il conflitto sociale: l’altra faccia della memoria collettiva nella progettazione NON partecipata

di Angelo Campo

Per progettazione partecipata, definizione che si rifà al vocabolo inglese “partnership” mutuato dalle scienze politiche sociali di scuola anglosassone, si intende una modalità di collaborazione tra i vari attori sociali al fine di perseguire un obiettivo sociale e, indirettamente un vantaggio per i partecipanti ad un progetto. È un metodo di lavoro che considera l’interazione con tutti gli attori interessati di fondamentale importanza per l’individuazione degli obiettivi di un progetto e la definizione di soluzioni appropriate. In sostanza è un processo di pianificazione che coinvolge il terzo attore, cioè i fruitori dell’oggetto o del luogo che si sta progettando, insieme agli altri soggetti interagenti basandosi su un approccio di tipo comunicativo.

Come si è detto rappresenta l’occasione e il modo di integrare all’interno dei processi decisionali per una serie di soggetti che abitualmente sono esclusi dalla media delle azioni pubbliche, per questo può definirsi come una forma di democrazia che vede gli abitanti far parte attivamente della costruzione e della trasformazione dell’ambiente nel quale vivono ogni giorno. Durante la sua attuazione diviene, inesorabilmente, processo educativo e culturale che contribuisce allo sviluppo individuale e sociale dei soggetti coinvolti. Bambini e cittadini acquisiscono conoscenze e competenze rispetto all’ambiente urbano, imparano ad apprezzare i contenuti culturali e tecnici della progettazione, comprendendone gli aspetti normativi e amministrativi, acquisiscono capacità di lettura degli elaborati, ecc.

Per queste ragioni accresce il senso di appartenenza e di appropriazione ad un contesto territoriale nei suoi aspetti materiali ed immateriali, da parte dei soggetti che, in qualche modo coinvolti, si riconoscono come parte attiva del processo di progettazione. (1)

Nonostante queste considerevoli premesse, una progettazione partecipata non è sempre semplice da condurre, da prevedere e valutare nei suoi esiti finali. Anzi, l’avere a che fare con flussi sociali e luoghi fisici, porta ad una difficile comprensione di quanto può avvenire nel momento in cui i flussi (patrimonio culturale, abitudini, tradizioni, dei gruppi sociali e delle loro dirette relazioni, ma anche interessi economici, politici ecc.) ed il thopos nelle sue trasformazioni, vengono in contatto. Molti dei problemi in cui si può incorrere derivano, inoltre, dal voler far passare una semplice modalità di informazione o consultazione del terzo attore come progettazione partecipata, non avendo la forza e l’onestà di rendere partecipi realmente tutti gli attori all’azione decisionale ed operando sul punto debole del processo che è la sua facile strumentalizzazione.

Nonostante l’obbligatorietà del processo partecipato nelle progettazioni complesse, in Italia sembra che l’importanza della modalità progettuale si sottovaluti: sono 354 le infrastrutture e gli impianti oggetto di forti contestazioni e per questo, di fatto, bloccati nella loro esecuzione. Il dato è maggiormente sbilanciato verso interventi come inceneritori o grandi opere infrastrutturali. E’ immediato il riferimento alla TAV.

Solo dal 2012 le grandi opere impossibili da completare per una forte opposizione degli abitanti del luogo nelle quali si inseriscono sono ben 151 (2), per la maggior parte ricadenti nell’alveo delle risposte alla sindrome di Nimby (espressione anglosassone che attraverso l’acronimo Not In My Back Yard, “Non nel mio cortile”, tende a produrre accese opposizioni ad ogni opera pubblica che possa portare ad effetti negativi sul territorio sul quale si inserisce).

Manifestazione contro gasdotto Tap a Melendugno (Lecce) (foto Stefania Congedo – 20 settembre 2014)

A livello locale si possono fare alcuni esempi: la TAP (Il gasdotto Trans Adriatic Pipeline che consentirà il collegamento tra l’Azerbaijan e la costa est della Puglia presso Melendugno o Brindisi, risalendo, successivamente, tutta l’Italia); il depuratore con scarico a mare previsto dalla Regione Puglia a Punta Prosciutto;

Mobilitazione sul depuratore – 2015

l’opposizione, per la verità postuma, all’ILVA di Taranto; il dibattito attorno a quanto potrebbe accadere nell’eventualità della realizzazione del progetto Tempa Rossa nella stessa città.

il progetto Tempa Rossa a Taranto ed alcune immagini delle proteste

Le cose non cambiano se l’attenzione si sposta dalla realizzazione di impianti ed infrastrutture alla produzione di spazi o nuovi parti di città.

Quando la costruzione di pezzi di città non è riferita solo al fagocitare lembi di campagna o periferia (azione che spesso viene mitigata dalle attese di rendita immobiliare da parte dei proprietari dei terreni interessati), ma si tratta di ripensare, riconvertire o rilanciare (spesso attraverso un uso improprio del termine “rigenerazione urbana” pronto a manipolare argomenti sociologici con l’unico reale obiettivo di eliminare degrado, fatiscenza e capannoni, contenitori e … contenuti) parti del territorio urbano consolidato con tutto ciò che di materiale ed immateriale esso contiene. Connotazione, estrazione, abitudini, cultura, tradizioni, e relazioni dei gruppi sociali autoctoni vengono posti di fronte ad un fortissimo stress-test i cui esiti non appaiono scontati. In Italia alcuni casi emblematici dimostrano che il fenomeno è latente e pronto ad esplodere ogni qual volta si interviene in porzioni di città dalla connotazione, magari non condivisibile, ma consolidata.

Ci si riferisce, ad esempio, ai casi di Torino (si pensi alle epocali trasformazioni delle Spine, rifunzionalizzazione di grandi aree industriali dismesse, ed in particolare di spina 3; ma anche alle parti dense, abitate della città storica ed a quartieri come Porta Palazzo e San Salvario), Parma (dove la riqualificazione urbana dell’Oltremare è stata, da alcuni, intesa come mezzo di controllo sociale. Cfr Gian Maria Valent), Genova (prima e dopo le Colombiadi).

Va valutato, a mio avviso, in questo senso una idea delle conseguenze possibili ad affermazioni come quelle dell’allora ministro dell’Ambiente Clini che in un’intervista del 9 dicembre 2012 enunciava la possibilità di evacuazione del quartiere Tamburi. ”L’area di Tamburi – diceva il ministro – era già oggetto di un piano di risanamento del 2005 con fondi europei che sono rimasti alle amministrazioni locali che non sono state in grado di spenderli”. L’ipotesi di evacuazione parziale, sottolineava Clini, era già contemplata nel decreto del precedente agosto su Taranto: “Nel provvedimento c’è una voce esplicita su Tamburi, che può prevedere l’evacuazione. La via maestra comunque rimane il risanamento dell’Ilva” (3). Possibile che ogni accenno ad un’analisi delle possibili conseguenze, seppur fossero importantissime le premesse poiché legate alla salute dell’individuo, sono state limitate alla modalità di ricerca di una “disponibilità abitativa alternativa”?

alcune immagini delle manifestazioni a Taranto contro l’Ilva

Un caso emblematico utile ad un approfondimento potrebbe essere quello della città di Barcellona, sempre in bilico fra la ricerca di una affermazione della propria identità e specificità e il percorso verso un definitivo affrancamento da un ambito relazionale limitato alla Catalogna o alla Spagna. In particolare pongo l’attenzione sull’ultimo grande intervento di trasformazione e riqualificazione urbana che dal 2004 ad oggi, cerca di inglobare all’interno della città organizzata da Cerdà le aree occupate inizialmente da grandi e piccole realtà industriali, inframmezzate da quartieri popolari, infrastrutture a servizio della città (il depuratore, uno dei cimiteri di Barcellona, alcuni porticcioli, ecc.). Si tratta dell’intervento denominato 22@ che interviene su un’area ed un quartiere chiamato Poble Nou, letteralmente “popolo nuovo”, perché popolato in gran parte da immigrati in cerca di lavoro negli opifici ivi localizzati.

il quartiere di Poble Nou a Barcellona, foto storiche

Nel quartiere storico di Poble Nou, appunto, non tutto sembra essere “dorato” e patinato. Infinite pubblicazioni a tutti i livelli considerano gli interventi realizzati e quelli in atto, in perfetta aderenza alle già riuscite esperienze prodotte a Barcellona dalle Olimpiadi e tendenti al rilancio della città all’interno del panorama europeo. L’ennesimo mega-evento (il forum della Cultura del 2004) è riuscito ad allungare la città di Cerdà fino al fiume Besós ed al confine con Badalona, fino ai difficili quartieri del La Mina e Sant Andrea. Il lungomare viene riempito, rimpinzato, di alti grattacieli specchiati, centro congressi, aree espositive ecc. Protagonisti, naturalmente, le grandi Star dell’Architettura da Hertzog and de Meroun a Perrault e Nouvel. La diagonal mar corre tagliando a metà il quartiere di St Martì, sventrando fabbriche dismesse, quartieri operai e poche arterie storiche sopravvissute al plan Cerdà fino ad oggi. Il rinnovamento è visibile, ha connotati fisici ed iconici evidenti: da un lato la grande superficie fotovoltaica simbolo dell’area del Forum, dall’altra il grattacielo della società idrica sanciscono i confini dell’intervento, in mezzo una serie di nuovi edifici e complessi dall’architettura internazionale se non globale, nascondono il tessuto preesistente dei piccoli isolati ottocenteschi, adibiti a residenze ma anche (e soprattutto prima dell’intervento di rigenerazione urbana) ad edifici industriali.

La particolarità degli opifici costruiti in questa zona della città è il fatto che apparissero “provvisori” già all’atto della loro realizzazione. Non per i materiali e le tecnologie utilizzate per la loro costruzione, ma perché costretti, dalla loro nascita, nella logica insediativa dell’isolato urbano rigidamente pensato da Cerdà solo per usi residenziali. E così le fabbriche si adattarono, anche frammentando i capannoni o le catene di montaggio, in più isolati, senza poter utilizzare le regole legate alla produzione o allo stoccaggio delle merci e nell’impossibilità di affermare le necessità del “lavoro prima di tutto”…

Il quartiere di Poblenou, la Manchester catalana, la nuova Icaria, vede, oggi, trasformare le sue vecchie industrie tessili in quartieri per ceti alti e luoghi del lavoro ad alto contenuto tecnologico. I vecchi abitanti del luogo (operai, piccoli artigiani, dipendenti delle fabbriche) vengono incentivati a lasciare le loro case o a mettere da parte le loro radici a beneficio di nuove immagini patinate.

Alcune fonti ritengono pure che le riqualificazioni della fine degli anni ‘90 a Barcellona, ed in particolare quella in atto nel quartiere di poblenou con il piano 22@, possano essere intese come una tattica per disinnescare le bombe sociali rappresentate da distretti come quelli del “Raval” e “La Mina”. Il metodo usato è stato quello dell’accerchiamento architettonico.

