per realizzare la loro chiesa (in effetti già fabbricata per metà), dirottando in tal direzione un lascito ereditario di un certo Masio Gangato consistente in 12 ducati.

Nella traduzione del Calvelli si legge: “Qual somma era stata impiegata dopo esatta in beneficio della Cappella Abbadiale di S. Maria a titolo di puro, e semplice mutuo: e colla promessa della restituzione, quando si doveva ripigliare la fabbrica della suddetta Chiesa” (quest’ultima detta Parrocchia Greca). La traduzione di Antonio Cinque, invece, riporta che i 12 ducati dell’eredità di Masio Gangato “… li avevano spesi per la Chiesa i suddetti reverendi abati, i quali l’avevano restaurata con la promessa di doverli restituire quando fosse stata costruita la suddetta parrocchia” (greca).

Il casale di Carosino contava, all’epoca, una cinquantina di fuochi, vale a dirsi dai 400 ai 500 abitanti organizzati in 50 famiglie/clan, la maggior parte delle quali di rito greco. I “latini (…) erano pochi, e veramente due Case”, ed una di queste era quella del barone Simonetta, dominus del casale e della chiesa.

Quando Brancaccio arrivò a Carosino, gli vennero incontro, per accoglierlo, il reverendo abate Giovanni Battista Simonetta, figlio illegittimo del defunto barone Mario Simonetta, che svolgeva le funzioni di curato del paese, la baronessa Cornelia Mungia, vedova di Mario e madre di Giovanni Antonio Simonetta, barone reggente del casale, ed alcuni altri personaggi di maggior spicco del piccolo paese.

Cornelia Mungia doveva avere più di cinquant’ani se si considera che il figliastro, l’abate Giovanni Battista, dichiarò di averne all’incirca 29. Sostanzialmente i due si contendevano, davanti a Brancaccio, la possibilità di maneggiare ed amministrare i beni della chiesa e le entrate che maturavano dalle elemosine e dalle messe. Giovanni Battista dichiarò di non annotare da nessuna parte le messe ordinate dai fedeli di Santa Maria di Carosino, e di vivere delle elemosine raccolte nella cassetta che apriva e chiudeva all’occorrenza attraverso una delle tre chiavi in suo possesso (una di queste, per lungo tempo, era stata custodita da donna Cornelia). La baronessa, inoltre, denunciò il fatto che esistevano alcuni calici (in tutto quattordici dei quali alcuni d’argento e gli altri d’ottone), di proprietà della famiglia Simonetta, che alla morte di Mario furono consegnati a Giovanni Battista perché fossero messi sull’altare della chiesa, ma che in quel luogo rimasero un sol giorno prima di sparire perché persi o trafugati. Le accuse della nobildonna al prelato, assieme a quelle di concubinato con una tal Giulia dalla quale Giovanni Battista avrebbe avuto due figli, di gioco d’azzardo, di non portare la tonaca durante il giorno, ecc. convinsero Brancaccio, più o meno un anno dopo, a far chiudere la chiesa ed ad affidare la sua amministrazione al convento dei Cappuccini di Grottaglie, obbligando i pochi cattolici carosinesi a recarsi fino lì per le necessità di fede, ed ai greci di utilizzare la chiesa ortodossa della vicina S. Giorgio fino a quando non fossero riusciti a completare la propria in Carosino (sic!).

Nessun riferimento ai denari occorsi per la presunta costruzione della chiesa “nuova”, né da parte del prelato, né da parte della baronessa che sarebbe dovuta essere nel pieno della sua vita matrimoniale con Mario Simonetta trent’anni prima.

Non ci fu alcuna puntualizzazione sulla proprietà dell’edificio o sul finanziamento per la sua costruzione.

Eppure la famiglia Simonetta era una delle poche cattoliche e, sicuramente, la più facoltosa del casale. L’unica rivendicazione avvenne per quei calici d’argento e d’ottone.