Nel caso de La Mina, il piano 22@ parla della realizzazione della rigenerazione attraverso scelte urbanistiche che prevedono il rispetto di determinati parametri funzionali (per gestire una deindustrializzazione senza “deindustrializzazione”) e sociali (la realizzazione di un “mix sociale”). Ma gli abitanti storici della zona vedono spuntare come funghi: a est il Forum 2004, a sud la nuova costruzione del quartiere della Diagonal Mar, con il muro degli edifici di lusso e del distretto tecnologico del 22@ nel barrio del Poblenou, a nord la risistemazione della riva sinistra del Besòs: e la Mina è trasformata in forte Apache (4).

A chi si oppone dicendo che si sta distruggendo un pezzo di storia della città si risponde che i nuovi edifici architettonici, in realtà, la valorizzano meglio di un vecchio palazzo liberty o di una fabbrica di mattoni dell’ottocento. Le star di Architettura sostituiscono i vecchi monumenti con monumenti nuovi, dei logo. Nonostante la pedonalizzazione e la riqualificazione di alcune ramblas e carrer, dunque, la strada sembra sparire come luogo urbano nel senso dell’idea di appartenenza a questa di gruppi sociali. La sua identità non coincide con la sua immagine “rigenerata” ed i suoi abitanti paiono non essere gli stessi durante le varie ore del giorno. La strada diventa luogo disneificato vetrina ed attrattiva commerciale prima che turistica, mentre i centri commerciali all’interno dello spazio urbano (un centro commerciale a baluardo di ogni quartiere e punto nodale del reticolo stradale principale) assume il ruolo di scansione e riorganizzazione sociale a partire dai punti di ritrovo modificati nella propria essenza di luoghi pubblici proprio per la loro non più libera fruizione.

In questo modo lo “spazio pubblico è sempre più difeso e controllato, reso sterile dalla presenza di norme restrittive di comportamento, da apparecchi di sorveglianza, da delimitazioni fra l’interno sicuro – del centro commerciale, della gated community o dell’area sottoposta a controllo visivo – e l’esterno insicuro dello spazio circostante” (5).

L’opposizione più comune a questo tipo di ragionamento favorisce le ragioni della “causa maggiore”. Quanto piccola ed insignificante può essere la demolizione di un edifici o simbolo, di un caseggiato popolare, o la ridefinizione di strade e spazi pubblici e la delocalizzazione di abitanti del luogo che lì si erano “organizzati” negli ultimi cinquanta anni, rispetto alle logiche del rinnovamento della città, del suo rilancio economico e turistico, del suo respiro nazionale ed internazionale?

Così Pasqual Maragall a Pescara nel 2007 durante un incontro utile a sancire un vero e proprio legame di sangue fra la città italiana e quella spagnola: “L’esperienza dell’Europa facilita l’esistenza della città come identità propria perché il concetto di Nazione viene relativizzato rispetto all’esistenza dell’Europa”, ed ancora “L’Europa ha salvato la Spagna da sé stessa, perché la Spagna non è una nazione granitica ma ci sono pluralità di culture, lingue, giurisdizioni. L’Europa ha fatto sì che la Spagna diventasse più congrua perché facente parte di un sistema più grande”.

una immagine dell’incontro tra Luciano D’Alfonso e Pasqual Maragall

Quel giorno, l’allora sindaco della città abruzzese, stava tentando di realizzare una rete fra città, individuando Pescara come cerniera fra Barcellona e Spalato. Maragall parlava del caso della città di Barcellona da lui amministrata per molti anni durante i quali erano stati realizzati i miracoli delle Olimpiadi e le prime rigenerazioni del Raval e del quartiere di Poble Nou. Scendendo più nel particolare, il politico spagnolo aggiungeva: “La nascita non definisce l’identità” (..) “La devolutione è importante non solo dalla nazione alla città ma anche dalla città alla città; (per questo) sono stati creati vari distretti con i presidenti rappresentanti del partito che ha vinto in quel distretto, anche se appartiene all’opposizione. Naturalmente poi c’è un Regidor che è rappresentante del partito di maggioranza cittadina”.

Pasqual Maragall fu a Pescara il 20 luglio 2007, invitato per l’inaugurazione dell’Ex Aurum, fabbrica dismessa realizzata ai primi del novecento dall’architetto Giovanni Michelucci, giovanissimo, ampliando l’ex Kursaal, e destinato, oggi, a contenitore culturale. Durante l’evento Luciano Russi intervistò, assieme, l’allora sindaco di Pescara, Luciano D’Alfonso (oggi presidente della Regione Abruzzo), e l’ex sindaco di Barcellona, Pasqual Maragall, sul tema di città ed Europa nel contesto contemporaneo. Quello che mi sembrò di cogliere ascoltando l’intervento di Maragall fu la sua consapevolezza che pur nella perfezione organizzativa delle strutture a tutti i loro livelli gerarchici, create per il governo del territorio e delle sue trasformazioni, il punto critico è proprio quello dell’identità del luogo e dell’individuo suo abitante e la debolezza, da questo punto di vista, dell’istituzione che in quanto “potere” cittadino, rischia di non avere sufficiente e riconosciuta “autorità” per il controllo delle molteplici dinamiche.

Infatti, che Barcellona faccia parte dell’Unione Europea prima ancora che della Spagna, mi sembra sia stato considerato da Maragall un elemento necessario per avviare forme autonome di gestione e di politica della città, anche dal punto di vista della creazione dei suoi obbiettivi e dei suoi traguardi possibili in contesti internazionali, potendo contare su un allentamento della centralità della questione separatista catalana o del rapporto fra la città ed il governo centrale spagnolo. D’altro canto, la considerazione della città come un microcosmo complesso e variegato, fa si che le stesse problematiche di devoluzione, separatismo o, semplicemente, espressione ed affermazione di diversità ed identità, debbano essere ri-verificate nell’ambito urbano. Contemporaneamente, appare visibile in tutta la sua consistenza la crisi fra autorità e potere se, già nell’organizzazione della sfera decisionale dei singoli distretti della città (che dovrebbero rappresentare le diverse realtà identitarie del luogo urbano), da un lato esistono Presidenti appresentanti del gruppo locale più rappresentativo, dall’altro però, è il Regidor nominato dal governo centrale della città che ha reale potere decisionale.

Ho incontrato il Regidor del quartiere di San Martì, Francesc Navaez i Pazos, (all’interno del quale si trova l’area di Poble Nou ed il cuore del programma di rigenerazione urbana 22@) il 4 gennaio del 2007 nel salotto al piano terra dell’hotel Barcellona Princess, tra grandissime vetrate dalle quali erano visibili da una parte il prisma triangolare del Forum (degli architetti Herzog e de Meuron), e dall’altra la diagonal mar che conteneva l’inizio della città organizzata da Cerdà. Affacciati sulle arterie principali e nelle strade minori della città consolidata, si riconoscevano vari edifici popolari tappezzati di slogan e manifesti di abitanti del luogo contrari agli interventi rigenerativi e trasformativi della zona (testualmente i cartelli visibili dalla sala recitavano: “PROU MOLESTIES e poi NO + BARES).

all’interno dell’hotel Barcellona Princess e attorno ad esso

Alla domanda su come si comportasse il governo del distretto nei confronti delle frange dissidenti al programma 22@, il Regidor rispondeva: “quali dissidenti? Si, c’è stata in passato qualche manifestazione di gruppi estremisti, ma poi tutto si è dissolto nel nulla, e poi … abbiamo vinto noi, no?”

L’intervista proseguiva poi con la richiesta delle modalità di attuazione del complesso progetto urbano e sulle opportunità di alcune scelte del piano che, estendendo fino al confine amministrativo della città il regolare ed uniforme reticolato introdotto da Cerdà, disperdeva le ultime tracce visibili delle vecchie carrettiere che attraversavano il Besós in direzione di Badalona, che erano state in grado, fino ad allora, di organizzare i luoghi urbani secondo gerarchie legate alle percorrenze e agli usi del suolo.

Il piano si muove su alcune regole semplici e, almeno sulla carta, inattaccabili: le vaste aree del quartiere fino ad allora utilizzate prevalentemente da industrie piccole e medie ed abitate da ceti certamente non abbienti quasi sempre lavorativamente legati alle stesse fabbriche, vengono soppiantate da un nuovo sistema urbano organizzato per comparti grandi medi e piccolissimi le cui regole da rispettare sono 1/3 della superficie da realizzare a servizi per la collettività, 1/3 per abitazioni (pubbliche o convenzionate) ed 1/3 per attività produttive. Il promotore del progetto può essere il singolo proprietario della vecchia industria o nuovi proprietari che acquistano credendo nella proficuità dell’investimento o, infine consorzi di proprietari riuniti in comparti urbani.

il progetto 22@

Il progetto, naturalmente, segue un iter semplificato e veloce di approvazione e un monitoraggio per il rispetto delle indicazioni generali del piano e delle sue finalità. Ma di fronte ad una situazione sulla carta migliorativa dal punto di vista della dotazione degli standard e delle funzioni pubbliche, nonostante sembri immutata la destinazione d’uso del luogo e, perfino, il peso delle aree destinate a residenze (fra l’altro tutte pubbliche o convenzionate), in realtà appare evidente che la situazione sia assai diversa da quella trionfale con la quale il Regidor descriveva l’intervento, e l’enfasi con la quale l’Amministrazione pubblicizzava il plan 22@ sulla stampa, sulla rete internet, nelle mostre di Architettura e di urbanistica, infrangendosi inesorabilmente di fronte alle decine e decine di striscioni di protesta, ai murales, alle manifestazioni, ai tanti blog e siti internet spontanei ed autogestiti che erano visibili di fronte ad ogni cantiere o nella rete. Se, infatti, gli spazi pubblici previsti sono maggiori, questo non vuol dire che siano realmente luogo e dominio della gente che abita quelle aree urbane: la strada, lo slargo, lo spazio pubblico come luogo del contesto, infatti, praticamente sparisce in funzione di quello chiuso e controllato del centro commerciale, le strade diventano arterie dove non ci si ferma mai. La rambla del poblenou viene museificata e lasciata frequentare più da turisti o dipendenti degli uffici che dagli storici detentori di quello spazio.

Poble Nou

“Ogni centimetro quadrato è sfruttato in funzione di qualcosa (quasi esclusivamente in chiave economica), e lo spazio libero si restringe e non solo in termini fisici ma anche in termini di negazione dell’autodeterminazione del singolo individuo e di socializzazione spontanea, dove la paura del vuoto opera come un horror vacui che ci si affretta a liquidare con termini come pericolo, abbandono, scarto” (6).

Le attività produttive previste, poi, non sono certamente quelle preesistenti: i tempi cambiano, spariscono ormai completamente le attività manifatturiere e tessili, in crisi, dando il posto a un distretto tecnologico all’avanguardia, sicuramente più interessante dal punto di vista della riconoscibilità dell’area in un ambito più ampio, ma in grado pure di massimizzare la rendita legata all’uso del suolo ed alla densità possibile poiché non sono più necessarie aree di stoccaggio per le merci, aree per la trasformazione, macchine ecc. Infine l’ultimo terzo che riguarda le residenze pubbliche vede raramente la coincidenza della popolazione impiegata in loco con quella residente, ma neanche vi è una coincidenza fra la gente precedentemente residente ed i nuovi insediati, in un rimescolamento e sostituzione sociale che svuota il quartiere della sua anima consolidata.

La restrizione e rarefazione dello spazio pubblico, la sua eccessiva organizzazione, il senso del controllo, la sensazione da parte delle popolazioni autoctone di aggressione del loro spazio vitale ed abitativo da parte di nuovi gruppi di potere, porta la collettività a mostrare la propria sofferenza attraverso proteste, manifestazioni, azioni anche violente e dimostrative. “Tutti i luoghi aperti, permeabili, porosi, residui diventano, allora, luoghi contesi. Oggi è lo spazio pubblico che diventa il luogo conteso per eccellenza: piazze, strade, stazioni, luoghi di aggregazione, d’incontro, di commercio sono teatro di conflitti più o meno espliciti” (7).

La contrapposizione, a volte violenta, ha evidenziato che, in questo caso, il potere decisionale ha informato, a volte consultato, senza lasciar realmente partecipare alla sfera decisionale, chi nel quartiere risiedeva da sempre. Il gruppo sociale originario, seppur minoritario e socialmente svantaggiato, ha palesato tutti i limiti di una sottovalutazione del processo partecipativo in una progettazione complessa come quella. In alcuni casi il conflitto è riuscito a produrre anche risultati tangibili oltre alla confusione ed alla protesta disorganizzata. La contrapposizione tra i proprietari degli immobili appoggiati dal Comune e gli abitanti del quartiere, incentrata sul complesso industriale ottocentesco di Can Batllò, tredici ettari lasciati a se stessi in attesa di volumi da mettere sul mercato del quartiere La Bordeata di Barcellona, al contrario di quanto avvenuto per gli analoghi casi di Can Ricart di Poblenou o di Can Fabra di Sant’Andria (aree comprese nel 22@), l’11 giugno del 2011 ha ottenuto la cessione di un padiglione del complesso industriale per le associazioni del quartiere seppur solo al termine di un lunghissimo percorso di manifestazioni, lotte e rivendicazioni cominciate dieci anni prima. Il padiglione è diventato un laboratorio autogestito ove poter dibattere sul futuro del patrimonio industriale della città e sulla città postindustriale, divenendo luogo di interlocuzione e non contrapposizione. Un anno dopo, d’altra parte, gli “abitanti” di un altro pezzo di una fabbrica storica ed identitaria che aveva resistito al plan 22@, subivano definitivamente lo sfratto.

La Cerería Mas di Can Ricart ha resistito fino al marzo del 2012, esattamente cinque anni dopo lo sgombero del recinto e il trasloco forzato; ad aprile, quattro persone sono morte nell’incendio di una baracca adiacente al nuovo Parc Central di Jean Nouvel. Appare interessante il fatto che, come in un presagio di un contrappasso dantesco, analogamente alle vecchie fabbriche dismesse, abbattute ed infine cancellate, il parco dell’archistar francese Nouvel non è riuscito ad evitare di sottomettersi, adattandosi, al piano urbanistico di Cerdà, costringendosi in un ampio triangolo adagiato sulla diagonal ed interrotto più volte dal reticolo stradale regolare. Di fronte ad esso il grattacielo dell’hotel ME di Dominique Perrault la cui forma planimetrica appare topicamente sgraziata per le stesse ragioni. Saranno anche loro provvisori?

Angelo Campo

alcuni passi sono stati ripresi da: A. Campo, Nuovi Contesti, i mutamenti della città contemporanea fra progetto e complessità, Dottorato di Ricerca in “Composizione Architettonica e Progettazione Urbana – XIX° ciclo – esso la Facoltà di Architettura dell’Università “G. D’Annunzio” di Chieti – Pescara , 2008

1- definizioni tratte da: “Introduzione teorico-pratica alla progettazione partecipata” – Alcune definizioni di progettazione partecipata”, Merlo M., Spadone F., Zanelli C., Tesi di Laurea del Politecnico di Milano, 2000

2 – fonte: Nimbyforum.it

3 – fonte: il fatto quotidiano, 9 dicembre 2012

4 – Gomorran n.6, Maltemi editore, Roma, 2004

5 – Daniela Poli, editoriale in A.A.V.V., Contesti n.1/07, Firenze 2007

6 – Pietromarchi P., il luogo (non) comune. Arte, spazio pubblico ed estetica urbana in Europa, Actar, Barcellona, 2005

7 – Daniela Poli, cit.

La statua di San Biagio in cartapesta dipinta di Carosino

di Angelo Campo

Nella chiesa Parrocchiale S. Maria delle Grazie di Carosino si trova una statua in cartapesta che ritrae San Biagio con un pastorello certamente di scuola leccese. La statua si trova in chiesa almeno dagli inizi del Novecento grazie alla devozione del popolo carosinese per il santo di Sebaste poi divenuto patrono del paese nel 1908.

Recentemente, a causa di una aspra polemica scatenatasi prevalentemente sui social per un restauro affidato ad artisti locali e fermato in itinere, è sembrato opportuno realizzare uno studio delle fonti disponibili che possano fornirci qualche maggiore notizia sul manufatto per affrontare meglio, se possibile, la questione del valore storico, artistico e culturale dell’opera su delle basi certe.

Secondo il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio “Sono beni culturali le cose immobili e mobili che, ai sensi degli articoli 10 e 11, presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà“.1

Un bene culturale va preservato, tutelato e rispettato perché, anche nel caso non venisse attribuito un particolare valore artistico, resta in grado di testimoniare le vicissitudini storiche di una comunità e, relazionandosi con altri beni del territorio e con le tradizioni, può aiutare a ricostruire un’ idea chiara del contesto nel presente e nel passato.

Il quadro conoscitivo del bene non può, naturalmente, prescindere dallo studio delle fonti dirette ed indirette, e per questo sono state svolte alcune ricerche nell’Archivio Parrocchiale, nell’Archivio Storico Diocesano e tra chi avesse dei ricordi o potesse fornire delle testimonianze della storia della statua nella comunità carosinese.

La tradizione popolare ha, da sempre, attribuito la statua al noto artista leccese Raffaele Caretta2, suggerendo anche una data di realizzazione che sarebbe quella del 1898, quest’ultima, però, non supportata da alcun documento.

In effetti quelle che sembrano le prime immagini fotogafiche che mostrano la statua in processione nella piazza del paese riportano una data che varia dal “15 ottobre 19003 a quella più generica dei primi del Novecento: “foto Troilo, inizi del ‘900“.4

fonte virtu@al world
fonte sito istituzionale del Comune di Carosino

fonte Antonio Cinque San Biagio di Carosino edizioni pugliesi pg.22

Il quadro storico nel quale la statua compare a Carosino affonda le radici nella presenza di una qualche devozione per il santo documentata già nel XVIII secolo, probabilmente per la esistenza di una sua antica immagine sacra resistita nella zona presbiteriale della primigenia chiesa santuario, oggi completamente scomparso, risalente, al XII-XIII secolo5. L’immagine del santo ha, certamente, cominciato ad avere un certo valore iconico per la comunità solo dopo lo spostamento, avvenuto nei primi anni del XVII secolo, della raffigurazione della Madonna di Carosino dalla vecchia sede, nelle vicinanze della quale doveva trovarsi il San Biagio, alla nuova collocazione entro l’altare in pietra leccese posizionato sul fondale dell’attuale presbiterio6. In cima all’altare dedicato alla Madonna di Carosino realizzato più o meno nel 1604, tra Santa Irene da Tessalonica a sinistra e Santa Caterina d’Alessandria a destra, fu posta una statua in pietra che, seppur oggi presenti una iscrizione graffita ove si legge “S. Cataldus“, era, probabilmente almeno inizialmente, dedicata a San Biagio.

La devozione per San Biagio, però, fino al XX secolo, non sembra fosse caratterizzata dalla presenza di processioni con statue o effigi e non ci sono rimandi espliciti a particolari cerimonie.7 Nelle visite pastorali di mons. De Fulgure del 1853 e Jorio del 26.10.1886 e del 7.01.1900 non vengono citate statue dedicate al santo ma si parla solo della presenza di un altare “in mediocre stato” (De Fulgure), che si ordina “sia restaurato l’altare di S.Biagio” (Jorio1886), “sotto il titolo di S. Biagio” (Jorio 1900).8

Ad una prima cappella dedicata al Santo di Sebaste fa riferimento nel 1856 l’arciprete don Cosimo Carrieri durante una visita pastorale di mons. Blundo quando parla dell’ “altare di San Biagio meno principale dentro una nuova cappella a spese dei benefattori costruita tre anni addietro“. Si concorda con la tesi di Cinque circa il fatto che tale cappella non sia stata realizzata ex novo nel 1853 ma, si aggiunge, ricavata entro una residua parte dell’antica chiesa del XII secolo che, dopo la complessa ristrutturazione avvenuta tra il 1743 ed il 1763, fu inglobata nella nuova fabbrica.9

Nel 1899 viene trasferito da Montemesola a Carosino don Cosimo Fiorino che prende le redini della parrocchia. In quell’epoca la chiesa dedicata a S. Maria delle Grazie di Carosino possedeva un consistente patrimonio immobiliare (terreni e fabbricati) e mobiliare (ex voto, gioielli, donativi di vario genere) che erano stati accumulati in circa 500 anni e censiti, per la prima volta, nella visita pastorale di mons. Brancaccio del 1577 e che testimoniavano la grande importanza che il santuaio mariano aveva avuto dal XV al XIX secolo10.

Oggi ne è residua testimonianza la presenza di diverse formelle votive scolpite nell’altare in pietra leccese Seicentesco che raccontano alcuni dei miracoli attribuiti alla Madonna di Carosino tra il XVI e XVII secolo.

Subito dopo il suo insediamento, il nuovo parroco don Cosimo Fiorino, cominciò ad occuparsi delle condizioni generali della chiesa e, volendola migliorare, chiese all’Arcivescovo Jorio l’autorizzazione a vendere alcuni preziosi donativi ed ex voto con allegata perizia di un orafo, per provvedere prima al rifacimento di una parte del pavimento e poi, il 31 luglio 1902 “per sopperire in parte alla spesa di un altare in marmo costruito al Cappellone di S. Biagio in questa chiesa Parrocchiale“.11

fonte Archivio Storico Diocesano di Taranto

Questa operazione fu ripetuta il 9 maggio 1903 per “applicarne il prezzo a vantaggio della stessa chiesa” e il 23 marzo 1907 per la “restaurazione ed abbellimento del Cappellone di S. Biagio” sempre con istanza a mons. Jorio (Arcivescovo di Taranto dal 1885 al 1908).12

fonte: Archivio Diocesano di Taranto
fonte: Archivio Diocesano

Dunque, furono prima sistemate varie parti dell’edificio parrocchiale partendo dal pavimento dell’altare del Rosario, poi venne realizzato un nuovo altare per San Biagio ed infine si lavorò al Cappellone dedicato allo stesso santo, cancellando, probabilmente, in quell’occasione quanto ancora restava della antica chiesa dell’XI secolo.