Un altro interrogativo è circa il fatto che, per un ricordo legato ad un periodo così relativamente vicino, Brancaccio avrebbe avuto la necessità di raccogliere la ricostruzione di una persona neppure del luogo che poteva riportare solo quanto aveva sentito dire. La stranezza pose Brancaccio nella necessità di annotare una precisazione nel verbale della visita: “Una tal risposta recata dal Mag.co Girolamo Sanarica a Mons. Arciv. bisogna crederla, che vi fosse soggerita dai Carosinesi; oppure, che egli fosse inteso della cennata risposta, per averla ricevuta dalla fama, e diceria, coll’essersi divulgata la suddetta apparizione della Vergine Santissima. E tantoppiù la vicinanza di Carosino colle Grottaglie poteva il surriferito Sanarica essere inteso, ed informato; onde rese l’annunciata risposta”.

Infine va sottolineato come il monsignore trovò la chiesa nuova in pessime condizioni: “serravasi la stessa con tre porte, due delle quali minacciavano rovina. Il tetto, ossia solare era lastricato, sebbene in alcune parti faceva acqua, mentre pioveva.”.

Insomma, la chiesa nuova, in trent’anni avrebbe visto la sua realizzazione ad opera di ignoti quando era sicuramente vivo Mario Simonetta, marito di Cornelia Mungia (presente durante la visita del Brancaccio), un consistente prestito per proseguire i lavori elargito da coloro che professavano un’altra fede ed avevano già una loro chiesa in costruzione avanzata, ed ora la sua rovina (la porta principale era così impraticabile che Brancaccio, per entrarvi, poté usare solo l’ingresso secondario rivolto a “boreale”, cioè a Nord).

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Diverso sarebbe se quella che per molto tempo fu considerata la prima costruzione della chiesa “nuova”, in realtà fu una ricostruzione, un ripristino, oppure la conclusione di un edificio già realizzato per buona parte. In questo caso avrebbe senso quanto dissero i Greci ed il fatto che questi, tra il rendere funzionale un edificio già esistente (pur da condividere con un’altra fede) e completarne un altro ancora senza tetto, ripreso più volte dai loro avi e mai terminato, preferirono agire in maniera più pratica, efficace e veloce, destinando le loro risorse economiche alla chiesa abbaziale del casale.

Nella traduzione dei verbali della visita pastorale di Brancaccio effettuata da Antonio Cinque si dice, appunto, che i greci-albanesi avevano prestato i loro denari derivanti dall’eredità di Masio Gangato, “per la Chiesa i suddetti reverendi abati, i quali l’avevano restaurata…” e non costruita ex novo.

Ma se questa ultima ricostruzione fosse attendibile, quando sarebbe stato realizzato l’edificio della “chiesa nuova”?

La famiglia dei Simonetta venne in possesso del casale di Carosino nel 1517, trovandolo disabitato ed abbandonato da oltre cinquant’anni, acquistando il feudo da Diofebo dell’Antoglietta per 2000 ducati assieme ad altri casali e proprietà.

Il primo dei Simonetta fu Evangelista, a cui succedette Giovanni Antonio nel 1527 e poi Mario, marito infedele di donna Cornelia Mungia detta degli Spinelli.

A meno che la chiesa non sia stata realizzata da Diofebo appena acquistato il casale, sessant’anni prima della visita di Brancaccio, la qual cosa sarebbe stata conosciuta ed evidenziata da donna Cornelia e dall’abate Giovanni Antonio e difficile da pensarsi perché Carosino era e rimase disabitato ed inutilizzato per altri 30 anni, deve trattarsi di un’opera compiuta da chi ha preceduto i Simonetta nel possesso di quei territori.

Gli Antoglietta presero il feudo nel 1487 quando era disabitato da oltre cinquant’anni. Antonio dell’Antoglietta ottenne il consenso dal viceré per far riabitare il casale solo nel 1510, ma morì senza figli nel 1512, nominando erede universale dei suoi beni il nipote Gio Tommaso, figlio del fratello Francesco. Quest’ultimo non entrò mai in possesso dei beni perché dovette cederli al figlio primogenito Diofebo dopo un lungo contenzioso. E siamo arrivati al 1515. Diofebo, probabilmente senza mai mettere piede a Carosino, vendette ogni cosa ai Simonetta, come detto, nel 1517.