La rinvigorita devozione verso San Biagio portò il 5 maggio 1908 alla richiesta dei carosinesi di averlo quale patrono del paese, autorizzazione che effettivamente fu ottenuta l’11 agosto 1908.13

Va annotato che nella Bolla Papale viene espressamente detto “...; versum etiam ab immerorabili tempore alteram festivitatem in eiusdem Sancti autistitis honorem mense Octobri soleant celebrare. …” riferendosi ad un culto molto antico per il santo nel mese di Ottobre.

Da quanto è possibile appurare dalle fonti, risalgono a quegli anni le prime richieste di don Cosimo Fiorino alla Curia Arcivescovile di Taranto di organizzare una festa per il santo con processione. In questo frangente storico deve essere stata, dunque, condotta a Carosino la statua in cartapesta di San Biagio che poteva finalmente essere esposta in processione nel paese.

fonte: Archivio Diocesano

La ricostruzione storica effettuata tende a superare l’idea fino a questo momento diffusa che fa risalire la statua agli ultimi anni dell’Ottocento, collocandola più correttamente ad i primi anni del Novecento ed in particolare al periodo in cui don Cosimo Fiorino si occupò prima della edificazione del cappellone dedicato a San Biagio, e poi alla consacrazione del Santo di Sebaste quale patrono del paese.

Ne è ulteriore riprova il fatto che presso l’archivio diocesano di Taranto, in una corrispondenza del 1906 tra il parroco don Cosimo Fiorino e la Curia diocesana, esiste una piccola busta da lettere sulla quale appare scritto “statue in Carosino“. La busta contiene le immagini ricordo stampate come cartoline di tre statue tra cui quella di San Biagio, con la dicitura: “… che si venera nella Chiesa Parrocchiale di Carosino“.14

fonte Archivio Storico Diocesano di Taranto
fonte Archivio Storico Diocesano di Taranto

Inoltre l’immagine fotografica attualmente in circolazione che testimonia le prime uscite della statua in processione per le vie di Carosino, appartiene alla collezione cosiddetta delle “feste patronali” di Francesco Troilo. Va da sé che se San Biagio è divenuto patrono di Carosino con Bolla di papa Pio X del 29 settembre 1908, la processione fotografata dall’allora sindaco di Taranto sia, probabilmente, più o meno contemporanea a tale data.

Sembra legittimo, dunque, dedurre che l’arrivo a Carosino della statua sia proprio attorno al 1906 e che il momento vada messo in relazione con i lavori per “la restaurazione e l’abbellimento del Cappellone di S. Biagio” realizzati attorno al 1907.

Stabilita la data più probabile della prima presenza della statua di cartapesta nella chiesa parrocchiale, resta da capire chi l’abbia acquistata e chi ne sia il proprietario.

Riguardo questo aspetto, va detto che le lunghe e laboriose ricerche compiute nei vari archivi, non hanno portato ad alcuna informazione certa in quanto non vi è traccia di un documento di acquisto, di un atto di donazione, di una nota, un appunto o un riferimento esplicito alla statua. Neppure negli inventari dei parroci nel momento del loro avvicendamento al ministero dopo la morte di don Cosimo Fiorino si trova nulla. 15 Solo recentemente (verbali del 29/06/2009, don Leonardo Marzia e del 31.08.2017, don Lucangelo De Cantiis), la statua in cartapesta viene finalmente citata assieme alle altre, ma nel frattempo potrebbe essersi perso il ricordo della originaria proprietà, contemplando nei beni ecclesiali un manufatto mai formalmente trasferito nel pieno possesso della parrocchia.

La consueta cura del bene da parte del Comitato di San Biagio (munito di autonomo CF) e il fatto che l’ultimo restauro del 2008 sia stato compiuto per incarico e devozione del sig. Domenico Monteleone, allora presidente del Comitato, potrebbe costituire una traccia di ricerca.

L’altra statua di San Biagio presente in chiesa, in legno, realizzata dalla ditta Vincenzo Demetz e figlio di Ortisei, è stata acquistata dall’Amministrazione Comunale di Carosino nel 1962 con la motivazione che trattavasi del santo patrono del paese.

Certamente don Cosimo Fiorino che per la vendita degli ori e dei beni ecclesiastici chiedeva puntualmente alla Curia una motivata autorizzazione, non suggerisce mai l’intenzione di acquistare una statua in cartapesta.

Per la statua ancora oggi esistente di Gesù Risorto, anche questa attribuita a Raffaele Caretta senza adeguata documentazione, fatta “eseguire” da “alcuni Servi di questa Parrocchia“, come si legge in un documento firmato da Cosimo Fiorino ed indirizzato alla Curia Arcivescovile il 22 febbraio 1912, viene espressamente richiesta autorizzazione all’Arcivescovo Jorio di poterla utilizzare ed esporre in chiesa.16 Nel caso del nostro San Biagio non esiste un simile documento.

fonte Archivio Storico Diocesano di Taranto
fonte: web, San Biagio Festa Patronale Carosino (anche questa statua viene attribuita “vox populi” a Raffaele Caretta)

Riguardo al problema dell’attribuzione del manufatto all’artista leccese Raffaele Caretta vox populi, abbiamo un unico riferimento su un libricino dello storico carosinese Antonio Cinque17 ove, nella didascalia della immagine di copertina della statua, si cita il noto cartapestaio salentino quale autore della stessa, seppur nel corpo del testo non ci sia traccia di argomentazione o documentazione in grado di confortare tale affermazione.

Anche in questo caso, nonostante la provenienza leccese appaia abbastanza scontata per la tipologia di materiale, le caratteristiche compositive e stilistiche dell’opera e per la tipica tecnica di lavorazione a focheggiamento, l’attribuzione della statua ad un autore certo appare complessa.

Se l’anno di realizzazione della statua è, come precedentemente argomentato, attorno al 1905-1906, dovremmo trovare qualche similitudine con altri lavori con lo stesso tema realizzati in quegli anni dalla sua bottega.

Raffaele Caretta (1871-1950), allievo apprendista del Maccagnani, si formò successivamente nella bottega di Giuseppe Manzo fino al 1895, quando decide di aprire un proprio laboratorio a Lecce prima in piazzetta Panzera n. 8 (sotto palazzo Tinelli) e poi in via Dei Sotterranei n.2 dove continuò a lavorare, successivamente, il figlio Giovanni. Nel 1898 ottenne una medaglia d’argento all’Esposizione Internazionale di Torino e due medaglie d’oro consecutivamente nel 1899 e nel 1900 all’Esposizione Campionaria Mondiale di Roma. Egli continuò ad ottenere molti prestigiosi riconoscimenti nazionali ed internazionali per tutto il primo decennio del Novecento, accrescendo la sua fama ed il prestigio della bottega d’Arte da egli condotta. Fu nominato, infine, Cavaliere pro Ecclesia e Commendatore di S. Silvestro papa.

Raffaele Caretta nella sua bottega. Fonte:  Gli artisti della cartapesta leccese nella pubblicistica salentina, Provincia di Lecce, Mediateca, Progetto Ediesse (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di Imago, Lecce

Negli stessi anni, però, la cartapesta leccese comincia a vedere una forte competizione tra i principali artisti della città (Guacci, Manzo e Caretta) che rendono, via via, il prodotto più commerciale e ripetitivo nel tentativo di vincere la gara della vendita del maggior numero possibile di manufatti. Gli artisti arrivano a regalare le loro statue a chiese ed istituzioni pur di aumentarne la diffusione, o a fare pubblicità su giornali e riviste.

Si arrivò al 1934, quando, durante la Seconda Settimana di Arte Sacra per il Clero (in Roma dal 7 al 14 ottobre ), la statuaria in cartapesta fu oggetto di un’aspra polemica diffamatoria che ancora oggi la perseguita, malgrado la Commissione Pontificia per l’Arte Sacra non ne abbia mai vietato l’uso.18 Il settore vide, così, una continua e progressiva crisi.

La statua carosinese si collocherebbe, dunque, in questo contesto storico e, se fosse dell’artista Raffaele Caretta, risalirebbe al suo primo periodo di lavoro, quando era impegnato in concorsi nazionali ed internazionali e lavorava nella sua bottega in piazzetta Panzera a Lecce.

Già allora Caretta, come gli altri maggiori cartapestai leccesi, firmava sistematicamente le sue produzioni. La nostra statua, purtroppo, non reca alcuna firma e sembra che non ce ne sia mai stata una, visto che gli ultimi restauri dal 1963 ad oggi non hanno messo in luce alcuna traccia di scritta, autentica o data sulla base o sulle figure.

Da una ricerca compiuta negli archivi disponibili, tra le centinaia di opere realizzate dall’artista leccese, è stato possibile individuare diversi S. Biagio. Si tratta delle statue presenti nella chiesa di San Biagio ad Altamura del 1905, in S. Giovanni Gemini ad Agrigento (1920), nella cattedrale M. DD. Assunta di Ostuni e nella chiesa del Carmine di Manduria (1909). A queste viene affiancato il gruppo scultoreo presente nella chiesa dell’Incoronata a Corato che rappresenta San Cataldo per le similitudini del tema e della composizione.

La statua di Carosino non assomiglia a nessuna di queste per alcune macroscopiche caratteristiche che appare strano Caretta abbia sperimentato solo per il nostro San Biagio. Nel caso carosinese, infatti, il santo di Sebaste viene rappresentato alto e longilineo, con il busto leggermente ruotato verso il bambino e con lo sguardo abbassato e compassionevole, il capo appena inclinato verso un lato. Il panneggio dell’abito bianco è ricco di pieghe e leggermente mosso. Sembra che un ginocchio, quello sinistro, prema leggermente contro la veste. La mano sinistra distesa verso il basso cerca di tenere contemporaneamente il libro sacro, la spazzola del martirio ed il pastorale cingendo appena quest’ultimo con una presa poco salda. Il bambino al fianco è anch’egli longilineo ed elegante e mostra una delle due gambe avanzata rispetto all’altra ed un piede appena sollevato sulla punta delle dita suggerendo una strana torsione con un accenno di movimento ed una leggera flessione del busto.

Nelle altre statue di S. Biagio realizzate da Caretta sembra che ci siano caratteristiche diverse. I panneggi appaiono più semplici, i busti ingessati, il braccio sinistro afferra sempre saldamente il pastorale nella parte alta e non ci sono altri simboli sacri che complicano la presa; il bambino è sempre piantato per terra, bloccato, quasi ipnotizzato dal Santo.

Per certi versi, più che similitudini con altre statue di Caretta, sembrano esserci elementi in comune con un San Biagio dell’inizio del Novecento custodito nella chiesa di San Domenico a Casarano e realizzato da Giuseppe Manzo. Qui la scena mostra un certo dinamismo: la pastorella tiene le mani giunte ma le gambe ancora leggere e mobili, il panneggio del santo appare svolazzante e morbido, il busto è ruotato di quasi 90 gradi rispetto a gambe e piedi che si intuiscono sotto la veste e che cercano una posizione di equilibrio naturale; il ginocchio destro piega la veste bianca segnalando un asse di rotazione al quale il capo e la mano destra, in qualche modo convergono costruendo una sorta di triangolo i cui vertici sono il ginocchio, la mano e gli occhi; lo sguardo incantato della fanciulla è ravvicinato e cerca un punto di contatto con il vertice del triangolo a lei più prossimo.19

Il San Biagio in cartapesta dipinta presente nella chiesa madre di Carosino, che, a questo punto possiamo definire di incerta attribuzione e dubbia proprietà, è stata vittima di diverse e complesse vicissitudini che ne hanno segnato la storia e le fattezze e che, di seguito, si cercherà di ricostruire e riassumere.

Arrivata a Carosino nei primi del Novecento (1906 è la prima data certa), la statua deve aver subito già un primo intervento di restauro o ridipintura prima degli anni ’50, come testimoniato da un confronto tra la prima fotografia reperita nell’archivio diocesano e datata 1906 e quella di una processione degli anni ’50. Differenze evidenti si possono apprezzare, ad esempio, per i decori e la croce dorata sulla mitra e per la posizione del libro e della spazzola nella mano sinistra del santo.

fonte: virtu@l world

Successivamente, il 3 febbraio 1962, si è verificato un primo incidente che ne ha compromesso irrimediabilmente l’integrità. Durante la processione della festa patronale, infatti, la statua ha intercettato dei cavi elettrici sospesi per strada, restando prima incastrata e poi decapitata. La testa, rovinata per terra, perse anche un occhio e vide deformata parte del volto. La vicenda, raccontata nel libricino di A. Cinque, ma ancora ricordata da molti testimoni oculari, portò, naturalmente, un grande sconforto nella comunità carosinese che tentò di rimediare il problema velocemente seppur alla buona. Alcuni volenterosi recuperarono le parti staccate dal busto del santo e, portata la statua al sicuro, ricucirono il capo. Gli artefici furono, da quanto la tradizione ed i ricordi dei testimoni tramandano, i signori Antonio Conzo e Antonio Laneve, artigiani del paese. A questi Antonio Cinque, nel suo libricino più volte citato, aggiunge il nome di un certo Pasquale Frascella che doveva essere il presidente dell’allora commissione per la festa patronale di S. Biagio.

Vista la difficile condizione della statua, artigianalmente riparata, e lo scarso valore artistico che in quegli anni si attribuiva ai prodotti in cartapesta, la comunità carosinese decise di sostituirla acquistandone nello stesso anno un nuovo esemplare ma in un materiale nobile, legno di cirmolo. La commissione fu sottoscritta e finanziata dal Comune di Carosino il 29.07.1962. Fu incaricata della realizzazione la ditta Vincenzo Demetz e figlio, con sede a Ortisei, la quale poté basarsi sul modello della statua di cartapesta esistente che nel frattempo era stata spedita in Trentino.20 La nuova realizzazione in legno arrivò a Carosino il 3 febbraio del 1963 e non riscosse il consenso atteso tra i fedeli. Fu esposta e portata in processione solo una volta durante la festa patronale poiché risultò troppo dissimile dalla precedente ed eccessivamente pesante da trasportare a spalla, fu relegata nel cappellone del patrono sito nella chiesa parrocchiale e lasciata lì.

processione del 1963 con la statua lignea. Fonte: web, San Biagio Festa Patronale di Carosino

Dopo il febbraio del 1963, quindi, venne ripresa in considerazione la statua in cartapesta leccese che necessitava, però, di impellenti interventi di recupero, e restauro. Così, nello stesso anno, quest’ultima fu affidata ad un anonimo artista tarantino che non si limitò a consolidare e ripristinare la statua, ma intervenne sulle fattezze esteriori, ridipingendola con colori ed attributi sacri differenti da quelli originali. Il soggetto fu reinterpretato facendo diventare scura la carnagione del santo e del pastorello. Era nato il così detto “San Biagio nero”.

L’intervento e l’interpretazione, evidentemente, ancora una volta, non piacque alla comunità devota al santo di Sebaste che, nel tentativo di recuperare l’immagine originale, affidò nuovamente la statua all’artigiano locale Antonio Conzo. Questi, dunque, nel 1964 intervenne sulle mani e sul volto di San Biagio e del pastorello per schiarirli.

fonte Archivio Parrocchiale

Arcangelo Conzo, figlio di Antonio, racconta, la realizzazione di un ulteriore restauro, questa volta più consistente, compiuto dal padre nel 1997 in cui fu realizzata almeno una ulteriore ridipintura con la modifica di alcuni simboli religiosi, delle decorazioni e delle cromie.

fonte: Archivio Arcangelo Conzo

fonte Archivio Parrocchiale

Ultimo intervento di restauro documentato e concluso è quello risalente al 2008, centenario della proclamazione del santo di Sebaste quale patrono del paese, compiuto dall’artista carosinese Biagio Cinque. Questi ha effettuato alcuni interventi che, rimanendo ad una analisi puramente estetica, da un lato tendono a recuperare il sistema iconico originario dei decori dorati sulla mitra e sul mantello, e dall’altro formulano nuove interpretazioni proponendo una nuova cromia del manto. Una targhetta alla base della statua ricorda il restauro compiuto da Cinque e commissionato dal signor Domenico Monteleone, allora presidente della Commissione della festa patronale.

font: Archivio Parrocchiale
particolare, fonte: Archivio Parrocchiale

Nel complesso, dunque, la statua di cartapesta di Carosino ha subito, a parte quello in corso, almeno sei diverse operazioni di restauro, alcune delle quali hanno comportato anche interventi importanti alla struttura dell’opera.

Lo studio fin qui condotto si spera possa essere d’aiuto agli esperti del settore, i quali dovranno accertare il valore artistico della statua prima di intraprendere delle scelte importanti riguardo le modalità del suo ripristino. Lo scopo della ricerca effettuata rimane quello di testimoniare come la statua, nonostante i molti rimaneggiamenti subiti e la indubbia difficoltà di comprensione di alcuni passaggi della sua storia, continui ad essere un documento dal forte valore iconico ed identitario della comunità carosinese.

1 D. Lgs. 42/2004 e s. m. e i., art. 2 c. 2

2 A. Cinque, San Biagio di Carosino, edizioni pugliesi, 1998, pg. 4

3 Così si riporta in una raccolta fotografica realizzata NEL 2000 da Vincenzo Granieri, Virtu@l World

4 A. Cinque, San Biagio di Carosino, edizioni pugliesi, 1998, pg. 18, 21 e 22

5 Giacomo Arditi, La Corografia Fisica e Storica della Provincia di Terra d’Otranto, Parte II C-F, Lecce 1879

6 A. Campo, Strada principale e strade secondarie, il caso di Carosino presso La Croce, Congedo Ed. Galatina 2014 pg. 74-75

7 Va annotato che Cinque fa riferimento ad una festa patronale già nel 1830. Tale situazione andrebbe per lo meno approfondita e rapportata all’incongruenza con la elezione di S. Biagio a patrono di Carosino avvenuta quasi 80 anni dopo. Fonte: A. Cinque, San Biagio di Carosino, op. Cit. pg. 28-29.

8 In Archivio Diocesano, DD VV.

9 A. Campo, Strada principale e strade secondarie, il caso di Carosino presso La Croce, Op. Cit. Pag. 27

10Visita past. di mons. Lelio Barancaccio del 1577. Sul Santuario della Madonna di Carosino si vedano anche P. Coco e G. Giovine.

11 in Archivio Diocesano fascicolo documenti mons Jorio su Carosino. Si veda anche A, Cinque, Carosino, sopravvivenze storiche di una comunità, Mandese editore, 1988 pg. 397

12 Successivamente il Curato di Carosino effettuò altre vendite concesse dai successivi Arcivescovi Cecchini (1909-1916), Manzella (1917-1935) e Bernardi (1935-1961). In ultimo, l’Arcivescovo Bernardi, pur concedendo al parroco di Carosino una ulteriore vendita di beni della chiesa, chiede a don Cosimo Fiorino di far rimanere almeno qualcosa presso la parrocchia (fonte Archivio Diocesano). Ed in effetti, finalmente, un inventario di questi preziosi fu realizzato nel 1938 e richiamato nel 1943, sia nel verbale di trasferimento dei beni della parrocchia dopo la morte di don Cosimo Fiorino, ove viene espressamente annotato a mano che la parte residua degli ex voto “Trovasi presso l’arcivescovo perché oggetti di valore“, che in un secondo verbale di consegna sottoscritto dal sac. Cosimo Lentini nei confronti di don Attilio Frascella “secondo disposizioni date da S.E. Mons. F. Bernardi Arcivescovo di Taranto” del 3 aprile del 1943. Fonte: Archivio Parrocchiale

13 Il documento di formale richiesta a firma di don Cosimo Fiorino si trova in versione manoscritta nell’Archivio Diocesano. La risposta ufficiale del Papa che conferisce il patronato di Carosino a San Biagio si trova in versione manoscritta nell’Archivio Parrocchiale di Carosino ed in copia dattilografata nell’Archivio Diocesano di Taranto.

14 In Archivio Diocesano, Fondo mons. Jorio

15 Vedasi il verbale del 29 maggio 1943 a seguito della morte di don Cosimo Fiorino avvenuta il 22 marzo del 1943, presente nell’Archivio Parrocchiale di Carosino

16 Documento presente nell’Archivio Diocesano di Taranto nel fondo di mons. Jorio riguardante Carosino

17 A. Cinque, San Biagio di Carosino, Op. Cit., pg. 4

18 in https://www.inforestauro.org/la-cartapesta-leccese/

19 L’immagine del San Biagio di Casarano è tratta dalla raccolta di foto denominata: I grandi Maestri della Cartapesta Leccese @igrandimaestridellacartapestleccese-Artista. Album fotografico pubblicato e visibile su Facebook

20 La statua di cartapesta fu spedita prima ad Ortisei e poi, richiesta a Carosino per la festa del santo patrono, dovette affrontare un altro viaggio nell’ottobre del 1962

Le colonne degli Osanna, tra storia, tradizione, magia e religione di Gianfranco Mele

L’origine degli “Osanna”

Molti studiosi ricollegano le colonne degli “Osanna” (dial. Sannai) ai preistorici Menhir. La tesi è la seguente: gli antichi Menhir sarebbero stati cristianizzati, riutilizzandoli come monumenti cristiani ed inserendovi il simbolo della croce (oppure e d’altro canto, l’usanza della costruzione della colonna dell’ Osanna sarebbe un retaggio dell’antica devozione ai Menhir).     

Menhir di Galugnano (LE)

Sulla scia di questa tesi, nel momento della “conversione” in “Sannai” alcuni menhir avrebbero subito modifiche, altri sarebbero stati lasciati più o meno come in antichità con l’aggiunta del simbolo cristiano, altri ancora sarebbero stati sostituiti, nel medesimo luogo, da una nuova “colonna”.