Risulta assai improbabile che qualcuno dei dell’Antoglietta abbia realizzato a Carosino un edificio di tal fattura in un luogo disabitato. Va sottolineato che il casale, fino al 1532 risulta senza rendite e cioè privo di individui che potessero pagar tasse, per cui è legittimo pensare che durante tutto il periodo in cui furono proprietari del feudo i dell’Antoglietta ed ancora per oltre quindicianni di possesso dei Simonetta, il casale rimase disabitato.

Allora è necessario compiere un nuovo passo indietro ed arrivare al momento in cui Carosino risultava infeudato ai de Noha e fino alla sua semi-distruzione avvenuta nel 1462, che ne determinò l’abbandono per circa settant’anni.

Ecco perché, senza scendere in considerazioni legate ad aspetti architettonici, tipologici, artistici e politici-devozionali già trattati nel libro pubblicato in settembre, la chiesa nuova, di dedicazione ignota ma dalla presenza significativa di un imponente e bellissimo crocifisso ligneo al centro della abside (per cui sarebbe possibile ipotizzare un culto speciale per la “Croce”), adiacente ma distinta per funzionalità ed aspetto all’antica cappella che custodiva l’immagine della Madonna di Carosino, è, a mio avviso, da riferirsi al tempo della dominazione, su questi territori, del principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo e di sua madre Maria d’Enghien, regina “decaduta”. A quei tempi erano signori del casale i de Noha, parenti di Maria d’Enghien, e Carosino stava per affrontare un decennio terribile che lo portò alla sua rovina: dal terremoto del dicembre del 1456, passando per due epidemie di peste inframmezzate da una lunga carestia, si arrivò alla distruzione del casale, o di quanto ne rimaneva, da parte di Giorgio Castriota Scandebergh durante la guerra di successione ad Alfonso I d’Aragona del 1462.

L’edificio della “nuova chiesa” va inserito fra quelli che Giovanni Antonio consegnò nelle mani dei frati francescani della vicaria di Bosnia e messo in rete con altri analoghi edifici sparsi per il Salento, a partire da Galatina, Lecce e Taranto, lungo percorsi ed itinerari strategici per il principato.

La data ipotizzata in passato del 1530, neppure quella del 1545 indicata dai verbali Brancaccio, ritengo sia il frutto della deduzione che se il casale di Carosino fu riabitato in quegli anni, poteva essere plausibile che una delle prime cose da fare doveva essere quella di poter disporre di un luogo funzionale per la cura delle anime e le necessità religiose. Ma nel 1530-32 la famiglia Simonetta non sembra aver posseduto risorse e capacità per realizzare un’opera simile, perdendone, oltretutto, il ricordo dopo così poco tempo.

Inoltre va sottolineato che di riabitazione e non di nuova fondazione si trattava, dunque prima di essere abbandonato, quel posto doveva possedere un luogo sacro e religioso esattamente come ai tempi dei Simonetta e nello stesso posto in cui Brancaccio lo trovò.

La storia di quanto conta di Carosino, a cominciare dalle sue chiese, va, dunque, retrodatata a prima del 1462, epoca nella quale il piccolo luogo abitato aveva un ruolo importante nello scacchiere geopolitico del Salento e del Principato di Taranto.

Per approfondimenti:

– Angelo Campo, Strada principale e strade secondarie. Il caso di Carosino presso La Croce, tra la via Appia e la strada Sallentina, attraverso secoli e terremoti, Congedo, Galatina, 2014;

– Elena Manigrasso, Carosino (Taranto) Il pittore settecentesco Domenico Carella e l’arte rococò, http://www.agoramagazine.it del 31/12/2014;

– Antonio Cinque, Carosino. Sopravvivenze storiche di una comunità. Studi e ricerche, Mandese, Taranto, 1988;

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