Lo studioso Paul Arthur rivede criticamente queste tesi e classifica come colonne costruite in epoca medievale molti monumenti identificati come menhir.1

L’abitudine di innalzare pilastri in pietra a scopi cultuali, comunque, è antichissima e, se ha nei menhir e nei betili preistorici i precursori dei successivi monumenti cristiani, c’è anche un periodo intermedio che testimonia una continuità nell’utilizzo cultuale delle pietrefitte. Difatti, era abitudine di diversi popoli che hanno occupato nel tempo il Salento, innalzare questo genere di strutture litiche: dai cretesi, ai magno-greci, sino ai romani.

Greci e Romani innalzavano lungo le pubbliche strade colonne e pilastri in pietra detti Enodii, sui quali erano scolpite le teste di divinità come Mercurio, Apollo, Ercole, Diana:

Enodi […] colonne o pilastri, da Plauto chiamate Viales e da Varrone Viacos, che lungo le strade innalzavano i superstiziosi Greci e Romani, imponendovi le teste di Mercurio, di Apollo, di Bacco o d’Ercole, perciò detti Enodii, cioè custodi e protettori delle vie. A questi, prima d’intraprender viaggi, solevano porgere sacrifici e voti. Indi Enodia fu soprannominata Diana dai Greci, e Trivia dai latini, perchè né trivii e quadrivii additava all’incerto viandante la via 2

L’enodio romano, detto anche Erma, deriva a sua volta dalle erme ἑρμαῖ ) greche, dei pilastri dell’altezza variabile tra un metro e un metro e mezzo, sormontati da una testa (spesso “estraibile”)3 che raffigurava Hermes, ma anche altre divinità legate ai crocicchi, ai viaggi e alle partenze. Specialmente alla fine dell’era arcaica, se ne trovano diverse testimonianze: tali “colonne” erano collocate lungo le strade (“viales”), ai crocevia, ai confini delle proprietà e ai loro ingressi, per invocare la protezione della divinità che era considerata anche protettrice specifica dei viandanti.

L’erma deriva a sua volta dal Betile posto in era arcaica a protezione delle vie e delle soglie: dimora ed emblema della divinità, era anche simbolo di fertilità. I Betile più rozzi ed antichi sono delle colonne informi in pietra o in legno e hanno un loro corrispettivo ancora più rozzo e antico in dei semplici cumuli di pietre posti ai bordi delle strade, agli incroci o ai confini dei terreni.

Osanna a Uggiano Montefusco

Menhir e Osanna nella ricerca del De Giorgi

Scrive Cosimo De Giorgi :

Innanzitutto una parola sulla nomenclatura locale di questi monumenti megalitici.

In Terra D’Otranto non ho mai udito dalla bocca del popolo dare ai Menhir i nomi di pietrefitte o di pietre ritte – che hanno un sapore spiccatamente letterario – ma bensì quello di Sannà (Osanna) o di Culonne. […]. L’origine del nome Sannà risale a tempo non troppo remoto. E’ costume delle nostre popolazioni, specie di quelle che vivono nei paesi costituenti la cosiddetta Grecìa di Terra d’ Otranto, di innalzare all’ingresso nell’abitato dei pilastri o colonne sormontati da croce lapidea, o da una statuetta della Vergine, o di qualche santo. A questi pilastri si dà il nome di Sannà perchè nella domenica delle Palme il popolo va col clero in processione sino a quel punto e vi pianta un ramo di ulivo benedetto. In tutti i paesi della parte meridionale di Terra d’Otranto si trovano questi monumenti religiosi; ma non si possono né si debbono confondere con i veri Menhir pet alcuni caratteri speciali degni di nota.

E’ d’uopo premettere che alcuni antichi e veri Menhir trovandosi poco lontani dai centri abitati furono trasformati in Osanna nel primo millennio dell’era volgare, e sulle loro facce vi furono scolpite o graffite le croci. Però un esame accurato basta a distinguere gli antichi dai moderni Sannà.

Un primo carattere è che i moderni sono dei prismi retti a base quadrata, o presentano una minima differenza nelle dimensioni delle due facce adiacenti, mentre i veri Menhir rassomigliano a tavole lapidee di sezione rettangolare, come è indicato dal loro nome. Non di rado i moderni ci presentano una sezione ottagonale prodotta con lo smussamento degli spigoli: e in tal caso, e quando sono cilindrici, prendono il nome volgare di Culonne.

Un altro carattere è che i Sannà non sono mai confitti nella roccia affiorante del sottosuolo, mentre i Menhir sono tutti incuneati nella roccia sino a 40 e anche 50 centimetri di profondità. Perciò i moderni sono sostenuti in posizione verticale da più pezzi, a mò di gradini che ne rinfiancano la base.

Il Nicolucci […] parlando dei nostri Menhir dice che sono quadrangolari, più stretti in alto che in basso. Ma anche su questo fu male informato. Nei veri Menhir non si scorge mai nessuna rastremazione all’estremità superiore, e le facce adiacenti sono sempre uguali da cima a fondo.

Un ultimo carattere che distingue i Sannà dai Menhir è la patina calcarea di incrostazione prodotta nel corso dei secoli su questi ultimi soltanto. E’ il fatto che ho riscontrato pure sui lastroni di copertura dei nostri Dolmen; e che ci dà la conferma della loro antichità.4

il “Sannai della pioggia” sulla strada Sava-Pasano

A Sava si ha notizia di una processione per invocare la pioggia, praticata con una sosta davanti ad una colonnina degli Osanna. La processione, diretta da Sava verso il Santuario di Pasano,5 prevedeva una “fermata” a metà strada, presso un “Sannai” situato in contrada Panareo: questo singolare rito è stato praticato sino ai primi anni ’60.6 Mi soffermerò con un prossimo articolo sulla storia e sulla tradizione di questa processione: in questa sede, voglio soltanto evidenziare come a questo genere di strutture litiche siano sempre state attribuite qualità magiche, e, secondo alcune teorie interpretative dei Menhir, relazionate anche e addirittura ad una sorta di influenza nei confronti delle forze della natura e dei fenomeni atmosferici.

Sannai “Panareo”, 1979, foto tratta da Annoscia M. “Il santuario della Madonna di Pasano presso Sava”, Del Grifo ed., pag. 44

Sava, altra colonna nei pressi del Santuario di Pasano. Porta i segni di grossolane ristrutturazioni

Osanna a Monacizzo, posto sul crocevia

Osanna ad Avetrana, anche questo situato ad un trivio

I ramoscelli d’ulivo sulla cima degli Osanna

Poche decine di anni or sono è stato deturpato, in Sava, il “Sannai” della attuale piazza Padre Pio (in precedenza piazza Sauro, e ancor più anticamente Largo Pozzi)7, uno dei più suggestivi del paese e peraltro l’unico ancora esistente nel centro abitato, con la sciagurata idea di rivestirlo completamente in marmo e, per di più, di affiancarvi una cabina per il metano.

La piazzetta, oggi completamente ristrutturata, conserva ancora la sua antica forma triangolare, e la colonna (somigliante nell’aspetto e nelle caratteristiche a quelle che si possono ancora ammirare, nei paraggi, a Monacizzo e a Uggiano Montefusco) è posta al vertice del triangolo, ovvero in una posizione che la vede a “guardia” di un crocevia. Come più volte evidenziamo in questo scritto, il posizionamento di questo genere di strutture ai crocevia è una costante che si ripete sin dall’antichità più remota, e le caratterizza come protettive e augurali.

In questo luogo si svolgeva (all’incirca sino a fine anni ’60 – inizi ’70), nella domenica precedente la Pasqua, la benedizione dei rami e fasci di ulivo, con modalità che Annoscia in un suo scritto8 ricorda simili a quelle descritte da C. Demitri in rapporto ai festeggiamenti maruggesi:

La domenica delle palme era solennemente festeggiata dai contadini maruggesi. Poco prima della messa cantata, essi si recavano alla chiesa madre con fasci d’ulivo che , una volta benedetti, avrebbero fissati sui tetti delle case e conficcati nel terreno del proprio campo, oltre a conservarne alcuni da tenere per un anno sopra il capezzale, sotto il materasso o dietro la porta di casa.9

Il fascio o il ramoscello d’ulivo aveva dunque anche una valenza apotropaica.

Nella cerimonia del “Sannai” un ramoscello era anche posizionato in cima alla “colonna” sino al suo disseccamento e alla sua sostituzione, l’anno appresso, con quello nuovo.

Questi rituali hanno radici ancor più antiche, ci riportano alle feste in onore di Apollo ed Helios durante le quali un ramo d’ulivo sacro veniva affisso sulla porta del tempio o all’ingresso delle case, dove sarebbe rimasto fino all’anno seguente, sostituito da quello nuovo. O ancora, alle processioni panatenaiche durante le quali i thalloporoi (“portatori di ramoscello”) recavano rami d’ulivo alla dea Athena (divinità collegata all’ulivo stesso).

Spongano (LE) Menhir-Osanna “La Croce”

Funzioni magico-oracolari dei crocevia

Come abbiamo visto, le colonne degli Osanna hanno antichi precursori in diverse tipologie di monumenti litici collocati agli incroci, e non a caso, come si nota anche in alcune delle foto inserite in questo articolo, esse stesse sono collocate in genere presso trivi e quadrivi.

I crocevia, un tempo sacri ad Ecate, Artemide-Diana,Hermes, Zeus Horios, Terminus, sono considerati in antichità luoghi in cui si manifestano le presenze dell’occulto, e son caratterizzati da una forte ambivalenza: da un lato zone franche, non protette, frequentate da spiriti dei trapassati e da entità malevole; dall’altro, e in conseguenza di ciò, posti vegliati da divinità lunari e oracolari.

Erano luoghi legati all’incognito, al viaggio e alla “scelta”: giunto ad un crocevia, il viandante doveva scegliere quale direzione percorrere. Rivolgendosi alle divinità che li abitavano, poteva sperare di ottenere una risposta.

In provincia di Taranto, erano i luoghi nei quali si svolgevano i balli dei tarantati prima dell’avvento del rituale domiciliare. Spesso costituivano inoltre d’incontro delle congreghe dei “masciàri”.

Per tutti i motivi sopradetti, erano anche luoghi prescelti per riti oracolari, e in particolare per pratiche di divinazione legate all’esito di viaggi, partenze, o responsi circa la sorte di persone lontane o in viaggio.10

La Colonna dell’ Osanna di Piazza Sauro a Sava (oggi Piazza Padre Pio) dopo la “ristrutturazione” che ne ha snaturato le caratteristiche e l’aspetto originale

 

Note:

1

      Arthur P., I Menhir del Salento, in: Puglia preromanica, a cura di G. Bertelli, Edipuglia, pp. 289-91

2

Bazzarini A., Dizionario Enciclopedico delle Scienze, Lettere ed Arti – Vol. II Venezia, Andreola, 1830. L’autore riporta questo passo citando Berger, “De publ. Et militar. Romani Imperii

3

“Non è inutile l’osservare sul propositi degli ermeti, che i greci e i romani faceano di sovente alcune statue, il cui capo staccavasi dal restante del corpo, sebbene l’uno l’altro fossero di una sola materia. In tal modo gli antichi, per fare una nuova statua, si contentavano talvolta di cambiare soltanto il capo, lasciando sussistere il resto del corpo” (Pozzoli G., Romani F., Peracchi A., Dizionario Storico – Mitologico di tutti i popoli del mondo, Livorno, Tip. Vignozzi, 1829, pag. 647)

4

De Giorgi C., I Menhir della Provincia di Lecce in Rivista storica Salentina, anno XI n. 4-5-6, nov.-dic. 1916, pp. 74-76

5

Mele G., Sava (Taranto). L’antica chiesa di Pasano, Fondazione Terra d’Otranto, sito web, settembre 2016

6

Annoscia M., SAVA – Schede di bibliografia ed immagini per una storia del territorio e della comunità, Ed. Del Grifo, Lecce, 1993, pp. 91-93

7

Sino a fine anni ’70 la piazzetta era ancora priva di mattonatura, la sua pavimentazione consisteva di semplice terra battuta, e al centro, secondo le testimonianze degli anziani conoscitori del luogo, esisteva un pozzo sorgivo che probabilmente era in comunicazione con la falda sotterranea che attraversava anche la vicina Piazza San Giovanni, e con i cunicoli sotterranei dell’antico centro del paese (Cfr. Mele G., Sava – Castelli, la città sotterranea e la necropoli. Documenti, tracce e testimonianze di un antico centro abitato precedente la Sava del XV secolo in: Terre del Mesochorum, Archeoclub Carosino, 2015). L’antica denominazione di questa piazza, Largo Pozzi, lascia presupporre che esistessero diverse imboccature dalle quali si traeva l’acqua sorgiva. Questa denominazione è presente in una mappa delle vie di Sava inserita dal Coco nel suo libro “Cenni Storici di Sava”. La mappa del “Centro Urbano del Comune di Sava” raffigura le vie del centro nei primi del Novecento, periodo di uscita del testo. Da notare, infine, che secondo alcune teorie, i Menhir stessi venivano impiantati in luoghi in cui vi era presenza di corsi d’acqua sotterranei.

8

Annoscia, M., Il Santuario della Madonna di Pasano presso Sava, Del Grifo, LE, 1996, pag. 50

9

Demitri, C., Feste, riti e tradizioni di Maruggio, Nuovi Orientamenti, Gallipoli, Taviano 1985, pag. 23

10

Mele G., Divinazioni ai crocicchi e valenza magica dei crocevia. Il rituale della “Santa Monica” e altre forme di enodiomanzia nella magia popolare salentina, Fondazione Terra d’Otranto, sito web, dicembre 2018

immagini fotografiche, citazioni e copyright restano proprietà e/o responsabilità dell’autore dell’articolo

leggi su questo argomento anche: il Menhir o Pietrafitta de “la Croce” di Carosino

https://terredelmesochorum.wordpress.com/2016/06/19/il-menhir-o-pietrafitta-de-la-croce-di-carosino/

Salice 1743: sulle tracce di un terremoto dimenticato

di Daniele Perrone

Quella del 20 febbraio del 1743 è una data nota a molte località del Salento. In questo giorno si ricorda un terremoto con magnitudo di circa 7 gradi della scala Richter con epicentro nel Canale d’Otranto. Tanto per intenderci sulla sua elevata intensità, basti pensare che il terremoto de L’Aquila del 2009 aveva una magnitudo di 6.3, la sequenza dei terremoti del 2012 che scosse l’Emilia Romagna non superava il 5.9, mentre le due forti scosse che hanno colpito nell’ultimo periodo i comuni del Centro Italia avevano, rispettivamente, una magnitudo di 6.0 ad agosto (Amatrice – Accumoli) ed una magnitudo di 6.5 ad ottobre (Norcia).

A causa dei suoi effetti differiti dovuti a fenomeni di risposta sismica locale1, l’evento, noto anche come “terremoto di Nardò”, si manifestò in alcune località piuttosto che in altre (anche vicine tra loro), come appunto Nardò da cui prende il nome. Questa cittadina fu infatti la più martoriata, anche per questo è ora la più fornita di fonti al riguardo. Grazie alle cronache dell’epoca sappiamo, ad esempio, che l’evento di quel mercoledì grasso avvenne alle “ore ventitré e mezzo” su meridiana solare, cioè alle 17:15 attuali (in pieno pomeriggio), e che si manifestò come una serie di tre scosse in un intervallo di tempo breve.

Dai cataloghi storici dell’INGV2 si può notare che questo sisma ha portato dei seri danni computabili rispettivamente: a Nardò con il grado IX-X della scala Mercalli, a Francavilla Fontana con il grado IX, a Leverano e a Salice Salentino con il grado VIII. Con la scala Mercalli (MCS) si identifica sostanzialmente il livello di danno a cose o persone che provoca un sisma. Per il grado VIII, che ha investito Salice, essa descrive il terremoto come “rovinoso – rovina parziale di qualche edificio e qualche vittima isolata”. Insomma, stiamo parlando di un livello di danno abbastanza elevato.

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Alla luce di quanto detto ho cominciato a chiedermi come mai, un evento di tale portata, sia stato rimosso dalla memoria storica di Salice Salentino. Cerchiamo pertanto di ricostruirlo con questo articolo.

Innanzitutto, dai cataloghi pocanzi citati non si può fare a meno di notare che gran parte delle località maggiormente colpite poggiano su terreni tipo “soft clay”, cioè su argille sabbiose (come appunto Salice) che amplificano l’accelerazione sismica.

Visto, quindi, che conosciamo approssimativamente tutti i dettagli di questo terremoto oltre che la litologia di Salice, non ci resta che fare un breve inquadramento del paese in quell’epoca. Una descrizione dei luoghi, dell’estensione e del numero di abitanti di Salice è riconducibile dal Catasto Onciario introdotto nel 1741 da Carlo III di Borbone. Grazie a questa fonte, emersa dallo straordinario lavoro di ricerca e analisi dell’amico e compaesano Ciccio Innocente3, è possibile risalire a diverse informazioni utili.

Il centro del paese corrispondeva all’ex Largo San Giovanni, cioè dove è collocata la Chiesetta di Santa Filomena. Ad est, l’abitato giungeva fino al Castello, che probabilmente aveva ancora le sue mura di cinta. Proseguendo verso sud, il Casale si sviluppava in tutto il quartiere de “Lu Puzzu Nueu” fino all’altezza dell’attuale Villetta De Castris (ex Largo S. Antonio). Infine, dirigendosi verso ponente, esso contornava Largo San Giovanni e superava di poco l’attuale Piazza Plebiscito, dove vi era la ‘nuova’ Chiesa Madre (ancora incompleta). Dove ora sorge il Palazzo Municipale (del 1889) vi era ancora il “Giardino grande” del Reverendo Capitolo. Il Convento del Frati Francescani e l’annessa chiesa della Madonna della Visitazione (1587), invece, si trovavano ancora in aperta campagna.

All’epoca Salice era popolata da 311 fuochi (famiglie). A parte le famiglie più facoltose, la maggior parte della popolazione poteva permettersi solo delle abitazioni “monolocale”. Le case con due o più stanze erano circa 20, tutte le altre avevano una sola stanza ed erano realizzate con murature in conci di pietra tufacea legati da malte di scarsa qualità. Questa tipologia abitativa, solitamente ad un piano, aveva spesso dei soffitti in legno, coperti da tavolati ed embrici di terracotta fatti in loco.

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ricostruzione planimetrica del centro abitato di Salice Salentino nel 1743

Dal Catasto Onciario si evince che, a distanza di sei anni dal terremoto del 1743, nell’abitato vi erano ancora otto case distrutte e non ricostruite. Il sisma provocò inoltre ingenti danni alla Chiesa Madre, al Convento e al Castello.

Partendo dal Castello (edificato nel 1398), dalle testimonianze dello scrittore Giuseppe Leopoldo Quarta4 sappiamo che aveva forma quadrata e quattro torrette sporgenti agli angoli. Al piano terra conteneva saloni, sale per gli artiglieri e per la servitù, molino, frantoio e forno. Al piano superiore aveva ampie sale e una Cappella, che andarono distrutte proprio in seguito al terremoto del 1743. Purtroppo oggi è difficile valutare i danni che subì il Castello perché di esso rimane ormai poco o niente, un’ala crollò nel 1766, un’altra ancora in seguito ad un acquazzone del 2008 e gli altri lati andarono persi con l’addossamento di nuove abitazioni.

La Chiesa Madre, all’epoca ancora priva di decorazioni al soffitto e con il campanile non ancora ultimato, subì dei danni strutturali che furono riparati negli anni successivi grazie anche al “contributo” degli abitanti di Salice. Dall’Archivio di Stato di Napoli si evince che fu gravemente danneggiata e dovette essere chiusa al culto. Tra i più informati si vocifera che, in seguito a quel nefasto evento, il soffitto crollò e dovette essere ricostruito (ma questo non possiamo dirlo con certezza). Su di esso sappiamo solo che la decorazione a cielo sarà ultimata 10 anni dopo (nel 1753) dai maestri pittori Vito Antonio Colucci di Martina e Servo di Dio [Ingrosso] di Campi.

Data la sua collocazione planimetrica pressoché parallela all’onda sismica (direzione sud-est), la Chiesa subì probabilmente un’azione inerziale lungo tutto l’asse della sua navata che provocò delle fessure verticali alle pareti laterali prossime alla facciata (tuttora visibili).

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quadro fessurativo ai lati della chiesa madre “S. Maria Assunta”

Della Chiesa “Madonna della Visitazione” annessa al Convento dei Frati Francescani si sa solo che fu concepita inizialmente in stile tardo romanico e che, negli anni successivi al terremoto del 1743, ebbe un “rinforzo” sulla facciata principale, cioè quel tampone murario di stile tardo barocco che tutti i compaesani conoscono. Questo fatto conferma la tendenza architettonica che invase un po’ tutto il Salento durante il periodo della ricostruzione, che vedeva affermarsi il gusto Rocaille sugli edifici riadattati5. Al contrario della Chiesa Madre, la Madonna della Visitazione aveva però una collocazione quasi ortogonale rispetto alla componente direzionale del sisma. L’interazione tra essa e il Convento durante lo scuotimento causò probabilmente un martellamento tra i due corpi di fabbrica, provocando una fessurazione diagonale sulla facciata della chiesa.

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quadro fessurativo sulla facciata della chiesa “Madonna della Visitazione”

Riguardo alle vittime, a quanto è dato sapere, pare che non ci furono perdite di vite umane in paese. Forse anche per questo motivo, tale evento è stato rimosso dalla memoria storica del paese.

Scampato il pericolo, dunque, il popolo salicese attribuì la propria salvezza all’intercessione dei propri santi. Così come per Nardò, che gridò al miracolo di San Gregorio Armeno, o per Lecce, che rafforzò la sua devozione in Sant’Oronzo, il popolo salicese cantò dei versi alla Madonna della Visitazione. Ma più che la Madonna in sé, era proprio la storia del suo quadro “miracoloso” ad affascinare il popolo salicese. Esso infatti, posto sull’annessa chiesa dalla prima metà del ‘600, era già venerato con estrema convinzione. Facendo una piccola digressione, la leggenda vuole che l’anonimo pittore veneziano, incaricato da Antonio Albricci, dopo essersi addormentato trovò al suo risveglio il quadro con il volto della Vergine ultimato6. Tale vicenda fu talmente sentita dalla gente locale che l’Albricci stesso, intenzionato inizialmente a dedicare la chiesa a S. Maria del Soccorso, dovette cambiare intitolazione.

Diventa quindi facile intuire come un popolo, invaso già da prima nella sua fervente fede verso questa Vergine, possa nuovamente gridare ad un miracolo della stessa e dedicarle dei singolari versi:

“[…] Ci rusticu lu fazzu lu parlare,

egna Vinezia culla soa pittura;

mestri filoci te lu llittrattare

cu bbegnane ddipingane sta ficura.

Nissunu mestru nci putia arrivare!

[…] O piccatori, quantu simu sciocchi!

Pinsamu allu miraculu ci è fattu.

Ci nu pe sta Cran Matre eramu muerti

sutt’a lle petre senza sacramenti.

[…] Li campanieddhri a ll’artare maggiore

suli se faciane nna sunata,

lu vicariu rrumase a confusione,

rrumase culla pretica ncignata.

Puru lu Sinnicu ru dilettu amore

a Diu cilebra la missa cantata.

O populu te Salice, aggi tolore

mo ci la ira te Diu già s’è parata!

Ci ole razzia cu bbegna te primura,

Salice, se ddummanna, a stu Casale,

c’a’llu Cumentu s’è dipinta sula

c’Isitazione se ose ntitulare.

[…] Ci la tice e ci la sente

quaranta giurni àe te turligenze,

ci la tice cu ttuttu lu core

‘se nn’àe mparatisu quannu more.”

 

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  Madonna della Visitazione,Salice Salentino

Didascalie e fonti:

1 risposta sismica locale, vedi  articolo già pubblicato http://bistrocharbonnier.altervista.org/il-terremoto-del-1743-che-scosse-il-salento/

2 http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/query_eq/

3 “Il Catasto Onciario, il censimento nel Regno di Napoli del 1741-1749 a Salice Salentino” – Ricerche, note e ordinamento a cura di Ciccio Innocente.

4 “Ricordi e racconti, alla ricerca del paese perduto” – Ciccio Innocente, Ninì Urbano, Antonio Scandone.

5 “Strada principale e strade secondarie, il caso di Carosino presso La Croce” di Angelo Campo, Congedo Editore.

6 “Salice Salentino, dalle origini al trionfo della Giovane Italia” di Giuseppe Leopoldo Quarta

 

 

 

 

Il territorio di Sava nella ricerca e nelle ipotesi di Cesare Teofilato: Allianum cittadella messapica, tempio di frontiera e avamposto della scomparsa cinta megalitica di Sava e delle mura di Manduria

APPENDICE: “Allianum” di Cesare Teofilato

di Gianfranco Mele

Cesare Teofilato (1881-1961), originario di Francavilla Fontana, fu uno storico, bibliotecario, giornalista e politico.

La figura di quest’uomo è particolarmente legata a Sava in quanto vi trascorre gran parte della sua vita, a partire dal 1910, anno in cui riceve in questo paese una cattedra di insegnamento nelle scuole elementari. Il legame con Sava è determinato sia dalla sua carriera di insegnante, che ivi svolge per oltre un ventennio, sia da un suo matrimonio con la savese Ermelinda Caraccio. In ambito storico-archeologico si occupò del territorio pugliese con una vasta produzione di reports, ricerche e saggi molti dei quali incentrati sullo studio di specchie e megalitismo. 1

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un ritratto di Cesare Teofilato

Nel 1935, con un articolo apparso sul Gazzettino – eco di Foggia2, si occupa della storia antica di Agliano, contrada savese, da lui reputata una antica cittadella messapica, sulla scorta di studi sul campo effettuati sin dagli anni ’20. Continua a leggere

Presenze bizantine nel territorio savese: il mistero dell’antica chiesa di San Nicola, i resti della chiesa di S. Elia, e altre note

di  Gianfranco Mele

I Basiliani in Sava e dintorni

Nell’ambito della sua opera Cenni Storici di Sava, lo storico Primaldo Coco fornisce un elenco delle cappelle interne e rurali di Sava, citando, inoltre, una serie di dimore basiliane presenti nel territorio.

Il Coco introduce puntualizzando che i basiliani dimorano in tutta la provincia e nei dintorni dal secolo IV al secolo XII. Aggiunge poi:

Nel territorio savese e nei dintorni poi ebbero non poche dimore, che giunsero a poco a poco a mutarsi in tanti villaggi, dei quali restano ancora i nomi e le vestigia nella valle dei Cupi presso Lizzano, nella cappella della SS. Trinità presso Torricella, nella masseria delle Petrose, in S. Maria di Bagnolo, in S. Anastasio e in Pasano, dove sino a poco tempo fa nella masseria omonima si notavano avanzi di antiche dimore di Basiliani, oggi scomparsi per i restauri eseguiti dai diversi padroni. Sul muro dell’antico edificio, eretto a mo’ di castello medioevale, dalla parte della strada che mena a Lizzano, si vedevano alcuni affreschi in parte coperti di calce con alcune nicchie ed altri ruderi di una antica chiesuola oggi nascosti da una scala, che porta al piano superiore di recentissima costruzione. In un gran vano a pianterreno vi sono avanzi di cornici e capitelli parte rovinati e parte corrosi dal tempo con porta d’ingresso rivolta ad oriente, oggi murata e con una cupoletta di forma ovoide alquanto elevata; pare facesse parte dell’antica chiesetta.

In Sava ebbero i Basiliani altre dimore come quella presso la chiesa di S. Elia sita lungo la via Sopporto, e l’altra di S. Nicola pare in contrada Castelli .” 1

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Pasano, la chiesa costruita nel 1712 a ridosso di quella più antica Continua a leggere

Il Menhir o Pietrafitta de “La Croce” di Carosino

di Angelo Campo

I menhir sono monoliti in pietra, conficcati nella roccia ed orientati secondo i punti cardinali o riferimenti astronomici. Un’opinione diffusa è che coincidessero, almeno inizialmente, con punti ove celebrare riti legati al culto del sole e della fecondità della terra. Il termine menhir significa “pietra lunga” o “pietra dritta”, da qui deriva l’altro termine, pietrafitta, con il quale si suole individuarli. Già siti in cui si operava una qualche venerazione, dunque, vennero utilizzati durante l’impero romano come punti di riferimento per propositi legati alle percorrenze. Successivamente i cristiani aggiunsero delle croci incise sulle superfici verticali della pietra o poste in sommità.

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il menhir della Lete presso Galugnano                                                         (fonte: http://www.dolmenhir.it, per gentile concessione dello Studio de Salve)

A seguito della loro cristianizzazione vennero identificati come “Osanna”  (nel dialetto salentino vengono detti anche “Sannà” o “Sannai”) ed adornati con rametti di ulivo benedetti alla domenica delle Palme al fine di allontanare gli influssi negativi.  Continua a leggere

Carusinijdde e la battaglia del giorno di Pasqua a Carosino

di Angelo Campo

Il lunedì dell’Angelo, il giorno di pasquetta, si festeggia la Madonna delle Grazie di Carosino. La tradizione, oltre che dagli abitanti del paese jonico, nel passato era molto seguita dai tarantini che solevano raggiungere il paese di Carosino per vivere la giornata di festa e devozione alla Madonna in ricordo di un suo miracolo. Il giorno di Pasquetta rappresenta, poi, una giornata di svago e divertimento fuori porta che è tradizione fare in tutta Italia, per cui non si fa più caso alla coincidenza della festività religiosa con quella civile e le tradizioni a livello locale e nazionale tendono a sovrapporsi e confondersi.

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la Madonna di Carosino

In realtà Causinijdde più che una tradizione è un documento storico, che andrebbe conosciuto, rivalutato e diffuso nel suo significato iniziale, poiché rappresenta un pezzo del patrimonio culturale ed immateriale, costruito dall’uomo per tramandare le sue origini in maniera inconsapevole ma profonda. Ma, cerchiamo di capire meglio quale miracolo sia stato attribuito alla Madonna di Carosino e quale fosse il significato della ricorrenza. Continua a leggere

La grotta Grava – Palombara in agro di Sava

di Gianfranco Mele

In generale agli elementi rocciosi viene attribuito in antichità un significato sacro, per cui questi diventano spazi di culto connessi alla presenza di svariate divinità.

Le grotte sono ritenute luogo di presenze ctonie oracolari, o “porte degli Inferi”. Ove siano caratterizzate poi dalla presenza di sorgenti d’acqua, questi posti sono ancora più valorizzati nella loro sacralità. 1

Nel mito di Demetra e Persefone la grotta è elemento ricorrente: il rapimento di Persefone da parte di Ade avviene nei pressi di una grotta dalla quale Ade emerge: la grotta simboleggia perciò una porta dell’oltretomba. 2

Nella vicinanza della maggior parte dei luoghi di culto dedicati a Demetra e Persefone si ritrova la presenza di una grotta che serve a ricelebrare il mito di Persefone.

La grotta sacra, spesso situata nei pressi del santuario, entro l’itinerario di una via sacra, costituisce l’accesso al mondo dei morti ed è luogo di svolgimento dei misteri iniziatici. Nel culto demetriaco, la grotta è spesso anche sede di riti sacrificali animali (maialini ed altri animali). Continua a leggere

Il mito letterario del Niger Galaesus

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immagine fotografica del fiume Galeso

di Alessio Sacquegna

Taranto, dai trascorsi gloriosi e lussureggianti, è oggi stuprata e denigrata dalla bieca cecità del modernismo e dalla leggerezza con cui, in solo mezzo secolo, è stato possibile attuare questa violenza. Credo che parole come futuro, progresso e dignità sono imbarazzanti se rapportate all’inadatto utilizzo dell’espressione lavoro. Queste parole sono ancora oggi astratte, e sono anche molto oscene, accanto al nome di Taranto e a quello dei suoi cittadini deceduti a causa di qualche tumore.

Vergognose politiche aziendali, scrupolosamente attente ai meri profitti economici, hanno usurpato di questo piacevole territorio e della sua millenaria storia: l’avvelenamento industriale che ha subìto la città, i tarantini e il paesaggio naturale circostante sono un gravoso prezzo da pagare. È vero che il lavoro nobilita l’uomo, ma non c’è futuroprogressodignità in simili circostanze.

Scostando la grigia cronaca del presente è ancora possibile rintracciare il mito poetico nel seno di ponente, dove sfocia il millenario Galeso: un fiume di origine carsica di circa 900 mt., tra i più piccoli al mondo, la cui foce è un piccolo laghetto situato tra Cavello e Statte. Nonostante la sua dimensione, esso è protagonista sin dall’antichità nella vita di Taranto e dei tarantini; il suo nome non è solamente legato a leggende popolari, ma è stato richiamato da celebri poeti del passato, i quali ne hanno consacrato il mito. Continua a leggere